Diario quotidiano del 19 settembre 2014: dichiarazione Imu/Tasi enti non profit: si va verso la proroga della scadenza

Pubblicato il 19 settembre 2014



dichiarazione Imu/Tasi enti non profit: si va verso la proroga della scadenza; nullità della notifica dell’accertamento fiscale agli eredi; beni sequestrati: comunicazione delle Dogane; Iva di gruppo: decisione della Corte Ue; falso in bilancio: nuove misure dal DDL; confisca di prevenzione: proventi dell’evasione fiscale indeducibili

Indice

1) Dichiarazione Imu/Tasi enti non profit: si va verso la proroga della scadenza

2) Nullità della notifica dell’accertamento fiscale agli eredi

3) Beni sequestrati: comunicazione delle Dogane

4) Iva di gruppo: decisione della Corte Ue

5) Falso in bilancio: nuove misure dal DDL

6) Confisca di prevenzione: proventi dell’evasione fiscale indeducibili

 

1) Dichiarazione Imu/Tasi enti non profit: si va verso la proroga della scadenza

Pare vicina la concessione da parte del Mef di una proroga dei termini di scadenza (ancorati al 30 settembre 2014) della dichiarazione ai fini Imu/Tasi che devono presentare gli enti non commerciali.

Difatti, per tale modello comuni e contribuenti sono nel caos: Meccanismi di calcolo farraginosi per determinare la quota di valore catastale imponibile, uniti a difficoltà nella trasmissione della dichiarazione in modalità telematica stanno creando più di un grattacapo agli operatori in vista della scadenza del 30 settembre. Dunque, da più parti si chiede a gran voce una proroga della cui necessità si sarebbero convinti anche al Mef. Tuttavia, in considerazione delle tante anomalie riscontrate nel modello approvato a luglio con decreto, il Ministero potrebbe non limitarsi a un mero slittamento dei termini, optando invece per un intervento di restyling radicale che potrebbe spostare la scadenza per l’adempimento al mese di novembre. Continua a dunque a non avere pace la telenovela sull’Imu degli immobili utilizzati dagli enti no profit (su tutti la Chiesa) in parte per attività istituzionali (e dunque esenti da imposta) e in parte per attività commerciali. Il problema nasce dal fatto che le istruzioni ministeriali chiedono di sommare (e non, come sarebbe più giusto, di metterle in relazione tra di loro) le percentuali relative ai tre criteri da prendere in considerazione al fine di determinare l’Imu e la Tasi: superficie della porzione di immobile destinata ad attività commerciale, numero di persone ospitate nella struttura, stagionalità se l'utilizzazione mista è effettuata solo in periodi limitati dell'anno, per cui la proporzione deve essere determinata in base ai giorni durante i quali l'immobile è utilizzato per lo svolgimento delle attività diverse da quelle esenti da imposta. Per esempio, se un istituto religioso affitta delle camere (che occupano il 20% della superficie catastale dell’immobile) ma solo nei mesi estivi (da inizio giugno a fine settembre, pari al 33% dell’anno), ai sensi del decreto di luglio e delle istruzioni ministeriali dovrebbe pagare Imu e Tasi calcolandole su una base imponibile pari al 53% del valore catastale (20+33), quando invece sarebbe più giusto farle pagare sul 33% del 20%. In alcuni casi (la segnalazione delle anomalie è arrivata da comuni del Trentino Alto Adige) la somma delle diverse percentuali ha dato un valore superiore al 100%. Di qui il campanello d’allarme che qualcosa nel modello di dichiarazione e nelle relative istruzioni non andava. La proroga servirà a rimodulare l’incidenza dei vari criteri in modo da evitare effetti distorsivi che rischiano di chiamare alla cassa gli enti no profit per cifre molto più salate rispetto al dovuto.

 

2) Nullità della notifica dell’accertamento fiscale agli eredi

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 18729 del 05 settembre 2014, ha confermato che la notifica dell’accertamento agli eredi è nulla ove sia impersonale e non collettiva.

È, dunque, nullo l’avviso di accertamento notificato non collettivamente e impersonalmente agli eredi del contribuente defunto nell’ultimo domicilio dello stesso, perché in aperta violazione del disposto contenuto nell’articolo 65 del Dpr 600/1973.

