Diario quotidiano del 5 novembre 2014: le auto strumentali non valgono per il redditometro!

Pubblicato il 5 novembre 2014



niente custodia cautelare per il consulente; accertamenti fiscali illegittimi: i diritti del contribuente sono inviolabili; le auto strumentali fuoriescono dal redditometro; modifiche alle istruzioni al regolamento di Borsa; appalti: responsabilità fiscale al committente; società tra professionisti: ancora nessuna certezza sulle regole fiscali da osservare; punita come truffa la falsa dichiarazione volta ad ottenere la compensazione dei debiti; bonus fiscale prima casa: i gravi problemi di salute non giustificano il mancato trasferimento della residenza

 

Indice:

 1) Niente custodia cautelare per il consulente

 2) Accertamenti fiscali illegittimi: i diritti del contribuente sono inviolabili

 3) Le auto strumentali fuoriescono dal redditometro

 4) Modifiche alle istruzioni al regolamento di Borsa

 5) Appalti: responsabilità fiscale al committente

 6) Società tra professionisti: ancora nessuna certezza sulle regole fiscali da osservare

 7) Punita come truffa la falsa dichiarazione volta ad ottenere la compensazione dei debiti

 8) Bonus fiscale prima casa: i gravi problemi di salute non giustificano il mancato trasferimento della residenza

 

 

 1) Niente custodia cautelare per il consulente

Il consulente evita la custodia cautelare se sono passati tre anni dalla frode. Dunque, il consulente non può essere sottoposto a custodia cautelare se tra la frode fiscale e l’ordinanza che convalida la misura è trascorso un lasso di tempo abbastanza rilevante, in questo caso tre anni.

Comunque, il commercialista si presume sempre coinvolto nell’affare illecito se il cliente non ha conoscenze specifiche di diritto tributario.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, che con la sentenza 45249 del 3 novembre 2014, ha accolto il secondo motivo del ricorso presentato da un consulente fiscale indagato, insieme a un suo cliente, un imprenditore, per aver esposto in dichiarazione costi fittizi. Per i giudici del riesame il manager non avrebbe potuto fare tutto da solo. Il commercialista, data la sua professionalità, era senz’altro un concorrente nel reato. Sul punto la decisione di merito è stata confermato. Per i giudici il Tribunale ha ben spiegato il ruolo dell’indagato, di intermediario, per l’invio delle dichiarazioni, di consulente fiscale rispetto a soggetti palesemente incapaci di elaborare una frode senza il contributo di un fiscalista esperto.

Accolto, invece, il secondo motivo del ricorso: “la distanza temporale tra i fatti e il momento della decisione cautelare, si legge in sentenza, giacché tendenzialmente dissonante con l’attualità e l’intensità delle esigenze cautelari, comporta un rigoroso obbligo di motivazione sia in relazione a detta attualità sia in relazione alla scelta della misura, dovendosi ritenere che a una maggiore distanza temporale dai fatti corrisponda un affievolimento delle predette esigenze”.

 

2) Accertamenti fiscali illegittimi: i diritti del contribuente sono inviolabili

Gli accertamenti fiscali sono illegittimi se non rispettano gli standard previsti dalla Costituzione.

E’ di estrema rilevanza la sentenza della Corte di Cassazione n. 22003 del 17 ottobre 2014 in materia di accertamenti illegittimi.

Con l’interessante sentenza la Suprema Corte pone le basi di un ulteriore, importante passo avanti verso la costruzione di un rapporto equilibrato tra Fisco e contribuente.

Difatti, la Cassazione ha rilevato che:

- il fondamento della pretesa fiscale deve trovarsi nell’avviso di accertamento; - le prove della esistenza di tale fondamento debbono essere enunciate nell’avviso.

Avvisi di accertamento che non rispettino tali standard sono nulli e la eventuale pretesa dell’Agenzia di integrare le carenze dell’avviso in giudizio è illegittima e va respinta.

