Diario quotidiano del 21 luglio 2014: fallimento e rimborso dell’IVA

Pubblicato il 21 luglio 2014



quando le spese di sponsorizzazione sono spese di rappresentanza; assegnazioni di strumenti partecipativi ai dipendenti di società: dividendi slegati dal capitale; fondi interprofessionali per la formazione continua: chiusura delle adesioni a FO.IN.COOP.; linee guida sugli aiuti di Stato al salvataggio e alla ristrutturazione di imprese in difficoltà; al via l’accertamento provvisorio sulla situazione di handicap grave; il rimborso Iva è dovuto anche nel fallimento

 

Indice:

 1) Assegnazioni di strumenti partecipativi ai dipendenti di società: dividendi slegati dal capitale

 2) Fondi interprofessionali per la formazione continua: chiusura delle adesioni a FO.IN.COOP.

 3) Linee guida sugli aiuti di Stato al salvataggio e alla ristrutturazione di imprese in difficoltà

 4) Al via l’accertamento provvisorio sulla situazione di handicap grave

 5) Il rimborso Iva è dovuto anche nel fallimento

 6) Quando le spese di sponsorizzazione sono spese di rappresentanza

 

 

1) Assegnazioni di strumenti partecipativi ai dipendenti di società: dividendi slegati dal capitale

Assonime, con il caso n. 06 del 2014, ha fatto il punto sull’assegnazione di strumenti finanziari partecipativi (Sfp) a dipendenti di una società (art. 2349, comma 2 c.c.). L’assegnazione ai dipendenti di strumenti finanziari partecipativi non necessita di interventi sul capitale sociale; l’operazione non crea, inoltre, reddito imponibile in capo ai prestatori di lavoro se non all’atto e nella misura della percezione di dividendi.

Le caratteristiche dello strumento finanziario partecipativo sono: l’intrasferibilità, il diritto al dividendo, l’assenza del diritto di voto, la decadenza nel caso di cessazione del rapporto di lavoro, e la riscattabilità da parte dall’emittente, a un prezzo predefinito, in ogni momento e per qualsiasi causa.

Tale assegnazione, come spiega Assonime, si differenzia dal sistema delle stock option, perché nel caso degli Sfp, la cui attribuzione ha fondamento nel rapporto di lavoro tra lo strumentista stesso e l’emittente, non si richiede alcun apporto specifico da parte del dipendente assegnatario.

La norma civilistica non fornisce alcuna indicazione circa i contenuti dei diritti che possono far parte dello strumento partecipativo.

In ordine, quindi alla circolazione dello strumento, viene ritenuto che la cessione possa avvenire solo verso dipendenti della stessa società o società controllate, con conseguente legittima apposizione di una clausola di intrasferibilità o decadenza qualora intervenga la cessazione del rapporto di lavoro.

Due le conseguenze in materia fiscale, in sede di assegnazione di Sfp, evidenziate da Assonime:

- non vige obbligo, da parte dell'assemblea societaria, di aumentare il capitale sociale;

- non sorge alcun reddito imponibile in capo al dipendente poiché si tratta di una mera aspettativa alla percezione di utili. L’eventuale dividendo erogato è classificabile tra i redditi di lavoro dipendente.

 

2) Fondi interprofessionali per la formazione continua: chiusura delle adesioni a FO.IN.COOP.

Con decreto direttoriale n. 315/Segr D.G./2014 del 15/04/2014, il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali (Direzione generale per le politiche attive e passive del lavoro) ha disposto il commissariamento, ai sensi e per gli effetti dell’articolo 48 della legge 27 dicembre 2002, n. 289, del Fondo interprofessionale per la formazione continua FO.IN.COOP. Contestualmente, è stato, altresì, nominato il Commissario liquidatore del predetto Fondo per la gestione delle attività finalizzate allo scioglimento e alla cessazione dello stesso.

Per conseguenza, l’Inps, con il messaggio n. 6137 del 18 luglio 2014, fa presente che non sarà più possibile aderire al citato Fondo.

Fermo restando l’effetto immediato del provvedimento di cui trattasi, si comunica che non si terrà conto dell’eventuale utilizzo del codice di adesione.

 

3) Linee guida sugli aiuti di Stato al salvataggio e alla ristrutturazione di imprese in difficoltà

Assonime, con una nota del 17 luglio 2014, ha illustrato le nuove linee guida sugli aiuti al salvataggio e alla ristrutturazione delle imprese in difficoltà.

Difatti, il 9 luglio 2014 la Commissione europea ha adottato le nuove linee guida sugli aiuti al salvataggio e alla ristrutturazione delle imprese non finanziarie in difficoltà. Le linee guida si applicano a tutte le imprese escluse quelle che operano nel settore del carbone e dell’acciaio e quelle finanziarie per le quali è prevista una disciplina specifica (da ultimo la comunicazione 10 luglio 2013 - 2013/C 216/01).

I nuovi orientamenti si inseriscono nell’ambito della modernizzazione degli aiuti di Stato e hanno l’obiettivo di garantire aiuti più mirati e di coinvolgere gli investitori nei costi della ristrutturazione.

