Diario quotidiano del 17 settembre 2014: chiarimenti sul visto di conformità

Pubblicato il 17 settembre 2014



bonus assunzioni di personale altamente qualificato: problemi per il click day del 15 settembre; accertamento induttivo: ok alla rilevanza ai fini penali; rapporto sulle entrate tributarie di gennaio-luglio 2014; tirocinanti e/o lavoratori minorenni: certificato penale; chiarimenti sul visto di conformità per accedere alla compensazione orizzontale; sono deducibili i costi delle operazioni soggettivamente inesistenti se rispettano il principio dell’inerenza; esenzione per l’imposta di bollo applicabile agli estratti di c/c e alle rendicontazioni sui rapporti di deposito titoli

 

Indice:

 1) Bonus assunzioni di personale altamente qualificato: problemi per il click day del 15 settembre

 2) Accertamento induttivo: ok alla rilevanza ai fini penali

 3) Rapporto sulle entrate tributarie di gennaio-luglio 2014: sostanziale stabilità

 4) Tirocinanti e/o lavoratori minorenni: certificato penale

 5) Chiarimenti sul visto di conformità per accedere alla compensazione orizzontale

 6) Sono deducibili i costi delle operazioni soggettivamente inesistenti se rispettano il principio dell’inerenza

 7) Esenzione per l’imposta di bollo applicabile agli estratti di c/c e alle rendicontazioni sui rapporti di deposito titoli

 

 

1) Bonus assunzioni di personale altamente qualificato: problemi per il click day del 15 settembre

Il 15 settembre è stato reso disponibile sul sito del Ministero dello Sviluppo economico l’applicazione online per la presentazione delle domande di accesso al credito d’imposta introdotto dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83. Ma già dal 15 settembre 2014, con il sistema Cipaq, ci si può registrare per ottenere le chiavi di accesso valide per il click day del 15 settembre.

Tuttavia, in tale ambito, il Mise ha pubblicato il 15 settembre 2014 la seguente nota:

Il Portale CIPAQ è in manutenzione per il persistere di problematiche tecniche. Si precisa che in relazione alle istanze inserite, per le quali si è evidenziato un malfunzionamento tecnico riguardante la creazione dei documenti da firmare digitalmente e successivamente da inoltrare, si comunica che:

le risorse disponibili coprono ampiamente le domande;

sono stati acquisiti attraverso il sistema telematico CIPAQ, i dati relativi all’ordine cronologico di generazione dell’istanza;

il suddetto ordine cronologico verrà debitamente tenuto in considerazione e le risorse sono state riservate.

Al riavvio del Portale CIPAQ, le aziende interessate dovranno completare la procedura (scaricamento dei file, firma degli stessi, e inoltro tramite il sistema) in modo da perfezionare tramite la firma digitale la documentazione generata.

Della riapertura del Portale verrà anche data comunicazione via PEC a tutte le aziende registrate che potranno procedere all’inserimento/completamento delle istanze. Ci scusiamo per il disagio arrecato.”.

 

 2) Accertamento induttivo: ok alla rilevanza ai fini penali

La Cassazione riconosce la rilevanza ai fini penali dell’accertamento induttivo.

È a rischio l’affitto d’azienda “travestito” da contratto di cessione know-how.

La Corte di Cassazione, con la sentenza 37749 del 15 settembre 2014, ha stabilito che l’accertamento induttivo portato a termine dall’Agenzia delle entrate per la rideterminazione del reddito del contribuente ben può essere utilizzato dal giudice, nel processo penale, ai fini della condanna per il reato di dichiarazione infedele. Il tutto quando all’accertamento dei reali ricavi si giunge sulla base di un ragionamento di carattere indiziario compatibile con i criteri ex articolo 192, comma 2, cpp.

