Diario quotidiano del 2 luglio 2014: deduzione compenso amministratori anche senza delibera assembleare

Pubblicato il 2 luglio 2014



dall’Inps le istruzioni per il bonus Irpef; certificazione energetica: studio del Notariato aggiornato; accertamento fiscale: niente percentuale di ricarico generica; Iva indetraibile e costi indeducibili se la manodopera è appaltata a terzi; deduzione compenso amministratori senza delibera assembleare; redditometro: donazione da provare; contenzioso tributario in calo del 7,25% nel primo trimestre 2014; dichiarazione IMU/TASI per l’esenzione degli enti commerciali: si presenta entro il 30 settembre 2014

 

Indice:

 1) Dall’Inps le istruzioni per il bonus Irpef

 2) Certificazione energetica: studio del Notariato aggiornato

 3) Accertamento fiscale: niente percentuale di ricarico generica

 4) Iva indetraibile e costi indeducibili se la manodopera è appaltata a terzi

 5) Deduzione compenso amministratori senza delibera assembleare

 6) Redditometro: donazione da provare

 7) Contenzioso tributario in calo del 7,25% nel primo trimestre 2014

 8) Dichiarazione IMU/TASI per l’esenzione degli enti commerciali: si presenta entro il 30 settembre 2014

 

 

1) Dall’Inps le istruzioni per il bonus Irpef

L’Inps, con messaggio n. 5661 del 27 giugno 2014, chiarisce che il credito d’imposta deve essere riconosciuto in via automatica dal sostituto d’imposta senza bisogno di alcuna richiesta e per fornire istruzioni operative.

In particolare sottolinea che le attività di riconoscimento e pagamento del credito da parte dell’Istituto per i titolari di prestazioni a sostegno del reddito e di prestazioni di accompagnamento alla pensione, saranno effettuate a partire dal mese di giugno.

Potranno essere presentate da parte degli assicurati, dichiarazioni/richieste e/o certificazioni volte alla rinuncia o al riconoscimento del credito nelle ipotesi già previste (assenza di presupposti, titolari di altri redditi da lavoro dipendente).

 

2) Certificazione energetica: studio del Notariato aggiornato

Il Consiglio Nazionale del Notariato ha pubblicato ieri l’aggiornamento dello studio sulla certificazione energetica con la L. 9/2014.

Lo studio vuole fare il punto della situazione con riguardo alla legislazione nazionale in materia di certificazione energetica e costituisce la versione aggiornata, a seguito dell’entrata in vigore del D.L. 23 dicembre 2013 n. 145, convertito, con modificazioni, con Legge 21 febbraio 2014 n. 9, del precedente studio n. 657-2013/C .

Ovviamente la normativa nazionale dovrà essere coordinata ed integrata con la normativa emanata a livello regionale, se ed in quanto emanata e adeguata alla direttiva 2010/31/UE.

La disciplina nazionale della certificazione energetica - Guida operativa 2014 - Aggiornamento Studio n. 657-2013/C.

 

3) Accertamento fiscale: niente percentuale di ricarico generica

È illegittima la rettifica effettuata su base presuntiva prendendo in considerazione una percentuale di ricarico piuttosto che un’altra.

Il giudice di merito non può limitarsi ad accettare acriticamente la diversa percentuale di ricarico calcolata dall’Ufficio sulla scorta della media di settore e non quella riferibile al caso concreto.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 11883 del 27 maggio 2014, secondo cui un’impresa che giustifica i prezzi inferiori alla media sfugge all’accertamento mediante l’applicazione delle medie di ricarico del settore.

Il tutto è scaturito con la presentazione di un ricorso di un contribuente, proposto contro un avviso di accertamento, in materia di Iva, Irpeg e Irap per l’anno 2002. Il giudice di merito, nell’accogliere la domanda, ha sancito l’illegittimità dell’operato dell’Ufficio nel recuperare a tassazione maggiore reddito mediante l’applicazione della percentuale di ricarico, pari al 25%, (giustificando che detta percentuale è quella applicata ad attività similari nella medesima zona), rispetto a quella più bassa applicata dal contribuente.

L’ufficio finanziario aveva provveduto ad impugnare la decisione di primo grado dinanzi alla Commissione tributaria regionale di Roma, la quale con sentenza 298/16/2008 l’ha confermata, ritenendo che in presenza di un giudizio di congruità dei ricavi con gli studi di settore, si sarebbe imposto che “gli elementi di abnormità e irragionevolezza evidenziati nell’accertamento siano di tale portata da privare di ogni attendibilità il risultato economico dichiarato, pur in presenza di una contabilità irreprensibilmente tenuta”. Tuttavia, gli indizi indicati dall’Ufficio, seppure considerati nel loro complesso, non sono risultati idonei ad assurgere quella presunzione idonea a giustificare l’accertamento fiscale.

