Il giudizio di ottemperanza: possibilità di compensazione

Il giudizio di ottemperanza in materia tributaria, regolamentato dall’art. 70 del D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, ha trovato attuazione in ragione delle direttive contenute nella legge delega n. 413 del 30 dicembre 1991, che prevedeva l’introduzione della disciplina dell’esecuzione coattiva delle sentenze pronunciate dal giudice tributario, anche a carico dell’Amministrazione finanziaria soccombente.

Tale azione è spesso esercitata dal contribuente nei casi in cui vi sia stata una,- non osservata, sentenza definitiva di condanna dell’Amministrazione finanziaria all’erogazione di un rimborso. Al fine di poter promuovere il relativo giudizio è, quindi, necessaria una sentenza passata in giudicato e, in tal senso, giova sin d’ora sottolineare, che la Corte costituzionale, con la sent. 30 luglio 2008, n. 316, ha sancito che non è fondata la questione di legittimità sollevata con riferimento all’art. 70 del D.Lgs. n. 546/1992 nella parte in cui esclude l’attivazione dell’ottemperanza per le sentenze di condanna al rimborso non passate in giudicato.

Nella consapevolezza della valenza dell’istituto ed In una ottica deflativa di ricorsi ex art. 70 D.Lgs n.546/92 o, se si preferisce, di attenzione preventiva all’esecuzione delle sentenze definitive, l’agenzia delle entrate ha avuto modo di raccomandare ai propri uffici periferici :

  • In via generale: come vadano «evitati giudizi di ottemperanza, esecuzioni forzate ed ulteriori aggravi, anche per quanto riguarda le spese di giudizio» (v.si le circolari dell’Agenzia delle entrate 20 maggio 2010, n. 26/E e 15 maggio 2009, n. 24/E);

  • in via specifica: come l’Ufficio debba attivarsi «prontamente per l’erogazione del rimborso in tutte le ipotesi in cui ne abbia riconosciuto la spettanza in corso di giudizio ed, in particolare, in caso di acquiescenza a sentenza favorevole al contribuente, al fine sia di evitare giudizi di ottemperanza o procedure di esecuzione forzata della sentenza sia di ridurre gli oneri per interessi» (v.si circolare dell’Agenzia delle entrate 1° ottobre 2010, n. 49/E).

L’istituto è mutuato dalla giustizia amministrativa che, attualmente, prevede l’esercizio del giudizio di ottemperanza dinanzi ai giudici amministrativi nei modi e nelle forme riscontrabili agli artt. 112 ss. del D.Lgs. 2 luglio 2010, n. 104 (decreto che ha comportato l’abrogazione pressoché integrale del R.D. n. 1054/1924, e della legge 6 dicembre 1971, n. 1034).

In realtà , il giudizio di ottemperanza, nel nostro ordinamento, ha incontrato più di un precedente normativo.

Infatti, all’art. 4, c. 2, della legge 20 marzo 1865, n. 2248, All. E,(«L’atto amministrativo non potrà essere revocato o modificato se non sovraricorso allecompetenti autorità amministrative, le quali si conformeranno al giudicato dei tribunali in quanto riguarda il caso deciso») faceva seguito il vero e proprio giudizio di ottemperanza ex art. 2 Legge n. 5992 del 31 marzo 1889, che prevedeva l’obbligo, per l’autorità amministrativa, di conformarsi al giudicato del tribunale che avesse riconosciuto la lesione di un diritto civile o politico. Ancor dopo, l’istituto nasceva per l’ottemperanza di provvedimenti dell’autorità giudiziaria ordinaria, ed esso veniva concepito – nella norma abrogata (già oggetto di richiamo nel presente scritto), cioè nell’art. 27, n. 4, del R.D. n. 1054 del 26 giugno 1924 (T.U. del Consiglio di Stato) – come “rimedio” agli effetti antigiuridici collegati all’inerzia dell’Amministrazione relativamente a una sentenza definitiva, di condanna, dell’autorità giudiziaria ordinaria.

Occorre però premettere che il giudizio di ottemperanza “tributario” ex art. 7° D.Lgs n.546/92 , cioè quello correlato agli obblighi derivanti dalle sentenze delle commissioni tributarie, presenta, come espressamente ricordato dalla Corte di Cassazione nel recentissimo arresto n. 9430 del 20 aprile 2014, connotati diversi dal corrispondente e concorrente giudizio esecutivo civile, perchè il suo scopo non è quello…

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