Nulla da fare per due contribuenti, accusati di avere indicato nella dichiarazione dei redditi elementi attivi inferiori a quelli effettivi ed elementi passivi fittizi. Non ha trovato fondamento il rilievo della difesa secondo cui il giudice del merito non avrebbe proceduto ad accertare se il meccanismo negoziale utilizzato da due società, formalmente ricondotto ad un contratto di know how ma nella sostanza consistente in un affitto di azienda, abbia dato luogo ad una effettiva evasione delle imposte sui redditi rilevante ai fini penali, evasione che invece, nella sostanza, non sussisterebbe. Il ragionamento di carattere indiziario, spiegano i giudici supremi, è del tutto compatibile con i criteri che presiedono alla valutazione delle prove.

 

 3) Rapporto sulle entrate tributarie e contributive di gennaio-luglio 2014 e Report delle entrate tributarie internazionali

E’ disponibile sul sito www.rgs.mef.gov.it il rapporto sull’andamento delle entrate tributarie e contributive del periodo gennaio-luglio 2014, redatto congiuntamente dal Dipartimento delle Finanze e dal Dipartimento della Ragioneria Generale dello Stato ai sensi dell’art. 14, comma 5, della legge di contabilità e finanza pubblica (L. 31 dicembre 2009, n.196).

GENNAIO–LUGLIO 2014

Le entrate tributarie e contributive nel periodo gennaio-luglio 2014 mostrano nel complesso una sostanziale stabilità (-0,3%, corrispondente a -1.166 milioni di euro), rispetto all’analogo periodo dell’anno precedente.

La lieve variazione registrata è la risultante di due elementi principali: la diminuzione del gettito tributario dello 0,6% (-1.471 milioni di euro) e la crescita in termini di cassa, per il secondo mese consecutivo, delle entrate contributive pari a +0,2% (+305 milioni di euro), nonostante le imprese beneficino della riduzione dei primi assicurativi Inail prevista dalla legge di stabilità per il 2014.

Il dato sulle entrate tributarie comprende anche i principali tributi degli enti territoriali e le poste correttive, quindi integra quello già diffuso con la nota del 5 settembre scorso.

Sul sito del Dipartimento Finanze è altresì disponibile il Report delle entrate tributarie internazionali del periodo gennaio-luglio 2014, che fornisce l’analisi dell’andamento tendenziale del gettito tributario per i principali Paesi europei, sulla base delle informazioni diffuse con i “Bollettini mensili” di Francia, Germania, Irlanda, Portogallo, Regno Unito e Spagna.

(MEF, comunicato stampa n. 212 del 15 settembre 2014)

 

 4) Tirocinanti e/o lavoratori minorenni: certificato penale

Il Ministero del Lavoro, con l’interpello n. 25 del 15 settembre 2014, ha risposto ad un quesito di Federalberghi (Federazione imprese italiane alberghi e turismo), in merito alla corretta interpretazione dell’art. 2, D.Lgs. n. 39/2014, di attuazione della Direttiva europea 2011/93/EU concernente la lotta contro l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei minori.

In particolare l’istante domanda se, ai sensi della disposizione normativa citata, il datore di lavoro debba richiedere il certificato penale del casellario giudiziale nel caso di assunzione di personale per lo svolgimento di attività di portineria, ricevimento, amministrazione, cucina, bar, sala e pulizia dei piani che possano implicare un contatto con minori.

Il Ministero ha spiegato quanto segue: “…Come chiarito da questo Ministero con circolare n. 9/2014, dalla lettura della norma si evince che l’adempimento in esame trova applicazione nell’ipotesi di assunzione di personale per lo svolgimento di attività professionali che abbiano come destinatari diretti i minori, ovvero nell’ambito di attività che implichino un contatto necessario ed esclusivo con una platea di minori”.

Ne deriva che non rientrano, invece,nel campo di applicazione della norma “quelle attività che non hanno una platea di destinatari preventivamente determinabile, in quanto rivolte ad una utenza indifferenziata”, anche se sia comunque possibile riscontrare la presenza di minori.