Il giudice controlla che il potere amministrativo sia stato esercitato legittimamente, altrimenti non resta che annullare l’avviso di accertamento.

Se, si osserva, il fondamento dell’accertamento (e la relativa prova) potessero essere introdotti anche solo in giudizio sarebbero violati i seguenti principi fondamentali:

a) atti emessi senza indicazione del fondamento o con l’indicazione di un fondamento insussistente sono un cattivo esercizio della funzione amministrativa, con violazione insanabile del principio di imparzialità della PA. (art. 97 Cost.);

b) atti emessi senza l’adempimento di una diligente istruttoria violano insanabilmente il principio di imparzialità della PA (art. 97 Cost.);

c) atti emessi senza indicare l’indicare l’istruttoria posta in essere si sottraggono al controllo sull’esercizio della funzione e violano, ancora una volta, insanabilmente il principio di imparzialità della PA (art. 97 Cost.);

d) atti emessi senza indicare il fondamento della ricchezza effettiva accertata sono lesivi del principio della capacità contributiva (art. 53 Cost.);

e) atti emessi senza indicazione del loro fondamento e delle relative prove sono poi lesivi del diritto di difesa, da riconoscersi anche nella fase amministrativa (da ultimo, Cass. civ. SS.UU., sentenza n. 196672014);

f) atti emessi senza indicazione del loro fondamento e delle relative prove sono lesivi del diritto di difesa (o, forse più correttamente, azione) in giudizio (art. 24 e 113 Cost.), che comprende, ovviamente non solo il diritto di agire, ma anche di decidere in modo informato e consapevole se agire in giudizio;

g) una integrazione, addirittura ufficiosa da parte del giudice, del fondamento o della prova violerebbe il principio di imparzialità del giudice (art. 111 Cost.).

La sentenza, esattamente, rileva che oltre a tali principi fondamentali e la evoluzione normativa e storica predetta, inducono, ancora, a rafforzare tale conclusione alcuni indizi normativi ulteriori, quali ad esempio, lo Statuto del contribuente, art. 7, con il richiamo alla legge n. 241 del 1990, art. 3, in punto motivazione.

E osserva anche, mirabilmente, che tali oneri, proporzionati, della PA sono il giusto contraltare del fatto che il contribuente deve impugnare l’avviso di accertamento a pena di decadenza.

La funzione amministrativa implica l’adempimento di doveri e la giusta soggezione del contribuente al potere è controbilanciata da diritti inderogabili.

L’opposto e ormai recessivo orientamento giurisprudenziale, volto a “salvare” in giudizio ipotesi di cattivo esercizio del potere (provvedimenti illegittimi), oltre a violare i precetti fondamentali sopra detti, del resto, lede un ultimo, importante interesse.

CORTE DI CASSAZIONE - Sentenza 17 ottobre 2014, n. 22003

Tributi - Imposte sui redditi - Studi di settore - Atto impositivo - Motivazione - Necessità

Svolgimento del processo

Con sentenza in data 30 gennaio 2007 la commissione tributaria regionale del Veneto ha confermato la decisione con la quale la commissione tributaria provinciale di Rovigo aveva accolto cinque ricorsi proposti dalla I.V. s.a.s. e dai soci V.T. e R.D., avverso altrettanti avvisi di accertamento di maggiori ricavi per gli esercizi 1997 e 1998, ai fini dell'imposte dirette e dell'Iva.

La ricostruzione dei ricavi era avvenuta in applicazione dei parametri e degli studi di settore.

La commissione tributaria regionale ha motivato la decisione ritenendo gli avvisi (i) affetti da vizio di motivazione, non essendo stati specificati i parametri concretamente utilizzati nella ricostruzione del reddito d'impresa, e (ii) infondati nell'applicazione di studi non ancora in vigore all'epoca dei fatti; in ogni caso (iii) ha infine ritenuto gli avvisi medesimi comunque adeguatamente contraddetti dall'esistenza delle addotte difficoltà economiche e ambientali nelle quali la società si era trovata a operare, tenuto conto che una discarica attiva aveva reso problematico l'esercizio dell'attività sociale di pesca sportiva con ristorazione.