Nel caso di specie, l’erede del contribuente impugnava l’avviso di accertamento a mezzo del quale l’Amministrazione finanziaria accertava, con riferimento ad una quota del defunto in una società in nome collettivo, un maggior reddito di partecipazione ai fini Irpef per l’anno 2004. In primo grado il ricorso veniva accolto. L’Ufficio proponeva, pertanto, appello dinnanzi la Ctr, la quale annullava l’avviso di accertamento poiché notificato «non collettivamente ed impersonalmente agli eredi del contribuente nell’ultimo domicilio dello stesso ma al defunto». Avverso tale decisione l’Agenzia delle entrate proponeva ricorso per Cassazione sulla scorta di due motivi. In primis, riteneva che si potesse ravvisare una violazione e falsa applicazione dell’art. 57 del D.Lgs. 546/1992. In secondo luogo, denunciava la violazione della norma appena citata in relazione all’articolo 360 n. 4 del Cpc, laddove la sentenza basata sull’accoglimento di un motivo nuovo sarebbe stata affetta di nullità.

Assumeva, in effetti, l’Agenzia delle entrate che l’appellata violava il cd. divieto di ius novorum, atteso che in primo grado la stessa si era limitata a denunciare genericamente l’irritualità e regolarità della notifica dell’avviso di accertamento; in sede si appello, di contro, aveva specificato ed evidenziato la violazione dell’articolo 65 del Dpr 600/1973, per essere la notifica avvenuta non presso il domicilio ma presso quello del defunto.

Corte di cassazione - Sentenza 05 settembre 2014, n. 18729

Svolgimento del processo

In primo grado il ricorso era accolto.

La Commissione tributaria regionale della Liguria, adita in appello dall'Agenzia delle entrate, e con appello incidentale dalla R. B. annullava l'avviso di accertamento in quanto notificato il 15 dicembre 2000 non collettivamente ed impersonalmente agli eredi del contribuente nell'ultimo domicilio dello stesso, ma al defunto R.O.B. deceduto il precedente 12 febbraio.

Nei confronti della decisicele l'Agenzia delle entrate prepone ricorso per cassazione sulla base di due motivi.

Motivi della decisione

Il primo motivo, con il quale l'amministrazione ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione dell'art. 57 del d.lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, si chiude con il seguente quesito di diritto: "se il contribuente che in primo grado abbia genericamente denunciato "perplessità dal punto di vista della ritualità e della validità della notificazione dell'avviso di accertamento così carne avvenuta", possa in sede di appello legittimamente "ampliare" il contenuto di tale affermazione, facendovi rientrare la denuncia della specifica violazione dell'art. 65 del d.P.R. 600/1973 (per essere la notifica avvenuta non presso il proprio domicilio, ma presso quello del defunto)".

Con il secondo motivo, denunciarlo violazione e falsa applicazione dell'art. 57 del d.lgs. n. 546 del 1992 in relazione all'art. 360, n. 4, cod. proc. civ., assurte che "la sentenza d'appello basata sull'accoglimento di un motivo nuovo (nella specie, riguardante la violazione dell'art. 65 del d.P.R. n. 600/1973, per essere la notifica avvenuta non presso il proprio domicilio ma presso quello del defunto) sarebbe affetta da nullità".

I due motivi, che, in quanto strettamente legati, possono essere esaminati congiuntamente, seno infondati.

Secondo il consolidato orientamento di questa Come, l’avviso di accertamento intestato ad un contribuente deceduto, notificato allo stesso nell'ultimo domicilio, nonché la stessa notificazione dell'avviso sano affetti da nullità assoluta e insanabile, atteso che, a noma dell'art. 65 del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, l'atto impositivo intestato al dante causa può essere notificato nell'ultimo domicilio di quest'ultimo solamente indirizzando la notifica agli eredi collettivamente e impersonalmente e purché questi, almeno trenta giorni prima, non abbiano (cane nella specie) comunicato all'ufficio delle imposte del domicilio fiscale del de cuius le proprie generalità e il proprio domicilio fiscale. Una siffatta irregolarità di notifica, infatti, incide sulla struttura del rapporto tributario, il quale non è evidentemente configurabile nei confronti di soggetti inesistenti (ex multis, Cass. n. 11447 del 2002, n. 16699 del 2005).