Si sottolinea, inoltre, come la medesima disposizione sancisca l’obbligo di richiesta del certificato in capo al datore di lavoro, fissandone il momento in cui quest’ultimo intenda impiegare il lavoratore e dunque esclusivamente prima di effettuare l’assunzione, ovvero nella misura in cui, venuto a scadenza il contratto, il datore di lavoro stipuli un nuovo contratto con lo stesso prestatore (cfr. nota interpretativa Ministero della Giustizia – Ufficio legislativo).

“Alla luce delle osservazioni sopra svolte, in risposta ai quesiti avanzati, si ritiene che nell’ipotesi di attività alberghiere occorre richiedere il certificato solo per quelle attività che involgano un contatto diretto esclusivamente con soggetti minori, come avviene ad esempio per l’addetto al c.d. miniclub o al baby sitting ecc., non riguardando invece le attività del settore afferenti al ricevimento, portineria, cucina, pulizia piani in quanto in tal caso la platea dei destinatari non è costituita soltanto da minori, né tantomeno risulta preventivamente determinabile”.

Per le suddette ragioni, anche in presenza di tirocinanti o lavoratori minorenni in azienda, non si richiede al datore di lavoro l’assolvimento dell’obbligo in questione per il personale impiegato nella stessa unità produttiva, quand’anche addetto ad attività di tutoraggio, svolgendosi di norma tale ultima attività in via eventuale e, comunque, complementare all’attività lavorativa principale per il cui svolgimento il lavoratore è stato assunto.

Infine, “si ribadisce che l’obbligo in questione sussiste al momento dell’assunzione del lavoratore e non anche nel caso in cui, nel corso di un rapporto di lavoro già instaurato, lo stesso sia successivamente spostato ad altra attività rientrante nel campo applicativo della disposizione”.

Del resto, l’art. 25 bis del D.P.R. n. 313/2002 – secondo cui “il certificato penale del casellario giudiziale (…) deve essere richiesto dal soggetto che intenda impiegare al lavoro una persona (…)” – valutato unitamente alla lettera dell’art. 10, par. 2, della Direttiva europea 2011/93/EU – secondo cui “gli Stati membri adottano le misure necessarie per assicurare che i datori di lavoro, al momento dell’assunzione di una persona per attività (…)” – induce a concludere nel senso anzidetto.

Così ha anche specificato il Ministero della Giustizia – Ufficio legislativo, secondo cui “la norma pone l’obbligo a carico del datore di lavoro in riferimento al momento in cui inizia il rapporto di lavoro.

Disabili: niente congedo per il convivente

Il Ministero del Lavoro, con la risposta all’interpello n. 23 del 15 settembre 2014, ha chiarito che il congedo straordinario retribuito ex art. 42, comma 5, D.Lgs. n. 151/2001, non spetta al convivente more uxorio in quanto lo stesso non è soggetto legittimato.

Tuttavia, il Ministero, richiamando la circolare n. 41 del 16.3.2009 dell’INPS, sostiene che i genitori adottivi ed affidatari hanno titolo a fruire del congedo solo nella misura in cui si verifichi una delle condizioni sotto riportate:

- il figlio – portatore di handicap – non sia coniugato o non conviva con il coniuge;

- il coniuge del figlio non presti attività lavorativa o sia lavoratore autonomo;

- il coniuge del figlio abbia espressamente rinunciato a godere per lo stesso soggetto e nei medesimi periodi del congedo in esame.

In realtà, la circolare si riferisce al dettato normativo precedente all’ultima modifica legislativa in forza della quale, come chiarito dall’INPS stesso, con la circolare n. 32 del 6 marzo 2012, il testo novellato del comma 5 dell’art. 42, D.Lgs. n. 151/2001, stabilisce un nuovo ordine di priorità dei soggetti aventi diritto alla fruizione del congedo straordinario che degrada solo in caso di mancanza, decesso o in presenza di patologie invalidanti dei primi.

