Diario quotidiano del 5 agosto 2014: i rischi tributari del curatore fallimentare

Pubblicato il 5 agosto 2014



niente Iva sul servizio di vigilanza delle navi; agenti di commercio: siglato l’accordo economico collettivo; ammortizzatori in deroga: rifinanziamento per il 2014; debiti fiscali: da provare la “colpa” del curatore fallimentare; imposte di registro e catastali: basi imponibili distinte; ricavi fittizi da dimostrare

 

 Indice:

 1) Niente Iva sul servizio di vigilanza delle navi

 2) Agenti di commercio: siglato l’accordo economico collettivo

 3) Ammortizzatori in deroga: rifinanziamento per il 2014

 4) Debiti fiscali: da provare la “colpa” del curatore fallimentare

 5) Imposte di registro e catastali: basi imponibili distinte

 6) Ricavi fittizi da dimostrare

 

 

1) Niente Iva sul servizio di vigilanza delle navi

Non si applica l’Iva sull’attività di controllo e protezione dei mercantili battenti bandiera italiana in transito negli spazi marittimi internazionali a rischio pirateria.

Niente Iva per il servizio di vigilanza armata che garantisce la sicurezza delle navi mercantili, del loro carico e dell’equipaggio, durante la navigazione in alto mare. La prestazione, infatti, è riconducibile fra quelle “direttamente destinate a sopperire ai bisogni delle navi” alle quali è applicabile il regime di non imponibilità (articolo 8-bis, comma1, lettera e-bis), Dpr 633/1972).

Lo ha chiarito l’Agenzia delle entrate, con la risoluzione n. 79/E del 1° agosto 2014.

L’Agenzia ha evidenziato, in primo luogo, che la “legge comunitaria 2010” (legge 217/2011), con la modifica all’articolo 8-bis del Dpr 633/1972, ha esteso il regime di non imponibilità ai fini Iva alle “cessioni di navi adibite alla navigazione i alto mare e destinate all’esercizio di attività commerciali….” e alle “prestazioni di servizi direttamente destinate a sopperire ai bisogni delle navi”.

Le navi, quindi, per fruire del regime di esenzione Iva devono essere destinate all’esercizio di attività commerciali adibite alla navigazione in alto mare.

La risoluzione chiarisce che nel caso in esame, entrambi i requisiti sono soddisfatti. Il servizio di protezione e vigilanza, infatti, è destinato a una nave mercantile e quindi è legato all’attività commerciale svolta dalla stessa.

Inoltre, anche la condizione che la prestazione deve essere resa in alto mare può ritenersi assolta. Al riguardo l’Agenzia chiarisce che per “alto mare” si intende la zona marina al di fuori delle 12 miglia nautiche (articolo 3 della Convenzione delle Nazioni unite sul diritto del mare) e le navi che possono fruire del servizio di vigilanza armata sono solo quelle che percorrono le acque internazionali, cioè l’area marina che si trova oltre le 12 miglia nautiche dalla costa.

Infine, l’attività di sicurezza svolta dalla società istante si può senz'altro considerare un servizio destinato a sopperire ai “bisogni della nave”. In questo concetto, infatti, vanno incluse non solo le prestazioni connesse alla struttura dell’imbarcazione e dei componenti, ma anche tutti quei servizi che rendono possibile l’esercizio dell’attività a cui la stessa nave è destinata.

Tali servizi, infine, per fruire del regime di esenzione Iva, dovranno essere forniti direttamente nei confronti dell'armatore.

Al riguardo l’Agenzia ricorda le pronunce della Corte di giustizia Ce (sentenza da C-181/2004 a C-183/2004), in base alle quali le operazioni, per essere attratte nel regime di non imponibilità, devono essere svolte esclusivamente per l’armatore della nave.

 

2) Agenti di commercio: siglato l’accordo economico collettivo

Lo scorso 30 luglio, Fisascat Cisl, Filcams Cgil, Uiltucs, Fiarc, Fnaarc, Usarci, Ugl e le rappresentanze datoriali Confindustria, Confapi e Confcooperative hanno sottoscritto l’accordo economico collettivo per oltre 200.000 agenti e rappresentanti di commercio italiani del settore industriale.

Si potrà accedere ai percorsi di formazione professionale erogati dal costituente Ente Bilaterale per gli agenti e rappresentanti di commercio, al quale sarà affidato anche il ruolo di osservatorio sulla professione.

In seno alla bilateralità, al fine di ridurre il contenzioso legale, sarà inoltre istituita una apposita commissione per la conciliazione individuale.