Infine, anche la Suprema Corte ha riconosciuto la tesi difensiva esposta dal contribuente.

 

4) Iva indetraibile e costi indeducibili se la manodopera è appaltata a terzi

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 10745 del 16 maggio 2014, ha stabilito che l’impiego di capitale, macchine e attrezzature forniti dal committente all’appaltatore sono sintomatici della ricorrenza di un appalto di manodopera vietato, con conseguenze, sul piano fiscale, in termini di costi indeducibili, Iva indetraibile e obbligo di ritenute.

A seguito di tre processi verbali di constatazione redatti dalla Guardia di finanza, venivano notificati a una società a responsabilità limitata due avvisi di accertamento, ai fini Irpeg e Ilor per l’anno 1996, e un avviso di rettifica, ai fini Iva per l’anno 1997. In particolare, l’Amministrazione finanziaria rilevava che sotto l’apparenza di pagamenti di fatture emesse da presunte ditte appaltatrici a fronte del corrispettivo di prestazioni di servizi, in realtà vi era il pagamento di prestazioni lavorative rese in violazione dei divieto di intermediazione di manodopera (art. 1 della Legge 1369/1960). L’esito del giudizio è stato sfavorevole al Fisco nei gradi di merito. In particolare, il giudice di seconde cure riteneva dimostrata l’autonomia economica e giuridica dell’attività (di saldatura dei tubi metallici) resa dai lavoratori delle società appaltatrici rispetto al ciclo produttivo generale della società committente. Di diverso avviso la Cassazione che ha accolto il ricorso proposto dall’Agenzia per violazione e falsa applicazione di legge (Legge 1369/1960, articoli 1, comma 1, e 4; Dpr 917/1986, articolo 75, comma 5, temporalmente applicabile; Dpr 633/1972, articoli 19 e 23).

 

5) Deduzione compenso amministratori senza delibera assembleare Sono deducibili i compensi corrisposti all’amministratore di società anche se approvati non con un’apposita delibera ma solo in sede di bilancio; spetta, inoltre, alla Commissione tributaria valutare se in una specifica posta del conto economico l’emolumento è effettivamente previsto.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 13844 del 18 giugno 2014, specificando però che per quanto l’approvazione del compenso degli amministratori in sede di bilancio non si scontri con il principio civilistico, gli effetti sul piano fiscale sono tutti da valutare.

In particolare, ai fini fiscali, per la deducibilità, occorre sempre una delibera assembleare.

La vicenda ha visto coinvolta una Srl cui l’Amministrazione finanziaria ha contestato vari fatti tra cui quello della deduzione dei compensi corrisposti dalla società al proprio amministratore.

 

Svolgimento del processo

Con avviso notificato in data 18 giugno 2002 l’Agenzia delle Entrate rettificava ex art. 39, comma 1, lett. D) d.p.r. 600/73 il reddito dichiarato da D.R. s.r.l. (esercente l’attività di bar-ristorazione) per l’anno 1997, con la contestazione, fra l'altro, di ricavi omessi, spese per compensi a terzi per costi non inerenti e spese per emolumenti corrisposti all’amministratore non inerenti. Su ricorso della contribuente la CTP annullava i rilievi relativi ai ricavi omessi e alle spese per emolumenti corrisposti all'amministratore non inerenti. Proposto appello dall’Ufficio, e appello incidentale dalla contribuente in ordine alle spese per compensi a terzi per costi non inerenti, la Commissione Tributaria Regionale della Liguria rigettava entrambe le impugnazioni, sulla base della seguente motivazione. Con riferimento ai ricavi omessi destava perplessità la determinazione del prezzo dei pasti effettuato applicando la media matematica tra i tre menù offerti alla clientela, considerando in particolare il fatto che i tre menù (piatto unico, degustazione, alla carta) riportavano prezzi molto diversificati, di cui l’ultimo oltre il triplo del primo, in un contesto in cui, trattandosi di esercizio in zona centrale e aperto solo a mezzogiorno, la clientela si presumeva formata, nella quasi totalità, da lavoratori in pausa pranzo; un prezzo medio ponderato sarebbe stato più aderente alla realtà.