La "irregolarità" della notificazione dell'avviso di accertamento - comportante, per il giudice d'appello, "la dichiarazione di nullità assoluta e insanabile dell'avviso di accertamento, con conseguente nullità ed irrilevanza di tutti gli atti successivi" - era stata infatti già dedotta in primo grado, secondo quel che risulta dalla sentenza impugnata e come si desume dallo stesso quesito di diritto che illustra il primo motivo di ricorso dell'amministrazione ("se il contribuente che in primo grado abbia genericamente denunciato "perplessità dal punto di vista della ritualità, e della validità della notificazione dell'avviso di accertamento così come avvenuta", possa in sede di appello legittimamente "ampliare" il contenuto di tale affermazione...")

Quanto alla lamentata genericità della detta denuncia, la Commissione regionale, interpretando il motivo di appello incidentale della R.B. ha chiaramente individuato il contenuto del rilievo formulato in primo grado e la sua portata, osservando che "..in via preliminare e pregiudiziale occorre esaminare una contestazione effettuata dal contribuente già nel primo grado di giudizio, che non sembra essere stata valutata dal giudice di prime cure : ha rilevato infatti il contribuente che l'avviso di accertamento contro il quale è stato preposto ricorso è stato notificata., al defunto R.O.B.

ribadendo che l'art. 65 del d.P.R. 600/1973 prevede che...".

Il ricorso deve essere pertanto rigettato.

Le spese di lite seguano la soccombenza e si liquidano cane in dispositivo.

Rigetta il ricorso.

Condanna la ricorrente al pagamento delle spese, liquidate in euro 2.500, ivi compresi euro 200 per esborsi.

 

3) Beni sequestrati: comunicazione delle Dogane

Beni sequestrati e confiscati – abbandonati:

1) Irregolare introduzione dei beni nel territorio UE: nascita dell’obbligazione doganale;

2) calcolo dei diritti doganali a seguito di vendita al pubblico incanto dei beni.

Con Circolare n. 13/D del 17 settembre 2014 – conformemente alle linee guida indicate, in materia, dalla Commissione europea e dalla Corte di Giustizia UE – sono state dettate le istruzioni necessarie per stabilire l’insorgenza dell’obbligazione doganale nel caso di importazione irregolare di beni nel territorio dell’Unione europea, nonché per determinare l’importo esatto dei diritti doganali dovuti a seguito di vendita all’asta di beni abbandonati o di beni sequestrati e confiscati.

Riguardo al primo punto, la circolare dispone in particolare che, per le merci sequestrate in Italia, a prescindere dal luogo in cui avviene l’irregolare introduzione, – atteso quanto previsto dall’art. 867-bis del Reg. CEE n. 2454/93 (che assoggetta al regime del “deposito doganale” ex art. 98 del Reg. CEE n. 2913/92 le merci non comunitarie abbandonate a favore dell’erario, sequestrate e confiscate) - l’obbligo di riscuotere i relativi diritti doganali grava sull’Ufficio doganale nel cui ambito territoriale di competenza ricade il “deposito”.

Quanto al secondo aspetto, il provvedimento prescrive che per il computo dei dazi esigibili a seguito di vendita all’asta dei beni abbandonati, oppure sequestrati e confiscati, occorre prendere a riferimento, come base “imponibile” – secondo i criteri previsti dagli artt. 29 e segg. del Reg. CEE n. 2913/92 e dagli artt. 141 e segg. del Reg. CEE n. 2454/93 - il prezzo pagato dall’acquirente dopo l’aggiudicazione definitiva del bene. Essendo l’IVA all’importazione equiparata - in quanto “diritto di confine” - ai dazi doganali, lo stesso criterio di calcolo vale anche ai fini dell’esazione del predetto tributo.

(Agenzia delle Dogane, comunicazione del 18 settembre 2014)

 

4) Iva di gruppo: decisione della Corte Ue

Corte Ue: paga l’Iva il gruppo sui servizi della madre alla filiale. A tale conclusione sono pervenuti i giudici su due questioni pregiudiziali che vedono protagonista la succursale svedese di una holding con sede negli Usa.