Quindi, è sicuramente corretto affermare che l’art. 42, comma 5, D.Lgs. n. 151/2001, consenta al genitore non convivente di beneficiare del periodo di congedo nel caso in cui il disabile non risulti coniugato o non conviva con il coniuge, anche laddove possa essere garantita idonea assistenza da parte di un convivente more uxorio, non essendo tale soggetto legittimato a fruire del diritto; non sembra, invece, corretto sostenere che il genitore possa beneficiare del periodo di congedo nel caso in cui il coniuge rinunci espressamente a godere del diritto in questione per lo stesso soggetto e nello stesso periodo.

Cambio appalto e computabilità orfani

Il Ministero del Lavoro, con l’interpello n. 22 del 15 settembre 2014, ha risposto ad un quesito di ANISA (Associazione Nazionale delle Imprese di Sorveglianza Antincendio) in merito alla corretta interpretazione dell’art. 18, comma 2, della Legge n. 68/1999 con particolare riferimento al “riconoscimento dell’orfano già in forza per effetto di una acquisizione di appalto ed ai fini dell’assolvimento degli obblighi di legge”.

In particolare se, nelle ipotesi di cambio appalto e di conseguente obbligo contrattuale di assunzione del personale già in forza presso il precedente appaltatore ai sensi dell’art. 4 del CCNL imprese pulizia/multiservizi, l’impresa subentrante debba procedere ad una assunzione ex novo di un altro soggetto orfano ovvero “possa ritenersi riconosciuto ai fini degli obblighi di legge il soggetto orfano già in forza ma non riconosciuto come tale ex Legge n. 68/1999”.

La risposta in sintesi del Ministero:

“…si ritiene che, nell’ipotesi di cambio appalto, il datore di lavoro subentrante potrà computare nella quota di riserva ex art. 18, comma 2 il personale orfano assunto in applicazione dell’obbligo contrattuale di cui all’art. 4 del CCNL imprese pulizia/multiservizi e quindi al di fuori delle procedure sul collocamento obbligatorio.”

Contratti di arruolamento a tempo determinato e D.Lgs. n. 368/2001

Il Ministero del Lavoro, con l’interpello n. 24 del 15 settembre 2014, ha risposto ad un quesito di Fedarlinea, in merito alla possibile applicazione della disciplina sul contratto di lavoro a termine di cui al D.Lgs. n. 368/2001 ai contratti di arruolamento a tempo determinato ed “a viaggio”, previsti nel settore marittimo dagli artt. 325 e 326 del R.D. n. 327/1942 (Codice della Navigazione).

Questa la risposta del Ministero:

“…Alla luce del quadro regolatorio, appare ragionevole affermare come il Codice della Navigazione, pur non prevedendo le medesime misure stabilite dal D.Lgs. n. 368/2001 circa i limiti percentuali e il numero massimo delle proroghe, realizza un altrettanto efficace sistema di garanzie in favore dei lavoratori a termine; ciò anche in considerazione delle peculiarità dell’organizzazione del lavoro in tale ambito che giustificano un utilizzo di questa tipologia contrattuale in misura strutturalmente maggiore rispetto ai limiti di contingentamento previsti in linea generale dal D.Lgs. n. 368/2001.

Pertanto, in considerazione delle osservazioni sopra svolte e attesa la discrezionalità degli Stati membri in merito alla realizzazione degli obiettivi fissati dall’ordinamento comunitario, si ritiene che possa trovare applicazione la disciplina contemplata in materia di contratto a termine dal Codice della Navigazione, da intendersi come disciplina speciale per il settore del lavoro marittimo.”

 

5) Chiarimenti sul visto di conformità per accedere alla compensazione orizzontale

Pronte le indicazioni di carattere operativo finalizzate a chiarire come il visto introdotto dall’art. 1 co. 574 L. n. 147/2913 si collochi nell’attuale contesto normativo.

Il Coordinamento Ordini dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili della Lombardia (Codis) ha redatto e pubblicato un utile documento in tema di visto di conformità con il quale vengono fornite alcune indicazioni di carattere operativo finalizzate a chiarire come il visto introdotto dall’art. 1 co. 574 L. n. 147/2913 si collochi nell`attuale contesto normativo.