Nel ribadire il principio dell’impossibilità per la ditta mandante di valersi di più agenti o rappresentanti per trattare gli affari di aziende della stessa zona o dello stesso ramo in concorrenza, l’accordo stabilisce che le variazioni di zona – territorio, clientela, prodotti – e la misura delle provvigioni, debbano essere comunicate in forma scritta con un preavviso fino a quattro mesi, con possibilità di rifiuto da parte dell’agente o del rappresentante di commercio. La casa mandante sarà obbliga al pagamento dell’indennità di clientela qualora le variazioni di zona incidano, nell’arco dei 18 mesi di attività, nella misura superiore al 15% del fatturato.

Ampliate le tutele per le lavoratrici madri. In caso di gravidanza e puerperio il periodo di sospensione del rapporto di lavoro passa da 8 a 12 mesi, periodo durante il quale la casa mandante non potrà procedere alla risoluzione del rapporto di lavoro.

Altra importante novità riguarda le indennità di competenza in caso di scioglimento del contratto di lavoro. Oltre al Firr, l’indennità di risoluzione del rapporto, ed all’indennità suppletiva di clientela, all’atto della cessazione del contratto di agenzia e di rappresentanza commerciale, già previste nel precedente Aec, il nuovo accordo chiarisce le modalità di erogazione della indennità meritocratica, stabilendone l’effettiva erogazione nel caso in cui l’agente o il rappresentante abbia sensibilmente contribuito ad incrementare la clientela o il giro di affari con sostanziali vantaggi per la casa mandante.

Il nuovo articolato contrattuale contempla anche una sezione dedicata all’attività della Fondazione Enasarco, l’Ente di Previdenza e di Assistenza Sanitaria Integrativa per gli Agenti e Rappresentanti di Commercio

 

3) Ammortizzatori in deroga: rifinanziamento per il 2014

Il Ministero del Lavoro informa che la copertura complessiva per l’anno 2014 degli ammortizzatori in deroga sale ad 1 miliardo e 720 milioni. Inoltre, sono stati definiti nuovi criteri per la concessione.

Questo il comunicato stampa apparso sul sito del Ministero del Lavoro.

“Rifinanziamento degli ammortizzatori sociali in deroga, che potranno contare su una copertura complessiva, per il 2014, di 1 miliardo e 720 milioni (320 milioni in più rispetto all’ammontare previsto nella legge di stabilità 2014), immediata disponibilità di 400 milioni per il pagamento delle prestazioni relative al 2014 e nuovi criteri per la loro concessione e fruizione.

Sono queste, in sintesi, le novità prodotte dal lavoro svolto nelle ultime settimane dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e dal Ministero dell’Economia e delle Finanze per dare soluzione ai problemi che si erano determinati relativamente alle coperture per gli interventi di CIG e mobilità in deroga.

“Con il reperimento di ulteriori risorse e la contestuale definizione di nuovi criteri per la loro erogazione” – sottolinea il Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Giuliano Poletti – “abbiamo voluto dare risposta ad un’emergenza, con l’intenzione di costruire un ponte verso un nuovo assetto complessivo degli ammortizzatori sociali i cui principi sono fissati nella legge delega sul lavoro in discussione al Senato, che vedrà un ruolo crescente delle politiche attive per il lavoro”.

La necessità di reperire nuove risorse derivava, in primo luogo, dal fatto che dei 1.400 milioni stanziati dalla legge di stabilità per il 2014, 800 sono stati utilizzati per il 2013. Ai 600 milioni residui, insufficienti rispetto alle necessità, si sommavano 450 milioni di somme residue già assegnate ad alcune Regioni, non utilizzate nel 2013. Si arrivava così ad una disponibilità complessiva di 1.050 milioni.

Da qui l’elaborazione di una proposta normativa che incrementa il finanziamento di Cassa integrazione e mobilità in deroga di 678 milioni di euro per l’anno 2014, portando le risorse complessivamente disponibili (al netto di 8 milioni che andranno a finanziare la chiusura 2013 delle prestazioni cofinanziate dalla bilateralità in caso di sospensione dell’attività lavorativa) ad 1 miliardo e 720 milioni, 320 milioni in più rispetto ai 1.400 milioni stanziati nella legge di stabilità. La copertura dei 678 milioni è garantita, essenzialmente, da risorse non utilizzate riferite a leggi esistenti (bonus Letta, contratti di produttività) e da risorse derivanti dal cosiddetto Fondo dello 0,30%, per la maggior parte nella disponibilità del Ministero del Lavoro e del Ministero dell’Economia e per 92,4 milioni nella disponibilità dei fondi interprofessionali per la formazione continua.