La Corte di giustizia Ue dedica la sentenza del 17 settembre 2014, causa C-7/13, alle prestazioni di servizio della casa madre. La partecipazione al gruppo Iva taglia il cordone ombelicale tra la casa madre e la stabile organizzazione: anche le prestazioni di servizi rese dall'una all’altra diventano rilevanti per l’imposta se la succursale ha aderito ad un raggruppamento Iva.

Per conseguenza, le prestazioni rese dalla casa madre estera devono essere assoggettate all’imposta, nel paese membro in cu si trova la stabile organizzazione, a cura del gruppo con il meccanismo dell’inversione contabile.

La pronuncia ha rilevante importanza anche per l’Italia, in vista del prossimo recepimento dell’istituto della monosoggettività passiva delle imprese appartenenti a un gruppo, prevista dalla legge delega di riforma fiscale.

In particolare, i togati europei sottolineano che, secondo l’articolo 2, paragrafo 1, della direttiva Iva, sono assoggettate a Iva le prestazioni di servizi effettuate a titolo oneroso nel territorio dello Stato da un soggetto passivo in quanto tale. Per soggetti passivi, definisce il seguente articolo 9, sono tutti coloro che esercitano un attività economica in modo indipendente.

Secondo giurisprudenza della Corte, una prestazione è imponibile dal momento in cui sussista, tra prestatore e destinatario, un rapporto giuridico alla base dello scambio delle reciproche prestazioni. Nel caso di specie, lo stabilimento succursale non opera in maniera autonoma e indipendente e non sono a suo carico i rischi economici dell’attività. Inoltre, proprio in qualità di stabilimento succursale, la società non è dotata di un capitale proprio e il suo stato patrimoniale è assorbito da quello della capogruppo. Per queste ragioni che la società ricorrente non potrebbe essere identificata quale soggetto passivo ai fini dell’imposta sul valore aggiunto. A tale conclusione non osta nemmeno il fatto che tra società madre e succursale vi sia un accordo per la ripartizione dei costi. Circostanza che, pertanto, non ha nessuna rilevanza per i giudici europei. Allo stesso modo non si può negare che la succursale appartenga a un gruppo di imprese, di cui la società statunitense è la capogruppo, al quale l’Amministrazione finanziaria ha riconosciuto la soggettività passiva ai fini Iva. In tale contesto, le prestazioni di servizi prestate dalla società madre a favore della sede succursale devono essere assoggettate ad Iva in capo al soggetto passivo, ossia in capo al gruppo. Quanto alla seconda questione, come ricordano i giudici europei, l’articolo 196, della direttiva Iva, prevede, in deroga alla regola generale di cui all’articolo 193, che l’Iva sia dovuta nello Stato membro dal soggetto passivo che effettui una prestazione di servizi imponibile qualora, ai sensi dell’articolo 56 della stessa direttiva Iva, tale soggetto non sia stabilito nello Stato membro del beneficiario. Essendo, pertanto, il gruppo a beneficiare dei servizi della società madre è questo il debitore dell’imposta sul valore aggiunto su tali servizi.

I giudici della seconda sezione della Corte di giustizia europea, a conclusione delle motivazioni esposte, si sono espressi

affermando che le prestazioni di servizi, fornite da uno stabilimento sito in Paese extra UE a un altro stabilimento localizzato nel territorio di uno Stato membro, vadano considerate come prestazioni imponibili ai fini Iva a condizione che lo stabilimento succursale appartenga ad un gruppo giuridicamente soggetto passivo ai fini dell’imposta. In tale fattispecie, quale quella di cui alla causa principale, è il gruppo stesso, in qualità di soggetto passivo unico, ad essere debitore e tenuto al versamento dell’Iva.

 

5) Falso in bilancio: nuove misure dal DDL

Il Disegno di Legge n. 19 reca disposizioni in materia di corruzione, riciclaggio e falso in bilancio.

Ecco le principali novità contenute nel suddetto DDL in tema di falso in bilancio e riciclaggio.

Le false comunicazioni sociali oggetto dell’art. 2621, c.c. sono considerate reato di pericolo perseguibile d’ufficio. Inoltre, sono punibili con la reclusione da 1 a 5 anni, pena che consente anche le intercettazioni telefoniche.

