Diario quotidiano del 30 aprile 2014: niente IRAP per il commercialista con dipendente part-time

Pubblicato il 30 aprile 2014



niente Irap per il commercialista con dipendente part-time; accordi transattivi: competenza fiscale; contributo di solidarietà sui trattamenti pensionistici; la rinunzia alla proprietà e ai diritti reali di godimento: nuovo studio del Notariato; Consob autorizza l’esercizio del meccanismo di stoccaggio centralizzato delle informazioni regolamentate; visure catastali online: ora è possibile estrarre i dati; decreto Irpef: intervento di Assonime; credito Iva trimestrale: scade la presentazione del Modello TR

 

Indice:

 1) Niente Irap per il Commercialista con dipendente part-time

 2) Accordi transattivi: competenza fiscale

 3) Contributo di solidarietà sui trattamenti pensionistici

 4) La rinunzia alla proprietà e ai diritti reali di godimento: nuovo studio del Notariato

 5) Consob autorizza l’esercizio del meccanismo di stoccaggio centralizzato delle informazioni regolamentate

 6) Visure catastali online: ora è possibile estrarre i dati

 7) Decreto Irpef: intervento di Assonime

 8) Credito Iva trimestrale: scade la presentazione del Modello TR

 

 

 

1) Niente Irap per il Commercialista con dipendente part-time

Il professionista anche se si avvale di persone terze a part time nonché di consulenze legali non deve pagare l’Irap.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 9241 del 2014.

Dunque, niente Irap per il Commercialista che si avvalga di terzi a part-time corrispondendo cifre attorno i 20 mila euro. Nel caso di specie, precisa la Suprema Corte, il professionista si avvaleva anche di consulenze legali.

La cartella di pagamento non preceduta dall’avviso bonario è illegittima

Ove sussistano delle incertezze su aspetti rilevanti della dichiarazione, la cartella di pagamento emessa a seguito di controlli automatici è illegittima se non è preceduta dall’invio della comunicazione di irregolarità.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 8708 del 15 aprile 2014.

La vicenda giudiziaria riguarda l’impugnazione da parte di una società di una cartella di pagamento emessa a seguito del controllo automatizzato per la riscossione Iva relativa all’anno d’imposta 2005, effettuato ai sensi dell’art. 36 bis del DPR n. 600/73 e dell’art. 54-bis del DPR n. 633/72. La Commissione tributaria regionale, nel riformare la sentenza di primo grado, ha annullato la cartella di pagamento impugnata, rilevando che la stessa non é stata preceduta dall’invio al contribuente della comunicazione di irregolarità.

 

 

2) Accordi transattivi: competenza fiscale

Una volta che è stata fatta la transazione, poi le somme devono essere dichiarate per competenza anche se non sono state percepite.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 9317 del 28 aprile 2014.

Nel caso di specie, a seguito di un accordo transattivo, una società aveva diritto a percepire una somma a mezzo di assegni bancari. Tale somma non era però stata materialmente incassata.

La CTR, pronunciatasi sul caso, aveva affermato che non poteva trovare applicazione il criterio di imputazione dei ricavi per competenza, invocato dall’organo accertatore, in quanto la transazione prevedeva la corresponsione della somma mediante assegni bancari e la citata società aveva fornito idonea prova del mancato incasso delle somme portate dagli assegni.

L’Agenzia delle entrate aveva, quindi, proposto ricorso, basandosi sul fatto che “il giudice del merito non aveva tenuto alcun conto del principio di competenza che vige nel nostro ordinamento in materia di determinazione del reddito d’impresa, principio in virtù del quale l’effetto delle operazioni economiche deve essere contabilmente attribuito all’esercizio al quale esse si riferiscono, indipendentemente dal successivo incasso delle conseguenze pecuniarie delle operazioni. In virtù di tale principio la contribuente avrebbe dovuto contabilizzare il ricavo nell’anno 2001 e solo in seguito rettificare tale dato (con imputazione di sopravvenienza passiva) per dare conto del mancato incasso delle somme dovutele”.

La Cassazione ha accolto il ricorso e cassato la sentenza impugnata, evidenziando che, a questo proposito, non si può prescinde dal ripetuto indirizzo giurisprudenziale della Corte, secondo cui in materia di reddito d’impresa l’art. 75 del TUIR (ora art. 109), nel prevedere che i ricavi, le spese e gli altri componenti positivi e negativi concorrono a formare il reddito nell’esercizio di competenza, “non consente di attribuire rilievo alla data in cui perviene la fattura della spesa sostenuta, né permette la detrazione dei costi in esercizi diversi da quello di competenza, non potendo il contribuente essere lasciato arbitro della scelta del periodo in cui registrare le passività, in quanto l’imputazione di un determinato costo ad un esercizio anziché ad un altro può, in astratto, comportare l’alterazione dei risultati della dichiarazione, mediante i meccanismi di compensazione dei ricavi e dei costi nei singoli esercizi”.Non vi è dubbio, quindi, secondo i Giudici di legittimità, che l’omessa registrazione del reddito maturato nel periodo di competenza abbia legittimato l’Agenzia all’adozione dell’avviso di accertamento impugnato.