Con riferimento alle spese per emolumenti corrisposti all'amministratore non inerenti, la sentenza motivava nel senso che l’entità degli emolumenti all’amministratore, se pur non preventivamente deliberati, poteva essere determinata in sede di approvazione di bilancio, essendo quanto previsto dall’art. 2389 c.c. dettato a tutela dei soci, e non essendo applicabile in sede fiscale.

Ha proposto ricorso per Cassazione l’Agenzia delle Entrate sulla base di cinque motivi. Resiste con controricorso la contribuente.

Motivi della decisione

Con il primo motivo si denuncia violazione e/o falsa applicazione degli artt. 112 e 115 c.p.c. in relazione all'art. 360 n. 4 c.p.c.. Lamenta la ricorrente che la sentenza risulta viziata da extrapetizione non essendo mai stati allegati, né tanto meno provati, dalla contribuente né la circostanza dell'apertura del locale a mezzogiorno, né che la clientela era formata, nella quasi totalità, di lavoratori in pausa pranzo.

Il motivo è fondato. Contrariamente a quanto eccepito nel controricorso, il motivo è ammissibile perché all’unica ratio decidendi costituita dalla determinazione dei ricavi mediante il criterio del prezzo medio ponderato si perviene sia attraverso la considerazione della diversificazione notevole dei prezzi fra i tre menù, sia attraverso il dato della prevalente frequentazione da parte di lavoratori in pausa pranzo. Entrambe le circostanze concorrono alla formazione della conclusione cui il giudice del merito è pervenuto. Che i due aspetti siano logicamente necessari ai fini della detta conclusione lo si desume anche dal principio di diritto, cui evidentemente si ispira il giudice del merito, affermato da questa Corte, secondo cui ai fini della presunzione di ricavi, maggiori di quelli denunciati, legittimo è il ricorso al sistema della media ponderale, anziché a quello della media semplice, quando tra i vari tipi di merce esiste non solo una notevole differenza di valore ma anche i tipi più venduti presentano una percentuale di ricarico molto inferiore a quella risultante dal ricarico medio (Cass. 23 gennaio 2003, n. 979; 17 giugno 2011, n. 13319), e nel caso di specie si tratterebbe del menù più economico cui è agevole presumere abbiano fatto ricorso i lavoratori in pausa pranzo.

Venendo quindi all’esame del motivo, che la clientela fosse formata da lavoratori è un presunzione che poteva essere agevolmente tratta dai fatto del dell'apertura del locale a mezzogiorno. Il fatto, mai allegato in giudizio secondo quanto denunciato, sarebbe quindi in realtà solo quest'ultimo. Nel controricorso si deduce che è stato allegata la circostanza della natura di bar-tavola calda del locale e, comprendendo tale fatto quello dell'apertura solo mattutina, non ricorrerebbe il vizio denunciato. Le due nozioni sul piano empirico non coincidono, potendosi astrattamente avere un bar-tavola calda che effettui anche, o solo, il servizio serale. E’ dunque fondato il motivo di ricorso secondo cui il giudice ha posto alla base della propria decisione un fatto non dedotto dalle parti.

Con il secondo motivo si denuncia insufficiente motivazione su fatto controverso e decisivo per il giudizio in relazione all'art. 360 n. 5 c.p.c..

Lamenta la ricorrente che, nonostante dall’Ufficio fosse stato rilevato che la società non aveva provato i suoi assunti, la CTR non aveva indicato gli elementi istruttori in base ai quali era giunta alla conclusione che il locale era aperto solo a mezzogiorno, e che la clientela era formata, nella quasi totalità, di lavoratori in pausa pranzo, sicché non è possibile ricostruire l'iter logicogiuridico della decisione.

L'accoglimento del primo motivo determina l’assorbimento del secondo.

Con il terzo motivo si denuncia violazione e/o falsa applicazione degli artt. 1 e 2 d. leg. 546/1992, 112 c.p.c, in relazione all’art. 360 n. 4 c.p.c. Lamenta la ricorrente che, avendo la stessa chiesto che la CTR rideterminasse comunque il maggior reddito imponibile contestato “nella misura ritenuta corretta”, il giudice d’appello ha omesso di provvedere sull’istanza, nonostante che non ricorresse un caso di difetto assoluto o totale carenza di motivazione dell'atto impositivo.