Questi interventi saranno oggetto di norme che verranno inserite in uno specifico provvedimento finalizzato al finanziamento degli ammortizzatori sociali in deroga.

Contemporaneamente, è stato firmato un decreto ministeriale che definisce nuovi criteri per l’erogazione degli ammortizzatori sociali in deroga. Tra questi, l’impossibilità di utilizzare la CIG in deroga in caso di cessazione dell’attività aziendale; l’incremento dell’anzianità aziendale necessaria per accedere agli ammortizzatori; la limitazione ad 11 mesi per il 2014 e a 5 mesi per il 2015 per la fruizione della CIG in deroga; la limitazione della durata del trattamento di mobilità in deroga.

Al fine di consentire una gestione del passaggio dal precedente all’attuale regime, è previsto un periodo transitorio, limitato al 2014, nel quale sono ammesse specifiche deroghe in ambito nazionale e regionale.”

 

4) Debiti fiscali: da provare la “colpa” del curatore fallimentare

Il curatore fallimentare risponde solidalmente dei debiti tributari della società qualora utilizzi il patrimonio fallimentare in modo contrario al diritto.

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 16373 del 17 luglio 2014, ha stabilito che l’amministrazione non può limitarsi ad affermare la responsabilità solidale del curatore mediante la semplice notifica della cartella di pagamento adducendo che egli sia stato comunque in grado di difendersi. Secondo i giudici anche per i curatori fallimentari vale il principio di carattere generale in base al quale si risponde di un evento nella misura in cui si è concorso a cagionarlo. Ne consegue che nell’atto impositivo l'Ufficio deve innanzitutto enunciare le circostanze che determinano il cattivo utilizzo dell’attivo fallimentare e successivamente deve provarle in giudizio.

Il caso in questione origina dal ricorso alla suprema Corte dell’Agenzia delle entrate avverso la sentenza della Commissione Tributaria Regionale che accoglieva l’appello di un professionista indicato come coobbligato in solido, prima quale amministratore giudiziale e poi come curatore fallimentare di una Srl società unipersonale. Si è chiesta, la Corte, se, in quali casi ed entro quali limiti il curatore (o l’amministratore giudiziale) possano essere considerati responsabili dell’omesso versamento di imposte e quindi tenuti, in proprio, al versamento ove queste pretese non vengano soddisfatte dall’attivo fallimentare. Ed in particolare se simile onere gravi sul professionista in causa. La risposta della CTR è stata negativa. In primo luogo , per una considerazione specifica attinente alla presente controversia, cioè a cagione del difetto di motivazione della cartella.

Questa constatazione non è però di per se sola risolutiva: se il curatore fosse in ogni caso e sempre solidalmente tenuto per i debiti tributari della società fallita, maturati nel periodo di gestione dell’impresa ad opera del curatore, basterebbe il richiamo a questa sua qualità per motivare l’atto impositivo. In via subordinata, la CTR sostiene il difetto del presupposto di legge; “atteso che ogni contestazione rivolta all’amministratore giudiziario ovvero al curatore fallimentare avrebbe dovuto comunque essere diretta agli organi previsti dalle speciali norme (Tribunale Penale o fallimentare); ed ancora il travisamento dei fatti; dal momento che tutta la attività svolta dal ricorrente quale curatore è stata (o dovrebbe essere stata) soggetta ad un costante controllo da parte delle autorità giudiziarie competenti (Giudici delegati di entrambe le procedure, penale e fallimentare, ma anche la Procura della Repubblica di Latina e il Comitato dei Creditori), tant’è che egli ha potuto affermare di aver sempre regolarmente adempiuto a tutti gli obblighi e alle scadenze previste dall’art.74 bis dpr 633/72 e art.8 c.4 dpr 332/1998”. Queste asserzioni debbono essere corrette ed integrate ai sensi dell’art. 384 del codice di procedura civile. Va invocato l’art. 36 del D.P.R. n. 602/1973, secondo cui “I liquidatori dei soggetti all’imposta sul reddito delle persone giuridiche che non adempiono all’obbligo di pagare, con le attività della liquidazione, le imposte dovute per il periodo della liquidazione medesima e per quelli anteriori rispondono in proprio del pagamento delle imposte se soddisfano crediti di ordine inferiore a quelli tributari o assegnano beni ai soci o associati senza avere prima soddisfatto i crediti tributari. Tale responsabilità è commisurata all'importo dei crediti di imposta che avrebbero trovato capienza in sede di graduazione dei crediti. La disposizione contenuta nel precedente comma si applica agli amministratori in carica all’atto dello scioglimento della società o dell'ente se non si sia provveduto alla nomina dei liquidatori. Si tratta di una disposizione specifica che però enuncia ed esprime un principio generale: ciascuno risponde di un evento nella misura in cui ha concorso a cagionarlo. E presupposto essenziale perché si possa parlare di un concorso a determinare il mancato pagamento di un’imposta è che tale mancato pagamento sia effetto di un comportamento contra legem del curatore e non della mera incapienza dell’attivo. Quest’esigenza assume un particolare rilievo nel caso in esame, in quanto il curatore e l’amministratore giudiziale gestiscono si un patrimonio altrui, ma in adempimento di una funzione pubblica inderogabile”.