Per le società quotate sono previste pene più severe:

- la reclusione da 2 a 6 anni;

- la reclusione da 3 a 12 anni se il danno provocato è grave;

- l’eventuale danno patrimoniale arrecato alla società, ai soci o ai creditori è una aggravante che comporta l’inasprimento della pena;

- l’eliminazione delle cause di non punibilità;

- l’inserimento del delitto relativo alla falsità della revisione, tra i reati-presupposto;

- l’estensione della responsabilità da reato degli enti ai reati tributari;

- l’introduzione del reato di autoriciclaggio.

Nel codice penale in materia di confisca, dunque si introduce l’autoriciclaggio tra i delitti per i quali è sempre ordinata dal giudice la confisca dei beni che ne costituiscono il prodotto o il profitto, salvo che appartengano a persone estranee al reato, ovvero - in caso di impossibilità - la confisca delle somme di denaro, dei beni o delle altre utilità delle quali il reo ha la disponibilità, anche per interposta persona, per un valore equivalente al prodotto, profitto o prezzo del reato.

Più in generale si rileva che la formulazione vigente degli articoli 648, 648-bis e 648-ter del codice penale esclude l'applicabilità dei medesimi nei casi di concorso nel reato presupposto, dalla commissione del quale derivano i proventi illeciti oggetto di ricettazione, riciclaggio o impiego. Il fondamento di tale comune impostazione normativa è tradizionalmente ravvisato nell’assunto secondo cui l’utilizzazione dei beni di provenienza illecita, da parte degli stessi che hanno partecipato alla realizzazione del reato presupposto, sarebbe di per sé già punita nel momento in cui viene punita la condotta dalla quale è scaturito l’arricchimento. In altri termini il legislatore, fino ad oggi, ha configurato le condotte di cui ai predetti articoli come un autonomo reato contestabile solo a soggetti diversi dall'autore del reato presupposto, ritenendo che - ove poste in essere dall'autore del reato presupposto - la loro offensività sia già sanzionata dalla norma incriminatrice che punisce questo ultimo. In conseguenza di ciò, ad esempio, i giudici italiani hanno respinto richieste di estradizione provenienti da paesi i cui ordinamenti consentono la contestazione di fattispecie di riciclaggio anche all'autore del reato presupposto da cui derivano i proventi riciclati, rilevando come in tali casi manchi - con specifico riferimento alle condotte di riciclaggio contestate dall'autorità giudiziaria straniera all'autore del reato - il requisito della doppia incriminazione.

Con i nuovi articoli 648-ter e 648-ter.1 il testo in esame adotta invece una differente impostazione normativa. Infatti il nuovo articolo 648-ter continua ad applicarsi al di fuori dei casi di concorso nel reato presupposto, ma viene limitato alle sole ipotesi di impiego di denaro, beni o utilità provenienti da riciclaggio. Invece il nuovo articolo 648-ter.1 si applica a chiunque impiega i proventi di un delitto non colposo in attività economiche o finanziarie, ovvero li impiega con finalità speculative, se dal fatto deriva nocumento alla libera concorrenza, alla trasparenza e all’andamento dei mercati. La formulazione del nuovo articolo 648-ter.1 non esclude le ipotesi di concorso nel reato presupposto per cui la nuova fattispecie incriminatrice in questione si applicherà a chiunque impiega nei modo anzidetti i proventi di un delitto non colposo - sia che si tratti dell'autore del reato presupposto da cui i proventi derivano sia che si tratti di persona non concorrente in tale reato - a condizione però che il predetto impiego abbia determinato un nocumento alla libera concorrenza, alla trasparenza e all'andamento dei mercati.