Rimborsabile l’IVA pagata per costruire un immobile su un terreno altrui

Il rimborso IVA può essere richiesto anche per le spese sostenute per la costruzione di immobili detenuti in comodato, a condizione che i beni siano strumentali all’attività d’impresa della società costruttrice.Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 9327 del 28 aprile 2014.

 

 

3) Contributo di solidarietà sui trattamenti pensionistici

L’Inps, con il messaggio n. 4294 del 28 aprile 2014, ha comunicato i criteri applicativi utilizzati dalle pensioni delle gestioni private, pubbliche e degli sportivi professionisti e lavoratori dello spettacolo per l'applicazione del contributo di solidarietà sui trattamenti pensionistici corrisposti esclusivamente da enti gestori di forme di previdenza obbligatorie e sui vitalizi previsti per coloro che hanno ricoperto funzioni pubbliche elettive erogati dagli organi costituzionali, dalle Regioni e dalle province autonome di Trento e Bolzano (previsto dall’art. 1, commi 486 e 487, della Legge n. 147/2013 (Legge di stabilità 2014).

Tale contributo si applica ai trattamenti lordi complessivamente superiori a quattordici volte il trattamento minimo, per la parte eccedente i limiti previsti, secondo la tabella seguente:

Trattamento minimo 2014: mensile 501,38 – annuo 6.517,94

 

% contributo

Valori per l’anno 2014

Fra 14 e 20 volte il trattamento minimo annuo

6

da 91.251,16 a 130.358,8

Fra 20 e 30 volte il trattamento minimo annuo

12

da 130.358,81 a 195.538,20

Oltre 30 volte il trattamento minimo annuo

18

da 195.538,21 in poi

Il contributo opera a favore delle gestioni previdenziali obbligatorie e le somme trattenute vengono acquisite dalle competenti gestioni previdenziali.

 

 

4) La rinunzia alla proprietà e ai diritti reali di godimento: nuovo studio del Notariato

Lo Studio n. 216-2014/C pubblicato sul sito del Consiglio Nazionale del Notariato il 29 aprile 2014 si propone di esaminare il tema della rinunziabilità del diritto di proprietà e dei diritti reali di godimento, di particolare interesse in un contesto socio-economico quale quello attuale, stante la crisi economica e la forte pressione fiscale.

La rinunzia viene tradizionalmente ricostruita come negozio giuridico unilaterale mediante il quale l’autore dismette una situazione giuridica di cui è titolare. Il suo effetto essenziale è unicamente l’abdicazione da parte del soggetto della situazione giuridica. Gli ulteriori effetti, estintivi o modificativi del rapporto, che possono anche incidere sui terzi, sono conseguenze solo riflesse del negozio rinunziativo, non direttamente ricollegabili all’intento negoziale e non correlate al contenuto causale dell’atto.

La rinunzia abdicativa è un negozio unilaterale non recettizio, che non richiede la conoscenza né tanto meno l’accettazione da parte di altri soggetti.

Con riferimento al suo oggetto, gli interpreti concordano sulla generale rinunziabilità dei diritti reali. Deve ritenersi anzitutto suscettibile di rinunzia abdicativa il diritto di proprietà. A sostegno di tale conclusione possono addursi molteplici argomenti quali il carattere disponibile del diritto in esame; la previsione da parte del legislatore di specifiche ipotesi, sia pure peculiari, di rinunzia al diritto di proprietà (artt. 882-1104 c.c.); la circostanza che per escludere la rinunziabilità in relazione alle parti comuni dell’edificio il legislatore è dovuto intervenire espressamente (art. 1118 c.c.); la disparità di trattamento che si creerebbe altrimenti rispetto ai beni mobili, dei quali è indiscutibile la possibilità di abbandono; l’espresso riferimento contenuto negli artt. 1350 e 2643 c.c. L’effetto di tale rinunzia è l’acquisto dell’immobile in capo allo Stato ai sensi dell’art. 827 c.c. Si tratta di un acquisto a titolo originario, che costituisce effetto solo indiretto e mediato della rinunzia, e che trova fondamento nella legge. La rinunzia alla proprietà ha natura di negozio unilaterale non recettizio, per il quale è da escludersi un potere di rifiuto da parte dello Stato.