Solo ove un depauperamento dell’erario vi sia e sia dovuto ad un utilizzo contra legem del patrimonio fallimentare si potrà poi porre il problema se la ipotizzata responsabilità del curatore, venga meno a causa dei controllo che le autorità giudiziarie competenti venga esercitano sulla condotta del curatore.

Occorre quindi, in primo luogo che nell’atto impositivo siano enunciate le circostanze che determinano il cattivo utilizzo dell’attivo fallimentare (quali il “soddisfacimento di crediti di ordine inferiore a quelli tributari”); e tali circostanze siano provate nel giudizio. Nel caso di specie, è certo che la cartella non conteneva alcuna enunciazione o motivazione in proposito, e dunque il ricorso deve essere, secondo il relatore, rigettato affermando il principio secondo cui ove la Amministrazione ritenga di affermare una responsabilità solidale del curatore fallimentare per i debiti tributari del fallimento (maturati o meno nel corso della procedura fallimentare) deve indicare nell’atto di addebito le ragioni che determinano tale responsabilità che deve nascere da un cattivo utilizzo dell’attivo fallimentare (ad esempio a seguito del pagamento di crediti di ordine inferiore a quelli tributari); ponendo il curatore in condizione di esercitare le sue difese anche adducendo - se del caso- l’intervento determinante degli organi di controllo della procedura. Ciò in quanto, come è stato di recente affermato dalla stessa Corte (sentenza n. 21564 del 20 settembre 2013): la visione secondo cui l’atto impositivo, avendo carattere di provocatio ad opponendum, e sufficiente offra elementi perché il contribuente possa svolgere efficacemente le proprie difese, è riduttiva del vero ruolo della motivazione, che potrebbe legittimare un possibile, ma inammissibile, giudizio ex post della sufficienza della motivazione argomentata dalla difesa comunque svolta in concreto dal contribuente piuttosto che un giudizio ex ante argomentata sulla rispondenza degli elementi enunciati nella motivazione a consentire ex se l'esercizio effettivo del diritto di difesa. In realtà, l'obbligo di motivazione dell'atto impositivo persegue il fine di porre il contribuente in condizione di conoscere la pretesa impositiva in misura tale da consentirgli sia di valutare l’opportunità di esperire l’impugnazione giudiziale, sia, in caso positivo, di contestare efficacemente l’an e il quantum debeatur. Detti elementi conoscitivi devono essere forniti all’interessato, non solo tempestivamente (e cioè inserendoli ab origine nel provvedimento impositivo), ma anche con quel grado di determinatezza ed intelligibilità che permetta al medesimo un esercizio non difficoltoso del diritto di difesa. Si sottolinea conclusivamente che l’atto di addebito rivolto al curatore deve assumere la veste di un avviso di accertamento e non di una mera cartella, in quanto la responsabilità del curatore nasce da addebiti che debbono essere specificamente enunciati.

 

5) Imposte di registro e catastali: basi imponibili distinte

L’immobile di una società non cambia valore in base al tributo, ma la tassazione connessa alla sua vendita non può tener conto delle passività complessive dell’azienda ceduta.

L’imposta ipocatastale va determinata sul valore immobiliare al netto dei debiti

strettamente inerenti.

E’ quanto ha stabilito la Corte di Cassazione, con la sentenza 15955 del 11 luglio 2014.

La Corte precisa che a uno stesso immobile non può essere attribuita diversa valutazione ai fini delle imposte, ma rimane diverso l’oggetto dei tributi. Il Registro investe, infatti, l’intero trasferimento dell’azienda, mentre le imposte ipotecarie e catastali riguardano le formalità dei singoli immobili.

Per conseguenza, la base imponibile ipocatastale va calcolata al netto dei debiti strettamente inerenti ai fabbricati e non anche delle passività aziendali in cui sono compresi.

Una società di persone, prima di venir incorporata da una cooperativa a responsabilità limitata, aveva venduto a una Spa un complesso aziendale.