In particolare il citato documento approfondisce temi quali elenco centralizzato, visto “leggero” e visto da Legge di stabilità, polizza assicurativa, visto sulle proprie dichiarazioni, soggetti abilitati al rilascio del visto di conformità, momento del rilascio del visto di conformità.

Con l’introduzione del visto di conformità per poter accedere alla compensazione “orizzontale” (ex art. 17 D.lgs. n. 241/1997) dei crediti relativi alle imposte sui redditi (IRES, IRPEF e addizionali), alle ritenute alla fonte, alle imposte sostitutive e all’IRAP, per importi superiori a Euro 15.000,00, si pongono alcune questioni relative al coordinamento di tale previsione con l’attuale sistema vigente in materia di visti e certificazioni di carattere tributario.

Elenco centralizzato

“L’elenco centralizzato dell’Agenzia delle Entrate dei soggetti legittimati al rilascio del visto di conformità ex art. 1 co. 574 L. n. 147/2013 sulle dichiarazioni fiscali, è il medesimo nel quale sono stati iscritti in passato tutti coloro che hanno presentato la comunicazione di cui all’art. 21 D.M. 31 maggio 1999 n. 164?”

“Visto leggero” e visto da Legge di Stabilità

“I professionisti già iscritti nell’elenco centralizzato ed abilitati al rilascio del c.d. “visto leggero” sono pertanto abilitati al rilascio del visto di cui all’art. 1, co. 574 della L. n. 147/2013?”

Polizza assicurativa

“I requisiti richiesti con riferimento alla polizza assicurativa rimangono invariati, oppure il professionista dovrà integrare il testo della precedente polizza? In particolare occorrerà specificare per quale tipologia di dichiarazioni fiscali il visto potrà essere rilasciato?”

Essendo il rispetto delle caratteristiche richiamate già vincolate per l’inserimento dei professionisti nell’elenco informatizzato dei soggetti abilitati al rilascio del visto di conformità da parte dell’Agenzia delle Entrate, i professionisti iscritti nel citato elenco non devono procedere ad alcuna integrazione, modifica o emendamento della polizza assicurativa già presentata.

Visto sulle proprie dichiarazioni

“Il professionista può apporre il visto sulla propria dichiarazione? La Direzione Regionale delle Entrate per la regione Piemonte ha risposto all’ODCEC di Torino che, a tal proposito non paiono esservi incompatibilità di alcun tipo”.

Incidentalmente, si evidenzia come una eventuale (e non prevista) limitazione in tal senso parrebbe essere contraria alle intenzioni del Legislatore il quale, attraverso l’introduzione del visto ex art. 1 co. 574 L. n. 147/2013 ha inteso attribuire a soggetti particolarmente qualificati e dotati di idonee coperture assicurative, il controllo formale sulle dichiarazioni dalle quali emerge un credito di importo superiore a Euro 15.000 da utilizzarsi in compensazione “orizzontale” ai sensi del D.lgs. n. 241/1997: ciò mal si concilierebbe con l’impossibilità da parte di un siffatto soggetto di apporre al visto dei propri crediti, presupponendo che lo stesso possa, in qualche misura (e per fini strumentali), disattendere agli obblighi previsti in materia di controllo dei crediti oggetto di visto.

Soggetti abilitati al rilascio del visto di conformità

“Per essere iscritti negli elenchi della Direzione Regionale delle Entrate, relativi ai soggetti abilitati al rilascio del visto di conformità, è obbligatorio avere una partita IVA?”

Soggetto abilitato al rilascio del visto di conformità: soggetto passivo IVA rientrante nella c.d. categoria dei “minimi” (art. 1 co. 96 – 117 L. n. 244/2007)

“Un soggetto rientrante nel c.d. “regime dei minimi” (ex art. 1 co. 96 – 117 L. n. 244/2007) può iscriversi nell’elenco dei soggetti abilitati al rilascio del visto di conformità?”