L'agenzia delle entrate ha proposto ricorso per cassazione deducendo sette motivi.

Gli intimati - società e soci - hanno resistito con controricorso.

Motivi della decisione

Col primo motivo, invero, si attinge la ratio deciderteli mercé la quale la commissione tributaria ha confermato l'annullamento dell'atto per vizio di motivazione.

Viene dedotta la violazione e falsa applicazione degli artt. 42 del d.p.r. n. 600 del 1973, 7 della l. n. 212 del 2000 e 3 della L. n. 241 del 1990.

Si afferma che l'avviso di accertamento possiede carattere di provocatio ad opponendum e che in tal limitato senso l'atto soddisfa l'obbligo di motivazione ogni volta che il contribuente sia stato posto in grado di conoscere la pretesa tributaria nei suoi elementi essenziali. Da qui l'amministrazione assume che, nel caso di specie, l'obbligo di motivazione andava ritenuto soddisfatto dal semplice riferimento dell'atto al procedimento di applicazione dei parametri ex art. 3, commi dal 181 al 189, della L. n. 549-95.

Osserva di contro il collegio che il motivo è infondato nell'affermazione di principio che lo sorregge ed è infine anche inammissibile per difetto di autosufficienza.

Diversamente da quanto affermato dalla ricorrente, l'avviso di accertamento - comunque composto nella sua motivazione (a differenza di quanto invece ritenuto dalle meno recenti sentenze di questa corte) - non può essere qualificato alla stregua di mezzo semplicemente finalizzato a indurre il destinatario ad avvalersi dei rimedi processuali oppositori.

Non può esserlo, in particolare, dopo che la riforma del processo tributario del 1992 ha eliminato ogni spazio di contiguità tra le commissioni tributarie e l'amministrazione erariale. La provocatio ad opponendum postula invero l'identità (magari per comune scaturigine) dell'organo emittente l'atto opponibile e dell'organo chiamato a decidere sull'opposizione.

E non può esserlo dopo l'emanazione, nel 2000, dello statuto dei diritti del contribuente, che ha definitivamente sancito, mediante l'art. 7, la funzione specifica della motivazione degli atti tributari secondo quanto prescritto dall'art. 3 della l. n. 241 del 1990.

Tenuto conto dell'importanza che il profilo riveste anche in prospettiva futura (essendo il sistema fiscale oramai orientato nel senso dell'immediata esecutorietà dell'avviso di accertamento), reputa il collegio di soffermarsi ulteriormente in ordine a esso, precisando quanto segue.

Il fine precipuo della motivazione è senza dubbio, come spesso questa corte ha avuto modo di osservare, quello di salvaguardare il diritto di difesa del contribuente, che resta inciso dall'atto amministrativo.

Ma deve aversi in chiaro che su codesto fine non può dirsi esaurita la questione motivazionale dell'atto tributario.

Il fine di salvaguardia del diritto di difesa è certamente essenziale, in quanto la motivazione dell'atto delimita l'ambito delle ragioni deducibili dall'ufficio nella successiva fase processuale contenziosa, nella quale il contribuente, nell'esercizio di quel diritto di difesa, può chiedere la verifica dell'effettiva correttezza della pretesa enunciata nell'atto (v. di recente Cass. n. 9810- 14) .

La necessaria specificità della motivazione dell'atto impugnato è una naturale conseguenza, perciò, dell'onere del contribuente di enunciare con la dovuta specificità i motivi di ricorso (art. 18 del d.lgs. n. 546-92), essendo quello tributario un processo impugnatorio (ancorché, come si dice, di impugnazione-merito).

L'essere il processo impugnatorio implica che è esclusa la cognizione del rapporto obbligatorio al di fuori dell'atto che sia stato emesso e che sia stato impugnato (v. da ultimo, per utili riferimenti, Cass. n. 10059-14).