L’atto in questione deve avere forma scritta ed è soggetto a trascrizione ai sensi dell’art. 2643, n. 5, c.c. Il riferimento agli effetti di cui all’art. 2644 c.c. risulta incoerente rispetto al carattere puramente abdicativo della rinunzia. Quanto alle modalità di trascrizione, sembra preferibile la tesi secondo la quale la rinunzia, stante la sua natura abdicativa, debba essere trascritta unicamente contro il rinunziante.

La rinunzia, oltre alla proprietà esclusiva, può riguardare anche la quota di comproprietà, trattandosi del medesimo diritto. Il codice civile prevede espressamente ipotesi di rinunzia alla quota. Tra queste, in particolare, viene in rilievo la rinunzia liberatoria di cui all’art. 1104 c.c., che si caratterizza per la circostanza che alla rinunzia al diritto reale si accompagna la dismissione di una situazione debitoria.

Molto diverse sono, infatti, la fattispecie della rinunzia abdicativa e quella della rinunzia liberatoria della quota di comproprietà. La prima determina puramente e semplicemente l’abdicazione della quota di cui il soggetto è titolare, senza ulteriori effetti negoziali propri dell’atto posto in essere. Da ciò consegue che il condomino, mentre non sarà tenuto a corrispondere le spese concernenti la cosa comune per il tempo successivo alla rinunzia in quanto egli non risulterà più essere proprietario della stessa, rimarrà tenuto all’adempimento di tutte le obbligazioni inerenti la cosa sorte fino al giorno della rinunzia. Nella rinunzia liberatoria, invece, all’effetto abdicativo si accompagna, per espressa previsione del legislatore, un effetto estintivo dell’obbligazione. In questo caso, dunque, il condomino, rinunziando alla propria quota, dismette il diritto di cui è titolare al fine di liberarsi da tutte le obbligazioni inerenti la cosa, non solo (come è ovvio) per il futuro, ma anche per quelle già sorte.

Con riferimento alla rinunzia liberatoria, la dottrina ritiene che essa abbia carattere recettizio. Ciò trova spiegazione non tanto nella dismissione del diritto reale, quanto piuttosto nell’effetto eccezionale di liberazione dal debito. Effetto (anche in questo caso solo indiretto) di tale rinunzia è l’espansione delle quote degli altri condividenti.

Anche la rinunzia abdicativa alla quota di comproprietà determina tale fenomeno di espansione o accrescimento. Si tratta, infatti, di una conseguenza della natura della comunione e, come sempre, non costituisce un effetto diretto della rinunzia, bensì solo indiretto e mediato.

Sembra da escludere la possibilità di un rifiuto dell’accrescimento da parte degli altri contitolari. Il rifiuto, quale rimedio generale contro le altrui intrusioni nella propria sfera giuridica, opera solo con riferimento agli atti che producono come effetto diretto tale intrusione. Nel caso in esame, invece, manca una diretta alterazione della sfera giuridica altrui. Sarebbe inoltre foriero di gravi inconvenienti pratici immaginare una comproprietà con lo Stato. Ovviamente resta salva la facoltà da parte dei restanti condividenti di rinunziare a loro volta alla propria quota, così come accresciuta.

Coerentemente alla sua natura abdicativa, anche la rinunzia alla quota ha natura di negozio unilaterale non recettizio. L’assenza dell’effetto liberatorio e della possibilità di rifiuto escludono la necessità della conoscenza altrui ai fini dell’efficacia del negozio. Resta comunque fortemente opportuna tale conoscenza in un’ottica di reciproca correttezza.

Anche la rinunzia in esame va trascritta e valgono le stesse considerazioni fatte in relazione alla proprietà esclusiva.

Con riferimento ai diritti reali di godimento, può anzitutto osservarsi che il diritto di superficie, in quanto disponibile, è suscettibile di rinunzia. Nessun dubbio si pone con riferimento alla fase antecedente la costruzione dell’edificio. Più controversa, invece, è la rinunzia alla proprietà superficiaria. Per alcuni, distinguendosi tra proprietà superficiaria e proprietà separata, tale rinunzia non sarebbe possibile, avendo ormai il diritto esaurito i suoi effetti. Potrà esserci, semmai, una normale rinunzia al diritto di proprietà. Per altri, invece, negandosi la distinzione sopra indicata, tale rinunzia sarebbe possibile. Conseguenza di tale atto è il ripristino del principio dell’accessione e dunque l’acquisto della costruzione da parte del proprietario del suolo.