Momento di rilascio del visto di conformità ex art. 1 co. 574 L. n. 147/2013

“Si chiede di conoscere se il visto di conformità ex art. 1 co. 574 L. n. 147/2013 debba essere rilasciato preventivamente rispetto alla compensazione del credito mediante modello F24, oppure all’atto (eventualmente successivo) di presentazione della dichiarazione cui detto credito scaturisce”.

 

6) Sono deducibili i costi delle operazioni soggettivamente inesistenti se rispettano il principio dell’inerenza

Se sono state emesse fatture per operazioni soggettivamente inesistenti, l’Iva è dovuta dall’utilizzatore per l’intero ammontare indicato o corrispondente alle fatture stesse. Sono, invece, deducibili per l’acquirente dei beni i costi delle operazioni soggettivamente inesistenti, purché si rispettino i principi di effettività, inerenza, competenza, certezza, determinatezza o determinabilità previsti dalla normativa riguardante le imposte sui redditi.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 18759 del 05 settembre 2014, nella quale vengono richiamati, per risolvere il caso, i principi dettati dalla Corte di giustizia europea in materia di frode fiscale. Lo schema classico per configurare la fattispecie relativa a “fatture soggettivamente inesistenti” è quello in cui la transazione commerciale (cessione di beni o erogazione di servizi) avviene effettivamente, ma il fornitore reale è un soggetto diverso da quello che appare e che emette la fattura. Alla base, dunque, dell'operazione ci sono enti che omettono il pagamento dell'Iva incassata e i clienti che beneficiano indirettamente attraverso una riduzione del prezzo di acquisto o di altri vantaggi.La Corte di Cassazione, nella sentenza n. 18759/2014, ha anche affrontato una questione molto interessante, ossia la questione della responsabilità del rappresentante fiscale di una società estera operante in Italia.

In particolare, nel caso di specie, la società estera era una società della Repubblica di San Marino. Il rappresentante fiscale aveva ricevuto un avviso di accertamento con il quale l’Agenzia delle Entrate intendeva recuperare maggiori imposte dirette ed Iva in relazione a costi indeducibili ed illegittime detrazioni per operazioni ritenute soggettivamente inesistenti ed in relazione alla mancata contabilizzazione dei ricavi.

Il rappresentante fiscale aveva sostenuto in giudizio che, in quanto, appunto, mero rappresentante fiscale, non gli potevano essere addebitati fatti omissivi o commissivi ascrivibili ad una società amministrata da altra persona.

In primo ed in secondo grado, i Giudici avevano in parte dato ragione al destinatario dell’avviso di accertamento, sostenendo che non potevano essergli imputate, in quanto rappresentante fiscale ai fini Iva, delle responsabilità derivanti da irregolarità in materia di imposte dirette.

La Corte di Cassazione ha, invece, affermato la piena responsabilità del rappresentante fiscale.

CORTE DI CASSAZIONE - Sentenza 05 settembre 2014, n. 18759

Tributi - Imposte sui redditi e IVA - Accertamento - Operazioni inesistenti - Mancata contabilizzazione ricavi - Responsabilità solidale rappresentante fiscale ai fini Iva - Società con sede all’estero

Ritenuto in fatto

Premesso che facevano capo al R. due ditte operanti nel settore dei prodotti informatici, la società pesarese E. e la società sanmarinese S.T., era il R. stesso a contattare direttamente i clienti finali e a consegnare loro direttamente - e spesso personalmente - la merce proveniente da San Marino, interponendo nel passaggio diretto società imolesi e pesaresi compiacenti allo scopo di neutralizzare il debito IVA.

In sintesi la triangolazione si articolava in tre passaggi successivi coinvolgenti (a) la società sanmarinese S.T. quale ditta extracomunitaria «a monte», (b) la società ET di Falconara (e altre italiane), quale ditta cliente «a valle», (c) società compiacenti intermedie (C.S, S., L.).

