La decisione abnorme del giudice tributario

1. Sentenza, ordinanza e decreto nel processo tributario

Nel processo tributario, la commissione tributaria adìta assume decisioni, a seconda dei casi, con la forma della sentenza, dell’ordinanza e del decreto.

Mentre nella prima ipotesi il collegio definisce il giudizio decidendo la controversia o dichiarando di non poterla decidere, nella seconda invece ricorre ad una ordinanza perché provvede “intorno” al processo senza definire il giudizio.

Infatti , le ordinanze si correlano:

alla sospensione cautelare dell’atto impugnato,

alla sospensione o interruzione del processo,

alla assunzione di mezzi di prova,

alla riunione dei processi.

 

Il decreto, invece, è un provvedimento ordinatorio emesso dal Presidente della Commissione o dal Presidente della Sezione quando non vi è il contraddittorio fra le parti.

Il Presidente della Commissione, ad esempio, pronuncia decreto quando:

assegna il ricorso ad una Sezione,

riunisce dinanzi ad una medesima sezione ricorsi pendenti dinanzi a sezioni diversi,

fissa l’udienza di trattazione dell’istanza di sospensione.

Il Presidente della Sezione emette decreto quando:

fissa la trattazione della controversia,

nomina il relatore,

dispone la riunione dei ricorsi,

dichiara, con decreto soggetto a reclamo dinanzi al Collegio:

l’inammissibilità manifesta del ricorso,

la sospensione del processo,

l’interruzione del processo,

l’estinzione del processo (art. 27 del D.Lgs. n. 546/1992).

 

2.La problematica

Capita talvolta che la commissione di merito emetta un provvedimento che dottrina e giurisprudenza definiscono abnorme, in quanto emesso in carenza d’attribuzione non della generale potestas iudicandi, che comunque appartiene a quel giudice, ma dell’esercitato potere in relazione alla specifica fattispecie decisionale altrimenti regolata.

In altre parole, può accadere che la commissione emetta un provvedimento adottando una forma errata (i.e. come nel caso che si descriverà nel prosieguo del presente scritto, con la forma di ordinanza in luogo di sentenza e questo nonostante i contenuti palesemente decisori del provvedimento). Nasce a questo punto il problema per le parti (e, soprattutto, per la parte alla quale lo stesso provvedimento risulta sfavorevole) del modo e del termine in cui proporre impugnazione.

Tra l’altro, diversamente da quanto avviene nel processo civile, il regolamento del processo tributario, precisamente al comma 3, ultimo periodo, dell’articolo 35 del D.Lgs. n. 546/1992, proibisce alle commissioni tributarie l’adozione di sentenze parziali o non definitive. Questa circostanza ovvero questo divieto evita ogni possibilità di scelta fra impugnazioni immediate e riserva di impugnazione differita con la conseguenza che l’emissione (illegittima) di una sentenza “parziale” impone, come testimoniato dalla decisione n. 2913/2013 della Corte di Cassazione, l’ingerenza dell’ordinario regime delle impugnazioni.

 

3. Il predominante principio della “prevalenza della sostanza sulla forma” e quello, minoritario, della “apparenza ed affidabilità”

Secondo la dottrina maggioritaria, al fine di individuare se, ed attraverso quale mezzo, un determinato provvedimento del giudice sia impugnabile, occorre riferirsi non alla forma che esso ha concretamente assunto, ma a quella di cui avrebbe dovuto essere rivestito secondo la norma processuale1.

La conseguenza della predetta conclusione comporta che le ordinanze (od i decreti), con le quali si risolvono questioni che la legge riserva al provvedimento da assumere con la forma di “sentenza”, possono essere censurate, anche secondo la giurisprudenza civile maggioritaria, mediante i mezzi ordinari e straordinari di impugnazione2 ed ove pronunciati dal giudice di primo grado, sono appellabili e non ricorribili direttamente per cassazione ex art. 111 Cost.3, mentre diversamente le ordinanze restano revocabili e modificabili unicamente dal giudice che l’ha emessa4.

 

La riconosciuta prevalenza…

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