I reati tributari - parte XXV: rassegna mensile di giurisprudenza

Premessa

Continua la nostra illustrazione delle sentenze della Cassazione penale tributaria emesse nell’anno 2013.

Tra le altre sentenze, segnaliamo, in questa puntata, quelle che affrontano il tema del concorso apparente di norme, nonché quella in tema di utilizzo in dichiarazione di fatture false.

 

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Rimpatrio di denaro e dichiarazione infedele

Come correttamente rilevato dal Tribunale e dal Gip, la situazione disciplinato dal richiamato D.L. n. 78 del 2009, art. 13 bis (c.d. scudo fiscale, ndr), non ha a che vedere con il caso in esame. Il denaro individuato dalla Guardia di Finanza proveniva, infatti, dall’estero e confluiva nelle casse della società degli imputati come capitali sociale e finanziamento soci e non come reddito della società stessa. Al fine di realizzare l’evasione fiscale e, cioè, di sottrarre all’imposizione redditi della società, il percorso avrebbe dovuto invece essere quello, opposto, dell’esportazione clandestina di capitali. La richiamata disposizione sul cosiddetto scudo fiscale si riferisce proprio a tale ipotesi, essendo diretta a favorire il rientro dei capitali sottratti all’imposizione fiscale in Italia attraverso il loro clandestino trasferimento all’estero. Nulla di tutto questo – come bene evidenziato dal Tribunale – è successo nel caso in esame, in cui, invece di sfruttare la favorevole circostanza che i capitali si trovano già all’estero, gli imputati hanno scelto di farli rientrare verso la società, più probabilmente allo scopo di effettuare un illecito riciclaggio degli stessi nella produzione di beni e servizi in Italia.

(Cassazione, sezione III penale, sentenza n. 32956/2013)

 

Responsabilità del rappresentante legale

Nei reati tributari, anche se si esclude la confisca per equivalente per la società, il rappresentante legale espone al rischio di escussione il proprio patrimonio, quando porta in deduzione nella sua dichiarazione reddituale costi fittizi, avvalendosi di documenti contabili relativi ad operazioni inesistenti. In questo caso il reato viene commesso a diretto vantaggio del reo, attraverso la copertura dell’ente.

(Cassazione, sezione III penale, sentenza n. 41694/2013)

 

Le condizioni per la rilevanza penale delle condotte elusive nel reato di infedele dichiarazione

Con riferimento al delitto di dichiarazione infedele, contestato all’indagata, particolarmente convincente è il ragionamento seguito dalla Seconda Sezione (Sez. 2, n. 7739 del 22/11/2011 – dep. 28/02/2012) nel ribadire che i reati tributari di dichiarazione infedele o di omessa dichiarazione possono essere integrati anche dalle condotte elusive ai fini fiscali che siano strettamente riconducibili alle ipotesi di elusione espressamente previste dalla legge, ovverossia quelle di cui agli artt. 37, comma terzo, e 37 bis del d. P.R. n. 600 del 1973. A sostegno della rilevanza penale della condotta elusiva si osserva, in primo luogo, che il D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 1, lett. f), fornisce una definizione molto ampia dell’imposta evasa e che il sistema tributario prevede istanze di interpello preventivo: l’interpello ordinario previsto dalla L. 27 luglio 2000, n. 212, art. 11, che sì riferisce a “obiettive condizioni di incertezza sulla corretta applicazione di una norma”, peraltro con riferimento a “casi concreti e personali”; l’interpello antielusivo di cui alla L. 30 dicembre 1991, n. 413; art. 21, l’interpello disapplicativo di cui al D.P.R. n. 600 del 1973, art. 37 bis, comma 8; quello relativo alle società controllate estere di cui all’art. 167 del T.U.I.R.; quello di rating internazionale (D.L. n. 269 del 2003, art. 8). In tale contesto assume particolare rilevanza il D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 16, (Adeguamento al parere del Comitato per l’applicazione delle norme antielusive), il quale dispone che “Non da luogo a fatto punibile a norma del presente decreto la condotta di chi, avvalendosi della procedura stabilita dalla L. 30 dicembre 1991, n. 413, art. 21, commi 9 e 10,…

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