Per cui, in definitiva, l'onere del contribuente di enunciare i motivi di ricorso a pena di inammissibilità suppone che la motivazione dell'atto a sua volta consenta l'enunciazione di quegli specifici motivi di gravame, in quanto il gravame processuale avverso l'atto suppone desumibili argomentazioni fatte valere in contrapposizione a quelle evinte dall'atto che si impugna.

Tutto questo conferma la funzione precipua della motivazione dell'atto quale elemento inteso a garantire una corretta dialettica tra l'amministrazione e il contribuente nel processo.

Ma è da sottolineare che con la funzione suddetta ne concorre un'altra, autonoma e non recessiva, direttamente associata al principio di buona amministrazione, che, al pari del principio di imparzialità, afferisce (art. 97 cost.) al corretto formarsi dell'azione amministrativa in sé. Il principio di buona amministrazione esige che l'azione amministrativa risulti esplicata in modo appropriato in vista del perseguimento dell'interesse presidiato dalla legge.

Ebbene, in questo senso, non è casuale che l'art. 7 della L. n. 212 del 2000, richiamando l'art. 3 della legge n. 241 del 1990, abbia imposto all'amministrazione erariale di motivare i suoi provvedimenti indicando i presupposti di fatto e le ragioni giuridiche "della decisione" in concreto assunta.

Il legislatore ha così chiaramente manifestato l'intento di costruire la motivazione, non come enunciazione mera di una pretesa soggetta a verifica processuale (id est, quale causa petendi del futuro giudizio inteso a valutarla, come in sostanza ritenuto dall'amministrazione nel suo ricorso), ma come ratio di una decisione assunta all'esito di una istruttoria (potremmo dire) primaria, svolta nella fase procedimentale e finalizzata, per il principio di buona amministrazione, ad assicurare la realizzazione di un'azione (amministrativa) efficiente e congrua. Di un'istruttoria, cioè, che appunto in vista di tale obiettivo deve precedere l'emissione dell'atto, e di cui, quindi, l'atto finale deve dar conto, seppure in relazione agli esiti finali del procedimento, compendiabili nei presupposti di fatto riscontrati e nella enunciazione delle ragioni giuridiche da cui l'azione possa dirsi sostenuta.

In questa prospettiva generale, l'atto impositivo disvela il nesso corrente tra la norma tributaria e l'obbligazione affermata esistente nella situazione concreta, onde circoscrivere la materia del contendere che, invece, sarà oggetto di prova nel processo. Invero - e anche questo va precisato - nel processo l'amministrazione deve riversare, ex artt. 23 e 32 del d.lgs. n. 546 del 1992, gli elementi di prova richiamati nell'atto impositivo e può dedurne di nuovi nei limiti del principio di consequenzialità in rapporto agli avversi motivi di ricorso.

Tutto quanto esposto costituisce la ragione di fondo per cui non è accettabile, neppure per comodità descrittiva, l'equazione da cui la ricorrente ha preso avvio nel caso di specie, secondo la quale la motivazione dell'atto dovrebbe adempiere alla ben più limitata funzione della provocatio ad opponendum.

La valutazione postula un accertamento di fatto che, in linea generale, è coerente con l'insegnamento di questa corte, secondo il quale l'accertamento tributario standardizzato mediante applicazione dei parametri o degli studi di settore costituisce un sistema di presunzioni semplici, la cui gravità, precisione e concordanza non è ex lege determinata dallo scostamento del reddito dichiarato rispetto agli standard in sé considerati - meri strumenti di ricostruzione per elaborazione statistica della normale redditività - ma nasce solo in esito al contraddittorio da attivare obbligatoriamente, pena la nullità dell'accertamento, con il contribuente (v. soprattutto sez. un. n. 26635-09).

In tale contesto si è più volte affermato che la motivazione dell'atto di accertamento non può esaurirsi nell'enunciazione del parametro e nel rilievo dello scostamento, ma va integrata con la dimostrazione dell'applicabilità in concreto dello standard prescelto, che quindi va specificamente enunciato unitamente alle ragioni per le quali sono state disattese le contestazioni sollevate dal contribuente (v. tra le tante Cass. n. 11633-13; n. 4148-09; n. 23602-08).