Il motivo è fondato. Il processo tributario è a cognizione piena e tende all’accertamento sostanziale del rapporto controverso, con la conseguenza che solo quando l’atto di accertamento sia affetto da vizi formali a tal punto gravi da impedire l’identificazione dei presupposti impositivi e precludere l’esame del merito del rapporto tributario - come nel caso in cui vi sia difetto assoluto o totale carenza di motivazione - il giudizio deve concludersi con una pronuncia di semplice invalidazione, ostandovi altrimenti il principio di economia dei mezzi processuali, che consente al giudice di avvalersi dei propri poteri valutativi ed estimativi ai fini della decisione e, in forza dei poteri istruttori attribuiti dall’art. 7 del d.lgs. 546/1992, di acquisire “aliunde” i relativi elementi, prescindendo dagli accertamenti dell’Ufficio e sostituendo la propria valutazione a quella operata dallo stesso (fra le tante, da ultimo, Cass. 13 luglio 2012, n. 11935). Trattandosi di potere/dovere del giudice inerente all’accertamento del rapporto giuridico controverso, irrilevante è la questione posta nel controricorso di mancanza della domanda della parte, questione peraltro priva di pregio posto che, l’enunciazione dell’istanza solo nel corpo dell’atto e non anche la sua riproduzione nelle conclusioni finali dell’atto medesimo, come eccepito nel controricorso, non varrebbe comunque a far venir meno l’esistenza di una domanda nella direzione invocata dalla ricorrente, secondo un criterio di interpretazione sostanziale, e non meramente formale, della domanda (cfr. Cass. 15 gennaio 2007, n. 687; 4 agosto 2006, n. 17760).

Con il quarto motivo si denuncia omessa motivazione su altro fatto controverso e decisivo per il giudizio in relazione all'art. 360 n. 5 c.p.c..

Lamenta la ricorrente che la circostanza secondo cui l’approvazione del compenso dell'amministratore da parte dei soci era avvenuta in sede di approvazione del bilancio era controversa in giudizio, perché l’Ufficio aveva dedotto che il compenso in questione non era stato evidenziato in una specifica posta nel conto economico, sicché si imponeva uno specifico accertamento di fatto.

Con il quinto motivo si denuncia violazione e/o falsa applicazione degli artt. 2389 c.c., 62 (ora 60 e 95) e 75 (ora 64 e 109) d.p.r. 917/1986 in relazione all'art. 360 n. 3 c.p.c. Premesso che l’art. 2389 trova applicazione in sede fiscale in base al principio di derivazione dal conto economico di cui all'art. 75, comma 4, TUIR (che nel testo applicabile ratione temporis prevede che spese ed altri componenti negativi di reddito sono deducibili se e nella misura in cui sono imputati al conto dei profitti e delle perdite relativo all'esercizio di competenza), lamenta la ricorrente che il compenso non era stato stabilito dalla apposita delibera assembleare, come previsto dall’art. 2389 e dallo stesso statuto della società, né risulta la ratifica da parte dei soci in sede di approvazione del bilancio, non essendo il compenso chiaramente evidenziato in una specifica posta del conto economico.

I motivi quarto e quinto, da valutare unitariamente, sono inammissibili. Nella sentenza impugnata si afferma che il compenso dell’amministratore, pur se non preventivamente deliberato, può venire approvato in sede di approvazione del bilancio. L’affermazione è censurata dal ricorrente non invocando il principio di diritto secondo cui qualora la misura del compenso degli amministratori di società di capitali non sia stabilita nello statuto, è necessaria una esplicita delibera assembleare, che non può considerarsi implicita in quella di approvazione del bilancio (Cass. s. u. 29 agosto 2008, n. 21933; conformi le pronunce di questa sezione, Cass. 4 settembre 2013, n. 20265; 19 luglio 2013, n. 17673), ma con la diversa affermazione per la quale non è deducibile ai sensi dell’art. 75 TUIR il compenso dell’amministratore se sia carente la delibera assembleare e, mancando la chiara evidenziazione del compenso in una specifica posta del conto economico, se non risulti la ratifica in sede di approvazione del bilancio. Formulata in tal modo la censura, a parte la questione della conformità al principio di diritto sopra richiamato, involge, anche sotto il profilo del denunciato vizio motivazionale, un’inammissibile accertamento di fatto in quanto, per il suo accoglimento, richiede che si accerti se, in fatto, non risultasse la chiara evidenziazione del compenso in una specifica posta del conto economico, che è circostanza il cui accertamento è precluso nella presente sede.

Accoglie il primo e terzo motivo di ricorso, con assorbimento del secondo motivo, e dichiara inammissibile il quarto e quinto motivo; cassa la sentenza impugnata e rinvia ad altra sezione della Commissione Tributaria Regionale della Liguria, che provvederà sulle spese del giudizio di cassazione.