Le nuove linee guida sostituiscono quelle adottate nel 2004, la cui validità era stata prorogata due volte, e ne mantengono alcuni principi chiave, come ad esempio:

- gli aiuti alle imprese in difficoltà finanziaria possono essere concessi per un periodo limitato di sei mesi;

- dopo il periodo di sei mesi l’aiuto deve essere rimborsato oppure deve essere notificato alla Commissione un piano di ristrutturazione in modo che l’aiuto venga approvato come aiuto alla ristrutturazione; il piano deve assicurare il ritorno alla redditività di lungo periodo dell’impresa senza ulteriori aiuti pubblici e deve prevedere specifiche misure per limitare gli effetti distorsivi dell’intervento statale e il contributo dell’impresa ai costi della ristrutturazione;

- l’aiuto alla ristrutturazione può essere concesso solo una volta in dieci anni.

Le principali novità delle linee guida sono:

- la possibilità di concedere alle PMI un sostegno temporaneo per la ristrutturazione per un periodo massimo di 18 mesi mediante misure poco distorsive, come prestiti e garanzie, sulla base di un piano di ristrutturazione semplificato;

- l’obbligo da parte degli Stati membri di dimostrare, da un lato, che l’aiuto è veramente necessario per prevenire il disagio sociale o fallimenti di mercato e, dall’altro, che la concessione dell’aiuto farà realmente la differenza in confronto a uno scenario alternativo in assenza dell’aiuto pubblico;

- nuove regole volte ad assicurare che una parte dei costi di ristrutturazione gravi sugli investitori e sui creditori subordinati, che devono coprire le perdite prima che l’aiuto venga concesso. Se il piano di ristrutturazione ha successo, lo Stato deve ricevere una remunerazione per il suo investimento;

- una nuova definizione di impresa in difficoltà, semplificata rispetto alle linee guida del 2004. Gli orientamenti individuano una serie di circostanze al verificarsi delle quali l’impresa è da considerarsi in difficoltà: la definizione è ora basata solo su criteri oggettivi (legati a indici finanziari), mentre è stato rimosso ogni riferimento a criteri soggettivi.

I nuovi orientamenti si applicano dal 1° agosto 2014. Gli Stati membri hanno sei mesi di tempo per aggiornare in base alle nuove regole i regimi di aiuti al salvataggio e alla ristrutturazione attualmente esistenti.

 

4) Al via l’accertamento provvisorio sulla situazione di handicap grave

Ok alla certificazione provvisoria per l’accertamento della situazione di handicap grave.

Ciò si è reso possibile mediante l’intervento legislativo recato nell’art. 25, comma 4 del D.L. n. 90 del 24 giugno 2014.

I lavoratori disabili gravi e i loro familiari hanno il diritto di fruire, in presenza di determinate condizioni, di permessi retribuiti o di congedi aventi come scopo la cura e l’assistenza del disabile.

L’accertamento dello stato di gravità della disabilità viene effettuato da apposita Commissione medica dell’ASL (art. 4 L. 104/92).

Dal 25 giugno 2014 tale Commissione deve pronunciarsi entro 90 giorni dalla data di presentazione della domanda (art. 2, c. 3bis, D.L. 324/93 conv. in L. 423/93).

Se la Commissione ASL non si pronuncia entro 45 giorni dalla presentazione della domanda, gli accertamenti sono effettuati, in via provvisoria, da un medico specialista nella patologia denunciata, in servizio presso l'unità sanitaria locale da cui è assistito l'interessato (art. 2, c. 2, D.L. 324/93 conv. in L. 423/93). L'accertamento provvisorio produce effetto fino all'emissione dell'accertamento definitivo.

La certificazione provvisoria è utile ai fini della fruizione:

- dei 3 giorni di permesso mensile per assistere i disabili gravi;

- del prolungamento del congedo parentale fino al terzo anno di vita del bambino, portatore di handicap grave;

- delle 2 ore di riposo giornaliero retribuito fino al terzo anno di vita del bambino, portatore di handicap grave (in alternativa al prolungamento del congedo parentale);

- del congedo straordinario biennale retribuito per assistere i disabili gravi (art. 42, cc. 5-5 quinquies, D.Lgs. 151/2001).

Inoltre, previa richiesta motivata dell'interessato, la Commissione ASL può rilasciare un certificato provvisorio al termine della visita che produce effetto fino all'emissione dell'accertamento definitivo (art. 2, comma 3 quater, D.L. 324/93 conv. in L. 423/93).