Nella specie l'amministrazione assume che il contraddittorio era stato attivato, ma che semplicemente non aveva avuto l'esito dell'adesione del contribuente.

Ne consegue che, valutata in un simile contesto di risultanze, l'affermazione del giudice di merito non contrasta giuridicamente con la giurisprudenza della corte.

Semmai l'amministrazione, avendo censurato la sentenza della commissione tributaria regionale sotto il profilo della congruità del giudizio costì espresso in ordine alla motivazione dell'avviso, doveva rendere il ricorso autosufficiente sullo specifico profilo, ex art. 366 c.p.c., riportando innanzi tutto la motivazione dell'avviso in concreto adottata, al fine di consentirne una verifica di congruità in base al ricorso medesimo. L'avviso, infatti, non è un atto processuale, bensì appunto - un atto amministrativo (v. ex plurimis Cass. n. 9536-13; n. 8312-13). E la legittimità del medesimo è necessariamente integrata dalla motivazione dei presupposti di fatto e dalle ragioni giuridiche poste a suo fondamento.

Restano assorbiti tutti i restanti motivi, giacché la sentenza resta ferma in base alla citata ratio decidendi - rivelatasi esatta - implicante la nullità dell'atto per vizio della motivazione.

La difficoltà della questione giuridica affrontata, ancora attuale e al centro di non sopiti dibattiti, giustifica la compensazione delle spese processuali.

Rigetta il ricorso e compensa le spese processuali.

 

Monito della Cassazione sugli studi di settore

E’, dunque, nullo l’atto impositivo che non indica né motiva sugli standard utilizzati. Invitando gli uffici delle Entrate a rispettare il principio di buona amministrazione, la sezione tributaria della Suprema Corte, con la sentenza n. 22003 del 17 ottobre 2014, ha respinto il ricorso dell’Agenzia delle entrate. Nel caso di specie, ad una società l’Amministrazione finanziaria aveva notificato un accertamento del maggior reddito d’impresa basato sugli studi di settore.

L’atto non conteneva, però, l’indicazione dei parametri utilizzati né i motivi della richiesta. Per la Ctp e la Ctr, con decisione confermata ora in Cassazione, lo scostamento dagli standard è insufficiente a sorreggere la pretesa tributaria.

 

3) Le auto strumentali fuoriescono dal redditometro

La Commissione Tributaria Regionale di Milano, con una interessante sentenza ha stabilito che le autovetture utilizzate nell’ambito dell’impresa, dell’arte o della professione non valgono ai fini del c.d. “redditometro”.

Oltre a ciò, i giudici analizzano una questione della massima importanza, relativa alla valenza, in detto ambito, delle percentuali di deducibilità dell’art. 164 del TUIR (gli uffici sono soliti considerare l’auto “personale” nei limiti in cui la deduzione dal reddito d’impresa o professionale non è ammessa).

Peraltro, anche la Commissione tributaria regionale del Lazio (sent. n. 59/38/13) ha affermato che l’autovettura bene d’impresa non può essere considerata ai fini del redditometro e ciò in quanto, a prescindere dalla parziale indeducibilità, il costo è a carico dell’impresa.

Dunque, la C.T.R. di Milano ha stabilito, con la sentenza n. 3458 del 26 giugno 2014, che le autovetture utilizzate nell’ambito dell’esercizio dell’impresa, dell’arte o della professione non valgono ai fini del redditometro; affermando, inoltre, che l’eventuale misura forfettaria delle percentuali di deducibilità (art. 164 del TUIR) non ha nulla a che vedere con il redditometro stesso, oltre a non poter essere applicata per definire una presunzione di capacità contributiva. Viene inoltre stabilito, all’interno del “nuovo” redditometro, che se l’uso imprenditoriale è parziale, “l’imputazione redditometrica” della spesa va ridotta in misura proporzionale, di conseguenza, considerare rilevante solo la percentuale di spesa indeducibile ai fini delle imposte sui redditi, non è un criterio legittimo. La giurisprudenza aveva già affermato l’irrilevanza, ai fini dell’accertamento sintetico, delle autovetture strumentali all’impresa o alla professione, ma non aveva mai analizzato nello specifico la questione delle percentuali di deducibilità.