Il giudice di prime cure accoglieva parzialmente il ricorso limitatamente alla mancata contabilizzazione di ricavi e alla detraibilità dell'IVA. Osservava che non potevano essere imputate al R., quale rappresentante fiscale ai fini dell'imposta del valore aggiunto (art. 17 DPR n. 633 del 1972), responsabilità derivanti da irregolarità in materia di imposte dirette (art. 4 DPR n. 600 del 1973). Aggiungeva che, nonostante si trattasse di operazioni soggettivamente inesistenti, non v'era ragione per negare la detrazione dell'IVA risultando altrimenti violato il principio delle capacità contributiva.

Considerato in diritto

E' proprio l'indicazione riassuntiva e sintetica dei fatti controversi e trascurati (o malamente valutati), e cioè il quesito di fatto, che marca la differenza rispetto al sistema processuale previgente che già prevedeva la redazione del motivo con l'indicazione specifica della censura denunciata. Nulla di quanto necessario è leggibile nel caso di specie mancando, finanche graficamente, qualsivoglia quesito di fatto a conclusione e sintesi del primo e nel terzo motivo di ricorso.

Infatti, l'emissione della fattura da parte di un soggetto diverso da quello che ha fatto la cessione o la prestazione non è riconducibile a emissione di fattura recante indicazioni incomplete o inesatte ovvero a mera omissione dell'indicazione dei soggetti tra cui è effettuata l'operazione, ma va qualificata come fatturazione di un'operazione soggettivamente inesistente, per la quale dev'essere versata la relativa imposta, ai sensi dell'art. 21 del decreto IVA, non essendo consentita la detrazione di fatture emesse da chi non è stato controparte nel rapporto riguardante l'operazione fatturata (Cass. 5719/07; conf. inter partes Cass. 21770/10).

Se il diritto del contribuente alla detrazione costituisce nucleo fondamentale del sistema comune europeo (Corte di giustizia, 6 dicembre 2012, in C-285/11; 31 gennaio 2013, in C-642/11), tuttavia l'amministrazione finanziaria può ben provare che il contribuente era partecipe di frode o disponeva di elementi tali da porre sull'avviso qualunque imprenditore onesto e mediamente esperto (Cass. 23560/12 e 9108/12), soprattutto nell'ipotesi di circolazione di beni con interposizione di ditte sfornite di dotazione personale e strumentale adeguata all'esecuzione della prestazione (Cass. 6229/13 e 23074/12). Dunque, se sono emesse fatture per operazioni inesistenti, l'imposta stessa è dovuta per l'intero ammontare indicato o corrispondente alle indicazioni della fattura (art. 21, settimo comma).

La sentenza d'appello - che pure riconosce sia la presenza di operazioni soggettivamente inesistenti (messe in atto da ditte con difficoltà gestionali o prive di sede, locali, magazzini, punti di vendita) e sia il ruolo rappresentativo svolto in Italia dal R. per la società sanmarinese S.T. - ha disatteso i superiori consolidati principi di diritto e deve, pertanto, essere cassata sul punto.

Trattasi di disciplina che ha effetto retroattivo, atteso il tenore del comma 3, del richiamato art. 8 (C. Cost. 190/12 e 248/12; conf. Cass. 5342/13, 8011/2013 e 27797/13), la cui pertinenza al caso di specie impone il rilievo anche ex officio (Cass. 661/14).

Non rileva, in questa sede, delibare la portata dell'espressione «direttamente utilizzati», onde verificare se la stessa comprenda soltanto i costi dei beni e servizi direttamente sostenuti per la commissione di un delitto non colposo, ovvero anche quelli strumentali o correlati ad attività illecite (es. costi di beni e servizi acquistati per una finalità lecita ma concretamente adoperati per commettere il delitto).

Infatti, l'art. 8 cit. precisa una regola per l'accertamento tributario ai fini delle imposte sui redditi senza riflesso sulla responsabilità penale in dipendenza delle condotte punite dall'art. 2 del D.Lgs. n. 74 del 2000 (Cass. 661/14; conf. Cass. pen. 41694/13, 29061/13, 40559/12; vedi Cass. pen. 36916/13). Peraltro, nella specie, va osservato che i prodotti informatici fatturati non sono stati utilizzati per commettere reati ma per essere commercializzati (vedi, In tema, Cass. 27720/13; conf. 10167/12 e 5342/13).

