Processo tributario e patteggiamento nel processo penale

Premessa

Com’è noto, l’istituto del “patteggiamento”, di cui agli artt. 444 e ss. c.p.p., evita sia il dibattimento sia la possibilità di impugnazione, grazie alla possibilità di applicazione di una pena concordata (entro i limiti fissati dalla medesima fonte) tra l’imputato ed il Pubblico Ministero1.

Il contribuente (in capo al quale si è sviluppato il patteggiamento) puntualmente è chiamato però a contrastare la pretesa tributaria (intorno alla quale era scaturita la contestazione di carattere penale) innanzi le commissioni di merito e, in questi casi, egli deve affrontare una difficoltà ulteriore: quella di fronteggiare la rilevanza nella lite fiscale opposta dall’ufficio impositore, del patteggiamento nel processo tributario.

Intorno tale questione, le difese del contribuente tendono da invocare l’incidenza dell’art. 445 c.p.p., norma che esclude espressamente l’efficacia di giudicato della sentenza di patteggiamento nel giudizio civile e amministrativo.

 

La decisione delle Sezioni Unite del 2006

Sul punto, la giurisprudenza di legittimità non esprime un orientamento concorde e questo nonostante l’intervento rilasciato, in materia, dalle Sezioni Unite (sentenza n. 17289 del 2006).I n tale occasione fu affermato il principio secondo il quale “la sentenza penale di applicazione della pena ex art. 444 c.p.p., costituisce un importante elemento di prova per il giudice di merito il quale, ove intenda disconoscere tale efficacia probatoria, ha il dovere di spiegare le ragioni per cui l’imputato avrebbe ammesso una sua insussistente responsabilità, ed il giudice penale abbia prestato fede a tale ammissione. Pertanto la sentenza di applicazione di pena patteggiata, pur non potendosi configurare come sentenza di condanna, presupponendo pur sempre una ammissione di colpevolezza, esonera la controparte dall’onere della prova (cfr. anche Cass. 5′, 24587/2010)”.

Due recenti riprove del contrasto giurisprudenziale in atto

Come accennato, il suindicato arresto non ha impedito la formazione di responsi di contenuto opposto in ordine alla questione de qua. A riprova di tal fenomeno, si richiamano due recentissime sentenze della Suprema Corte, rese tra l’altro in rapida successione.

 

  1. La sentenza favorevole al contribuente (Cass. civ. n. 19026 del 10 settembre 2014)

La seconda sentenza in ordine di tempo, dimostrandosi incidentalmente favorevole al contribuente, si è preoccupata di argomentare preliminarmente che “l’efficacia vincolante del giudicato penale non può operare nel processo tributario, giacchè in esso, da un lato, vigono limitazioni alla prova (segnatamente il divieto di prova testimoniale, sancito dal D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 7) e, dall’altro lato, possono valere, sul piano probatorio, anche presunzioni inidonee a supportare una pronuncia penale di condanna (v. Cass. 10411/98, 2728/01, 6337/02)”. Con riguardo specifico, poi, alla sentenza emessa dall Sezioni Unite, il collegio giudicante ha tenuto a sottolineare che, in realtà, la struttura e le finalità del giudizio tributario, volto ad accertare la sussistenza e l’entità dell’obbligazione tributaria, di spiccata rilevanza pubblicistica, mal si conciliano con un’efficacia vincolante del giudicato conseguito in sede penale, che può essere valutato, dunque, ai fini del libero convincimento del giudice ex art. 116 c.p.c., solo come elemento a carattere presuntivo ed indiziario, da porsi necessariamente a confronto, peraltro, con tutti gli altri elementi probatori acquisiti in atti.

Come hanno poi affermato gli stessi giudici “nel processo tributario, anche la sentenza penale irrevocabile di assoluzione con formula piena, emessa ‘perchè il fatto non sussiste’, non spiega automaticamente efficacia di giudicato, sebbene i fatti accertati in sede penale siano gli stessi per i quali l’amministrazione finanziaria abbia proposto l’accertamento nei confronti del contribuente (Cass. 5720/07), in quanto l’imputato assolto in sede penale, anche con formula…

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