Nel caso di specie, la contribuente, esercente l’attività di consulente amministrativo-gestionale e pianificazione aziendale, presentava ricorso lamentando l’inclusione dell’autovettura utilizzata come bene strumentale per l’attività di lavoro autonomo nel calcolo del reddito sintetico globale. L’Ufficio si costituiva sostenendo che l’autovettura era stata utilizzata dalla consulente in maniera promiscua e, pertanto, doveva concorrere alla determinazione del reddito sintetico per il 60%. La Commissione Tributaria Provinciale di Varese accoglieva il ricorso a spese compensate.

Avverso tale sentenza proponeva ricorso a sua volta l’Ufficio, insistendo sull’uso promiscuo dell’autovettura e qualificandola come bene indice di capacità contributiva della contribuente.

Ma la Commissione Tributaria Regionale di Milano, come già accennato, emetteva una nuova sentenza favorevole alla contribuente: le autovetture utilizzate nell’ambito dell’esercizio dell’impresa, dell’arte o della professione non valgono ai fini del redditometro. I beni strumentali non possono rappresentare elementi di capacità contributiva ai fini del redditometro, avendo rilevanza unicamente nella determinazione del reddito di lavoro autonomo.

Gli Uffici infatti sono soliti considerare rilevante ai fini del redditometro l’auto personale nei limiti in cui la deduzione dal reddito d’impresa o professionale non é ammessa. Tale sentenza spazza via definitivamente ogni dubbio in proposito: “la misura forfettaria disposta dall’art. 164 del TUIR non ha nulla a che vedere con la disciplina del redditometro e non può essere applicata ai fini di sostenere una presunzione di capacità contributiva, atteso che non rispecchia in alcun modo il reale utilizzo del veicolo”.

Inoltre, come viene spiegato nella sentenza, la manca annotazione del bene nel registro dei beni ammortizzabili non muta i termini della questione, tenuto conto che il mezzo é stato acquistato prima dell’inizio dell’attività professionale e, correttamente, la contribuente non ha dedotto le quote di ammortamento ma solo i costi del relativo utilizzo.

La giurisprudenza già in passato aveva affermato l’irrilevanza, ai fini dell’accertamento sintetico, delle autovetture strumentali all’impresa o alla professione, ma mai si era soffermata nello specifico sulla questione delle percentuali di deducibilità del Testo Unico delle Imposte sui Redditi.

 

4) Modifiche alle istruzioni al regolamento di Borsa

Borsa Italiana S.p.A., con avviso di Borsa n. 17704 del 17 ottobre 2014, ha comunicato le modifiche alle Istruzioni al Regolamento che sono entrate in vigore il 3 novembre scorso.

Le modifiche riguardano:

- il referente informativo;

- la procedura di ammissione sulla base di un prospetto costituito da documenti distinti.

Con riferimento al primo profilo, a seguito dell’avvenuta autorizzazione da parte di Consob di 2 nuovi soggetti per la dissemination delle informazioni regolamentate (SDIR), autorizzati ad operare dal 3 novembre scorso, si richiede agli emittenti di comunicare al proprio SDIR un apposito codice NDG (rilasciato da Borsa) che consente a Borsa medesima di identificare in maniera univoca l’emittente nell’ambito del sistema di monitoraggio delle informazioni regolamentate.Con riguardo al secondo profilo, si prevede, in caso di prospetto costituito da documenti distinti, la possibilità di considerare completa la documentazione contabile infra - annuale da allegare alla richiesta del giudizio di ammissibilità, anche se sottoposta a revisione limitata, fermo restando che l’emittente, entro i termini previsti per l’ammissione, dovrà presentare una successiva situazione contabile sottoposta a revisione contabile completa.