Per questo motivo è necessario accertare, con verifica impossibile in sede di legittimità e devoluta al giudice di merito in sede di rinvio, che si tratti di costi che, a norma del TUIR, siano concretamente rispettosi dei principi di effettività, inerenza, competenza, certezza, determinatezza o determinabilità.

Dichiara inammissibili il primo e il terzo motivo di ricorso principale, accoglie il secondo e il ricorso incidentale, cassa la sentenza di apppello con rinvio, anche per le spese, alla Commissione tributaria regionale Marche, in diversa composizione.

 

 

7) Esenzione per l’imposta di bollo applicabile agli estratti di c/c e alle rendicontazioni sui rapporti di deposito titoli

L’Agenzia delle entrate, con la risoluzione n. 84/E del 16 settembre 2014, ha fornito chiarimenti in relazione all’imposta di bollo applicabile agli estratti di conto corrente e alle rendicontazioni relative a rapporti di deposito titoli inviati dalle banche nell’ambito del Servizio di Tesoreria.

La banca che agisce in veste di tesoriere svolge la funzione di agente contabile dell'ente locale (articolo 93 del D. Lgs. n. 267 del 2000) e la documentazione inviata dalla banca all'ente, in virtù della convenzione di tesoreria, appare riconducibile e funzionale alla redazione del conto della gestione cui il tesoriere è obbligato per legge.

Sulla base di tali considerazioni, l’Agenzia ritiene, dunque, che la documentazione che viene inviata dal tesoriere all'ente locale in relazione a rapporti di conto corrente e di deposito titoli, strumentali allo svolgimento del servizio di tesoreria, possa essere ricondotta nella previsione recata dall'articolo 27 della Tabella allegata al DPR n. 642 del 1972, che stabilisce l'esenzione, in modo assoluto, dall'imposta di bollo, per i "Conti delle gestioni degli agenti dello Stato, delle regioni, province, comuni e relative aziende autonome; conti concernenti affari trattati nell'interesse delle dette amministrazioni".

L’Agenzia precisa, per completezza, che, qualora l'ente locale, nell'ambito della propria autonomia contrattuale, instauri un autonomo rapporto di conto corrente, ovvero di custodia e amministrazione titoli, con l'intermediario finanziario, per il quale non trovano applicazione le previsioni recate dal D. Lgs. n. 267 del 2000, lo stesso sarà assoggettato all'imposta di bollo di cui rispettivamente all'articolo 13, commi 2-bis e 2-ter, della Tariffa allegata al DPR n. 642 del 1972, prevista per gli estratti di conto corrente e le comunicazioni periodiche inviate alla clientela relative ai prodotti finanziari.

Per quanto attiene alle modalità di recupero dell'imposta di bollo corrisposta dalla banca istante per le annualità 2012 e 2013 in relazione ai conti di tesoreria, l’Agenzia ritiene che gli importi versati possano essere chiesti a rimborso dalla Banca istante entro il termine di decadenza di tre anni a decorrere dal giorno in cui è stato effettuato il pagamento (articolo 37 del DPR 26 ottobre 1972, n. 642). Detta imposta non può invece essere compensata con i versamenti dell'imposta di bollo da effettuare nel 2014.

Le previsioni recate dall'articolo 15, comma 6, e 15-bis del DPR n. 642 del 1972, richiamate dall'istante, sono volte a disciplinare specifiche ipotesi (credito risultante dalla dichiarazione annuale e versamento dell'acconto dell'imposta di bollo) in cui l'imposta versata può essere scomputata dai versamenti dell'imposta di bollo da effettuare e, pertanto, la loro applicazione non può essere estesa, in via interpretativa, a fattispecie differenti, come quella oggetto di esame con il presente interpello.

 

Vincenzo D’Andò