False comunicazioni sociali

Si ha la riformulazione dei primi tre commi dell'articolo 2621 del codice civile in materia di false comunicazioni sociali, stabilendo - al nuovo primo comma - che, fuori dai casi previsti dall’articolo 2622 del codice civile - gli amministratori, i direttori generali, i sindaci e i liquidatori - i quali, al fine di conseguire per sé o per altri un ingiusto profitto, nei bilanci, nelle relazioni o nelle altre comunicazioni sociali, previste dalla legge, dirette ai soci o al pubblico, espongono informazioni false ovvero omettono informazioni la cui comunicazione è imposta dalla legge sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale essa appartiene, in modo idoneo a indurre in errore i destinatari sulla predetta situazione - sono puniti con la reclusione da uno a cinque anni. Resta ferma al successivo secondo comma la previsione, già vigente, per effetto della quale la punibilità è estesa anche al caso in cui le informazioni riguardino beni posseduti o amministrati dalla società per conto di terzi. Il novellato terzo comma prevede poi l’aumento della pena fino alla metà se i fatti cagionano un grave danno ai soci, ai creditori, ai risparmiatori o alla società.

Gli amministratori, i direttori generali, i dirigenti preposti alla redazione di documenti contabili societari, i sindaci e i liquidatori di società con azioni quotate in mercati regolamentati o che emettono o garantiscono strumenti finanziari negoziati in mercati regolamentati ovvero diffusi tra il pubblico in misura rilevante - i quali, al fine di conseguire per sé o per altri un ingiusto profitto, nei bilanci, nelle relazioni o nelle altre comunicazioni sociali previste dalla legge, dirette ai soci o al pubblico, espongono informazioni false ovvero omettono informazioni la cui comunicazione è imposta dalla legge sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale essa appartiene, in modo idoneo ad indurre in errore i destinatari sulla predetta situazione - sono puniti con la reclusione da due a otto anni. La punibilità è estesa anche al caso in cui le informazioni riguardino beni posseduti o amministrati dalla società per conto di terzi. Se i fatti cagionano un grave danno ai soci, ai creditori, ai risparmiatori o alla società, la pena è aumentata fino alla metà.

I successivi commi dal sesto all'ottavo del vigente articolo 2622 del codice civile sono abrogati. Il citato comma sesto, relativo all'estensione della punibilità per i fatti previsti anche al caso in cui le informazioni riguardino beni posseduti o amministrati dalla società per conto di terzi, è riproposto in testo pressoché identico dal nuovo secondo comma già ricordato. Il vigente comma settimo, parimenti abrogato dalla proposta in esame, prevede l’esclusione della punibilità se le falsità o le omissioni non alterano in modo sensibile la rappresentazione della situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale essa appartiene, nonché nel caso in cui le falsità o le omissioni determinano una variazione del risultato economico di esercizio, al lordo delle imposte, non superiore al 5% o una variazione del patrimonio netto non superiore all’1%. Infine il vigente comma ottavo, ugualmente abrogato dal testo unico in commento, stabilisce che in ogni caso il fatto non è punibile se conseguenza di valutazioni estimative che, singolarmente considerate, differiscono in misura non superiore al 10% da quella corretta.

 

6) Confisca di prevenzione: proventi dell’evasione fiscale indeducibili

La sproporzione tra i beni posseduti e i redditi dichiarati, che fa scattare la confisca, va calcolata tenendo conto anche dei proventi dell’evasione fiscale. I proventi dell’evasione fiscale non sono deducibili al fine di giustificare la sproporzione.

È quanto stabilito dalle sezioni unite penali della Corte di Cassazione che, con la sentenza n. 33451 del 29 luglio 2014, ha confermato la misura scatta nei confronti di un 48enne di Milano accusato di associazione mafiosa, evasione fiscale, furto e ricettazione. Con una lunga motivazione dove si precisa, prima di tutto, che sotto questo aspetto tutte le confische sono uguali e che le norme sono sovrapponibili, il Massimo consesso di Piazza Cavour ha risolto un contrasto (in realtà generato da una sola decisione contraria) sancendo che: «Ai fini della confisca di cui all’art. 2-ter della legge n. 575 del 1965 (attualmente articolo 24 D.Lgs. 6 settembre 2011, n. 159), per individuare il presupposto della sproporzione tra i beni posseduti e le attività economiche del soggetto, deve tenersi conto anche dei proventi dell’evasione fiscale». Il principio, oltre a rispecchiare l’orientamento prevalente, risponde anche ai criteri delineati della Corte Costituzionale.

La confisca viene ritenuta una misura di prevenzione destinata a bloccare i movimenti dei capitali sospetti per cui costituisce un’arma efficace e necessaria per combattere la criminalità organizzata.

 

Vincenzo D’Andò