(Assonime, nota del 4 novembre 2014)

 

5) Appalti: responsabilità fiscale al committente

Come rileva il Consiglio Nazionale dei Consulenti del Lavoro, con la nota del 4 novembre 2014, se l’appaltatore o il subappaltatore non pagano lo stipendio ai propri dipendenti è il committente a doverne rispondere, rendendosi responsabile del versamento delle relative ritenute d’acconto Irpef all'Erario. La nota sottolinea che ciò emerge dalla lettura dell’art. 28, comma 2, del decreto delegato sulla semplificazione fiscale, appena approvato dal Consiglio dei Ministri e prossimo alla pubblicazione in G.U., in base al quale il committente, qualora sia direttamente obbligato a eseguire il pagamento dei trattamenti retributivi ai dipendenti dell’appaltatore e/o dei subappaltatori impegnati nell'appalto per effetto della solidarietà, “è tenuto ove previsto ad assolvere gli obblighi del sostituto d’imposta ai sensi delle disposizioni di cui al dpr n. 600/73”.

Il reato per l’omesso versamento di ritenute si configura solo se viene anche rilasciato il CUD

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 40526 del 2014, ha stabilito che ai fini della rilevanza penale della condotta del datore di lavoro che abbia omesso il versamento di ritenute IRPEF per importo superiore a 50mila euro devono realizzarsi entrambe le seguenti condizioni:

- deve essere stata consegnata al lavoratore la certificazione CUD

- deve essere stato presentato il modello 770.

 

6) Società tra professionisti: ancora nessuna certezza sulle regole fiscali da osservare

Nell’ambito delle semplificazioni fiscali (il cui il decreto legislativo è stato approvato dal Consiglio dei Ministri in via definitiva lo scorso 30 ottobre) viene prevista la cancellazione della norma relativa alle società tra professionisti, volta ad assimilare i redditi da queste prodotti a quelli delle associazioni senza personalità giuridica costituite per l’esercizio in forma associata di arti e professioni, con conseguente determinazione del reddito secondo il criterio di cassa.

Per cui l’applicazione di tale criterio per le Stp rimane ancora senza certezze poiché manca l’appiglio normativo che possa consentire quanto auspicato in dottrina (tra tutti i pareri emessi a favore del regime di cassa per le Stp dal CNDCEC).

 

7) Punita come truffa la falsa dichiarazione volta ad ottenere la compensazione dei debiti

Il datore che si avvale illegittimamente di un conguaglio fiscale è colpevole di truffa. In particolare, il comportamento del datore di lavoro, che si avvale illegittimamente di un conguaglio fiscale mediante indicazione a credito nel modello DM 10 di assegni mai erogati, integra il reato di truffa e non soltanto un’indebita compensazione.

Nel caso di specie, la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 45225 del 3 novembre 2014, ha stabilito la sussistenza del più grave delitto di truffa, poiché la compilazione del DM 10 con dichiarazioni false riguardanti la corresponsione al lavoratore di un’indennità di disoccupazione, di maternità, assegni familiari o altra indennità a carico dell’ente previdenziale, induce in errore l’Inps sul diritto al conguaglio di dette somme, realizzando così un ingiusto profitto e non una semplice evasione contributiva.

L’amministratore unico di una Srl aveva presentato, in via telematica, un DM 10 nel quale, contrariamente al vero, aveva dichiarato di aver corrisposto ad un proprio dipendente gli emolumenti dovuti allo stesso dall’Inps a titolo di assegni familiari.

Attraverso questa dichiarazione menzognera, l’imputato aveva omesso di pagare quanto dovuto a titolo di debito che aveva nei confronti dell’Inps per contributi previdenziali e assistenziali, ritenendoli conguagliati con il credito dallo stesso asseritamente vantato verso l'ente previdenziale.