A seguito della cessione, l’ufficio finanziario aveva provveduto a rettificare, a titolo di imposta suppletiva, il valore dichiarato dell’operazione di vendita ai fini dell’imposta ipotecaria e catastale, e a procedere con la relativa iscrizione a ruolo della cartella.

Avverso la pretesa impositiva, le società coinvolte ricorrevano in Commissione tributaria.

La Ctp accoglieva parzialmente le richieste delle contribuenti, stabilendo che i mutui gravati da ipoteca fossero deducibili ai fini fiscali.

Dello stesso parere anche il giudice di secondo grado, il quale confermava il primo giudizio, chiarendo che la base imponibile doveva determinarsi tenendo conto del valore commerciale degli immobili al netto delle passività inerenti.

Avverso la decisione della Ctr, l’Agenzia delle Entrate proponeva ricorso per cassazione, adducendo, tra le motivazioni dell’atto, che, ai fini delle imposte ipotecarie e catastali, il valore degli immobili andava determinato al netto delle passività strettamente inerenti, come nel caso di mutui accesi per l’acquisto del fabbricato stesso.

Secondo l’Amministrazione finanziaria non rilevava che i mutui erano stati stipulati per il potenziamento delle strutture del complesso aziendale ceduto, in quanto, come detto, non strettamente inerenti all’acquisizione dell’immobile.

Come è noto, l’imposta ipotecaria è dovuta per le formalità di trascrizione, iscrizione, rinnovazione e annotazione presso i pubblici registri immobiliari. Colpisce, dunque, il passaggio di proprietà dell’immobile, nonché l’iscrizione su di esso di un diritto o di qualsiasi altro vincolo.

La Cassazione, con la sentenza in esame, ha chiarito che a uno stesso immobile non può essere attribuita diversa valutazione ai fini del calcolo delle tre imposte (registro, ipotecaria e catastale). In ugual misura, le imposte ipotecarie e catastali non possono essere assoggettate al medesimo regime giuridico dell’imposta di registro al fine della determinazione della base imponibile.

Ognuna delle tre imposte ha oggetto diverso: l’imposta di registro colpisce il trasferimento della ricchezza sia mobiliare che immobiliare, mentre le altre imposte due riguardano soltanto i beni immobili.

Il Collegio, per quanto concerne il caso specifico del trasferimento dalla Srl di un complesso aziendale formato da beni mobili e immobili, ha chiarito che a detti beni deve essere riconosciuto medesimo valore sia al fine dell’imposta di registro che delle altre imposte, tenendo ben presente che ciò non fa venir meno la diversità oggettiva delle tre imposte (mobileimmobile).

La Corte precisa che l’imposta di registro “investe l’azienda oggetto di trasferimento nel suo complesso mentre le imposte ipotecaria e catastale hanno ad oggetto formalità che riguardano i singoli beni immobili”; pertanto, al fine della determinazione della base imponibile dei secondi due tributi, occorre tener conto del valore degli immobili al netto dei debiti a essi inerenti e non anche delle passività aziendali in cui sono compresi.

La Ctr, secondo il Collegio, nella decisione ha mancato di accertare se i debiti computati nell’imponibile fossero strettamente inerenti agli immobili trasferiti. Tale omissione è essenziale, tant’è che l’azienda ceduta non presentava, nell’atto di compravendita, alcuna passività oltre a quelle iscritte nello stato patrimoniale.

Pertanto, alla luce di quanto detto, la Corte suprema non ha ammesso la tesi difensiva delle società contribuenti, per le quali la base imponibile delle imposte ipotecarie e catastali poteva essere calcolata alla stregua del calcolo della base imponibile dell’imposta di registro.

 

6) Ricavi fittizi da dimostrare

Grava sul contribuente l’onere di dimostrare che i ricavi dichiarati siano fittizi al pari dei costi.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 16456 del 18 luglio 2014.

Trattasi di “…..ricavi direttamente afferenti a spese o ad altri componenti negativi relativi a beni o servizi non effettivamente scambiati o prestati”.

Nell’accertamenti sul recupero a tassazione dei costi fittizi, è emersa la necessità di “abbattere” i ricavi a loro volta fittiziamente dichiarati per giustificare i costi.

L’accertamento, sia esso presuntivo o induttivo “puro”, non può avere una funzione sanzionatoria, per cui necessita detti ricavi non siano sottoposti a tassazione.

Nel caso di specie, il giudice del rinvio deve procedere all’abbattimento del reddito (in sostanza ad un accoglimento parziale del ricorso) nella misura in cui sia dimostrata la fittizietà dei ricavi.

 

Vincenzo D’Andò