 

 

6) Redditometro: donazione da provare

In tema di accertamento sintetico, la liberalità del genitore nei confronti di un figlio costituisce evento probabile che il contribuente ha l’onere di provare e non un fatto notorio.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 14063 del 20 giugno 2014.

Ove il reddito sia stato determinato induttivamente sulla base dei coefficienti previsti dal redditometro, il contribuente è ammesso a provare (non certamente il collegamento della spesa presunta con la relativa provvista finanziaria) la disponibilità di redditi da parte di familiari o di terzi di ammontare tale da giustificare la capacità contributiva induttivamente espressa dai beni-indice presi in considerazione ai fini del redditometro.

La provenienza dei redditi da soggetti terzi, diversi dai familiari, deve essere, però, adeguatamente provata. Mentre, infatti, è verosimile (e perciò non necessita di dimostrazione) che familiari conviventi con il contribuente abbiano dato copertura finanziaria al tenore di vita del contribuente, altrettanto non può dirsi per le provviste fornite da terzi non familiari che, conseguentemente, vanno adeguatamente documentate.

La Cassazione (17203/2006) ritiene che, nel caso di apporti da parte di soggetti diversi dai componenti del nucleo familiare, il contribuente dovrà in ogni caso dimostrare il passaggio del reddito nella sua disponibilità, ciò non potendosi presumere sulla base di una asserita, e non meglio dimostrata, convivenza.

 

7) Contenzioso tributario in calo del 7,25% nel primo trimestre 2014

Nel periodo gennaio-marzo 2014 le controversie pervenute complessivamente sono state 75.309, registrando una diminuzione tendenziale del contenzioso tributario del 7,25% (pari a -5.886 controversie), rispetto al primo trimestre dell’anno precedente.

Nello stesso periodo le controversie definite sono state 81.023, con una riduzione tendenziale delle decisioni pari all’1,32% (-1.082 cause), rispetto al 2013. Quelle pendenti nel primo trimestre del 2014 risultano invece pari a 627.930, segnando un decremento di circa l’8% (-54.840 controversie giacenti), rispetto ai primi tre mesi del 2013.

Nel primo trimestre 2014 i ricorsi di primo grado presentati presso le Commissioni tributarie provinciali, pari a 60.457, mostrano un calo tendenziale del 7,52%, rispetto all’analogo periodo del 2013, mentre quelli definiti, pari a 66.471, sono sostanzialmente rimasti invariati (+0,05%).

Gli appelli pervenuti presso le Commissioni tributarie regionali nei primi tre mesi del 2014, pari a 14.852, sono diminuiti del 6,14%, mentre quelli definiti, pari a 14.552, hanno subito un decremento del 7,10%, rispetto al primo trimestre del 2013.

Nelle CTP, la percentuale di giudizi di primo grado completamente favorevoli all’Ente impositore è pari a circa il 43%, per un valore complessivo di 2.462,67 milioni di euro, mentre la percentuale di giudizi completamente favorevoli al contribuente è pari a circa il 32%, per un valore complessivo di 2.182,08 milioni di euro.

Nelle CTR, le cause concluse con giudizi completamente favorevoli all’Ente impositore sono circa il 44%, per un valore complessivo pari a 1.043,75 milioni di euro, mentre la percentuale di giudizi completamente favorevoli al contribuente è pari a circa il 40%, per un valore complessivo di 1.587,27 milioni di euro.

Tutte le statistiche e le analisi dei dati del contenzioso tributario sono disponibili sul sito internet del Dipartimento delle Finanze:

http://www.finanze.gov.it/export/finanze/Per_conoscere_il_fisco/Giustizia_tributaria/Analisi_sul_contenzioso_tributario/index.htm.

(MEF, comunicato del 30 giugno 2014)

 

8) Dichiarazione IMU/TASI per l’esenzione degli enti commerciali: si presenta entro il 30 settembre 2014

E' stato firmato in data 26 giugno 2014 ed è in corso di pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale, il decreto di approvazione del modello di dichiarazione dell'IMU e della TASI per gli enti non commerciali, con le relative istruzioni. La dichiarazione riguarda gli immobili per i quali è prevista l'esenzione di cui all’art. 7, comma 1, lett. i), del D.Lgs. n. 504 del 1992. Il decreto prevede che, per gli anni 2012 e 2013, il termine di presentazione della dichiarazione è fissato al 30 settembre 2014.

In particolare, sul sito del MEF è disponibile il Decreto di dichiarazione IMU TASI ENC 26/06/2014, il Modello di dichiarazione IMU2014, e le Istruzioni IMU2014.

 

Vincenzo D’Andò