Con la suo condotta, ossia, lo stesso aveva conseguito indebitamente un vantaggio patrimoniale, consistito nel veder compensato un debito nei confronti dell’Inps.

La Cassazione ha osservato che qualora il datore non si limiti ad esporre dati e notizie false in sede di denunce obbligatorie, ma dichiari falsamente di avere corrisposto ad un lavoratore dipendente un’indennità di disoccupazione, di maternità o, come nella specie, assegni familiari, a carico dell’ente di previdenza, così conseguendo l’ingiusto profitto di conguagliare il relativo importo con i contributi dovuti all’Inps, realizza il reato di truffa e non il reato di compensazione indebita.

 

8) Bonus fiscale prima casa: i gravi problemi di salute non giustificano il mancato trasferimento della residenza

Non spettano le agevolazioni fiscali sulla “prima casa” anche se il contribuente non è riuscito in tempo a trasferire la residenza a causa di grave malattia.

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 22002 del 17 ottobre 2014, si è espressa sulle possibili cause di forza maggiore che giustificano il mancato trasferimento della residenza entro i 18 mesi ai fini dell’agevolazione “prima casa”.

Nel caso di specie, i giudici di legittimità affermano che i ricoveri ospedalieri, quindi le precarie condizioni di salute non impediscono di adempiere all’obbligazione. Pertanto il contribuente, che non si trasferisce per tempo nel comune in cui sorge l’immobile acquistato con i benefici “prima casa” decade dall’agevolazione anche quando deduca, a difesa del ritardo, gravi problemi di salute. La realizzazione dell’impegno di trasferire la residenza rappresenta un elemento essenziale per il conseguimento del beneficio richiesto e provvisoriamente concesso dalla legge al momento della registrazione dell’atto e costituisce un vero e proprio obbligo del contribuente verso il fisco. Proprio perché inerente ad un comportamento del debitore, nella relativa valutazione va, quindi, tenuto conto della sopravvenienza di un caso di forza maggiore, e cioè di un ostacolo all’adempimento dell’obbligazione, caratterizzato dalla non imputabilità alla parte obbligata, e dall’inevitabilità ed imprevedibilità dell’evento, essendo, per contro, irrilevanti le motivazioni soggettive relative al mancato trasferimento della residenza nel Comune in cui è ubicato l’immobile acquistato.

La sentenza in commento, dunque, rafforza le previsioni contenute nella risoluzione dell’Agenzia delle Entrate 140/2008, la quale chiarisce come, per ritenersi verificata una causa di forza maggiore, si debba generare una situazione imprevista e imprevedibile al momento della stipula dell’atto.

CORTE DI CASSAZIONE - Sentenza 17 ottobre 2014, n. 22002

Tributi - Agevolazioni ficali - Prima casa - Mancato trasferimento della residenza presso l'immobile - Motivi di salute - Opere di consolidamento dell'edificio limitrofo - Non sussiste

Svolgimento del processo

Con sentenza n. 11/34/09 depositata il 12/2/09, la CTR del Piemonte, in riforma della decisione della CTP di Novara, rigettava il ricorso proposto dai coniugi T.F. ed AMG avverso l’avviso di liquidazione con il quale erano state recuperate a tassazione le ordinarie imposte di registro, ipotecarie e catastali, non avendo i contribuenti provveduto a trasferire, entro il termine di legge, la propria residenza nel comune ove era ubicato l’immobile acquistato coi benefici "prima casa". I giudici d’appello hanno ritenuto che le precarie condizioni di salute del marito e i documentati lavori di consolidamento dell’edificio limitrofo a quello acquistato dai contribuenti non costituivano un impedimento oggettivo al trasferimento della residenza.

Per la cassazione di tale sentenza, hanno proposto ricorso i contribuenti, con due motivi, illustrati da memoria. L’Agenzia delle entrate non ha depositato controricorso. All’udienza fissata per la discussione del ricorso, entrambe le parti hanno svolto le loro difese.

Motivi della decisione

Rigetta il ricorso, e compensa le spese.

 

 

Vincenzo D’Andò