 

 

5) Il rimborso Iva è dovuto anche nel fallimento

Via libera al rimborso Iva dell’impresa fallita o che ha cessato l’attività anche in assenza di operazioni imponibili. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione che, con l’ordinanza n. 14981 del 1° luglio 2014, ha accolto il ricorso di un imprenditore al quale l’ufficio aveva negato il rimborso Iva, dopo la cessazione dell’attività, sostenendo che il contribuente avesse diritto solo alla detrazione nell’anno successivo. La sesta sezione ha, quindi, chiuso la vicenda decidendo nel merito e accordando al contribuente il diritto al rimborso dell’imposta e non della detrazione. «Ciò perché», ricorda il collegio di legittimità, «l’art. 30 del DPR 633/1972, laddove dispone che i contribuenti che non hanno effettuato operazioni imponibili nell’anno cui il credito Iva si riferisce, non possono optare per il rimborso, ma devono necessariamente computare il credito in detrazione nell’anno successivo, riguarda esclusivamente le imprese in piena attività e non esclude quindi il diritto di quelle, che hanno cessato l’attività o che sono fallite, di ricorrere all’istituto del rimborso per il recupero dei loro crediti d’imposta, non avendo esse la possibilità di recuperare l’imposta assolta su acquisti e importazioni nel corso delle future operazioni imponibili». Ma non è tutto. La Cassazione precisa, inoltre, «che deve tenersi distinta la domanda di rimborso, da considerarsi già presentata con compilazione nella dichiarazione annuale del quadro relativo che configura formale esercizio del diritto, rispetto alla presentazione del modello VR».

 

6) Quando le spese di sponsorizzazione sono spese di rappresentanza

Se il contribuente non riesce a provare che a un’attività di sponsorizzazione è riconducibile una diretta attesa di ritorno commerciale, le spese di sponsorizzazione costituiscono sempre spese di rappresentanza e non di pubblicità o propaganda, perché idonee, al più, ad accrescere il prestigio dell’impresa.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 14252 del 23 giugno 2014.

Nel caso di specie, i giudici di legittimità hanno esaminato una controversia relativa al corretto inquadramento delle spese di sponsorizzazione.

Il dibattito attiene le incertezze interpretative legate al differente trattamento fiscale che era previsto per le spese di rappresentanza e di pubblicità, ambedue disciplinate dal comma 2, articolo 108 del Tuir.

Come è noto la norma in questione è stata cambiata dall’articolo 1 della legge 244/2007 (Finanziaria 2008) e, se da un lato il trattamento fiscale delle spese di pubblicità è rimasto pressoché identico, quello relativo alle spese di rappresentanza è stato modificato.

In ragione del previgente regime le spese di rappresentanza erano, infatti, deducibili nel limite di un terzo del loro ammontare, per quote costanti nell'esercizio di sostenimento e nei quattro successivi.

Nel caso in esame, il contribuente aveva acquistato uno spazio pubblicitario su una vettura partecipante a un campionato sportivo per apporvi il logo della propria azienda. Il costo era stato inserito in dichiarazione come spesa di pubblicità, integralmente dedotto ai sensi del primo periodo del comma 2 perché, a parere del contribuente, apporre il logo della propria azienda su una rinomata marca automobilistica costituisce un importante veicolo pubblicitario.

L’Agenzia delle entrate aveva rettificato la dichiarazione fiscale, facendo rientrare il costo relativo all’acquisto del logo sulla macchina sportiva tra le spese di rappresentanza, deducibili solo nel limite di un terzo del loro ammontare.

Secondo i funzionari tributari, la spesa non era stata sostenuta per incrementare le vendite, ma per accrescere il prestigio della ditta, perché le dimensioni del logo erano oggettivamente troppo esigue per essere visibili al pubblico presente alla manifestazione.

I giudici di legittimità hanno affermato che il criterio dirimente, per la corretta qualificazione delle spese di sponsorizzazione, è individuare l’obiettivo strategico che l’impresa intende perseguire con il loro sostenimento.

Invero, se da un lato tra le spese di rappresentanza rientrano quelle “affrontate per accrescere il prestigio e l’immagine dell’impresa e a potenziarne le possibilità di sviluppo”, dall’altro devono essere qualificate come spese di pubblicità o di propaganda tutte quelle sostenute “per la realizzazione di iniziative tendenti, prevalentemente anche se non esclusivamente, alla pubblicizzazione di prodotti, marchi e servizi o comunque all’attività svolta”.

Il criterio discretivo va dunque individuato nella diversità, anche strategica, degli obiettivi che, per le spese di rappresentanza, può farsi coincidere con la crescita d’immagine e il maggior prestigio nonché con il potenziamento della possibilità di sviluppo della società; laddove, per le spese di pubblicità o propaganda, di regola, consiste in una diretta finalità promozionale e di incremento commerciale, normalmente, concernente la produzione realizzata in un determinato contesto (Cass. n. 8679 del 15 aprile 2011).

È sulla base di tali criteri che i giudici della Cassazione hanno accolto le ragioni dell’Agenzia delle entrate, dichiarando che le spese di sponsorizzazione costituiscono spese di rappresentanza in quanto idonee, al più, ad accrescere il prestigio dell’impresa, a nulla rilevando la gratuità sottostante alla prestazione in favore di terzi.

A ulteriore conferma della propria decisione, la Corte ha osservato che il contribuente non aveva fornito alcuna prova che avvalorasse la diretta aspettativa di ritorno commerciale dell’attività sponsorizzata (sentenza n. 3433/2012).

 

Vincenzo D’Andò