Quanto al diritto di enfiteusi, nessuna peculiarità presenta, sotto il profilo della rinunziabilità, il diritto spettante al concedente. Maggiore attenzione merita invece la posizione dell’enfiteuta. Per alcuni egli potrebbe liberamente rinunziare al proprio diritto. Secondo l’impostazione preferibile ciò sarebbe possibile, invece, nel solo caso espressamente previsto dalla legge (art. 963 c.c.: perimento parziale del fondo). Tale limitazione alla facoltà di rinunzia si giustifica per la natura del diritto dell’enfiteuta, caratterizzato dalla presenza di un profilo obbligatorio, di cui non è possibile la dismissione in mancanza di una norma espressa o del consenso del creditore.

Nessun dubbio si pone circa la rinunziabilità del diritto di usufrutto, la quale trova espressa conferma, tra l’altro, nell’art. 2814 c.c. Si tratti di un negozio unilaterale, per alcuni recettizio; per altri, condivisibilmente, non recettizio, stante il suo effetto puramente abdicativo. Anche in questo caso sussistono comunque le ragioni di opportunità della comunicazione al nudo proprietario, già evidenziate in precedenza.

L’effetto (sempre solo indiretto e mediato) del negozio abdicativo è, in questo caso, l’espansione della nuda proprietà. Trattandosi di un effetto legale non è ammissibile un rifiuto da parte del nudo proprietario.

Secondo l’opinione prevalente in dottrina ed in giurisprudenza l’atto in esame può configurarsi quale liberalità indiretta, laddove ne ricorrano i presupposti.

Anche i diritti di uso e di abitazione appaiono suscettibili di rinunzia, stante il rinvio alla disciplina dell’usufrutto.

La servitù si estingue per rinunzia. Per alcuni si tratterebbe di un atto bilaterale a carattere attributivo. Prevale la tesi della natura unilaterale, in coerenza all’effetto puramente abdicativo del negozio. Per alcuni avrebbe carattere recettizio; per altri, condivisibilmente, non sarebbe recettizio sempre in virtù della sua natura abdicativa. Possono determinarsi effetti peculiari laddove il fondo dominante risulti gravato da altri diritti reali minori. Sono necessarie la forma scritta e la trascrizione.

Diverso rispetto alla rinunzia alla servitù è l’istituto, particolarmente controverso, dell’abbandono del fondo servente. Tecnicamente si tratta di un atto di rinunzia e non di abbandono. Per alcuni esso avrebbe natura di offerta di acquisto (teoria contrattualistica). Per altri sarebbe un’ipotesi di rinunzia traslativa. Altri ancora riconducono l’istituto in esame alle obbligazioni con facoltà alternativa.

Esso determina un effetto dismissivo immediato (della proprietà del fondo servente) ed un effetto liberatorio, anche per il passato, dalle spese relative alla servitù. Secondo l’opinione prevalente, si tratta di un negozio unilaterale recettizio, stante la presenza dell’effetto liberatorio (come nell’ipotesi di cui all’art. 1104 c.c.).

Il proprietario del fondo dominante può acquistare il fondo, essendo la rinunzia disposta a “suo favore”: per alcuni occorre un atto di appropriazione o accettazione che avrà efficacia retroattiva. Per altri, invece, l’acquisto opererebbe automaticamente, salva la possibilità di rifiuto. Prevale la tesi per cui l’acquisto in esame sarebbe titolo derivativo, a differenza di quanto accade nelle ipotesi di rinunzia abdicativa. In caso di acquisto, comunque, la servitù si estingue per confusione.

In conclusione, esaminato l’atteggiarsi della rinunzia abdicativa rispetto ai diversi diritti reali, la stessa manifesta alcuni tratti comuni caratterizzanti. Si tratta, anzitutto, di un negozio unilaterale non recettizio, che non richiede accettazione né deve essere portato a conoscenza di terzi.

Lo stesso, inoltre, è causalmente diretto unicamente alla dismissione del diritto soggettivo. Eventuali conseguenze per i terzi sono effetti solo riflessi e ordinamentali del negozio in esame. E ciò contribuisce a spiegarne il carattere non recettizio.

La generale rinunziabilità se riguarda i diritti, non così gli obblighi. Nei casi in cui esiste una posizione di debito (come nel diritto di enfiteusi ovvero nelle fattispecie di rinunzia liberatoria, quali quelle di cui agli artt. 1070 e 1104 c.c.) la rinunzia assume una fisionomia diversa. Occorre, infatti, una espressa previsione di legge affinché il debitore possa spogliarsi del debito senza il consenso del creditore. Stante il pregiudizio che questi risente, la dichiarazione di rinunzia deve inoltre essergli portata a conoscenza (e ciò trova conferma anche nella disciplina della remissione del debito, art. 1236 c.c.), assumendo pertanto natura recettizia.

 

 

5) Consob autorizza l’esercizio del meccanismo di stoccaggio centralizzato delle informazioni regolamentate

Dopo una lunga fase transitoria, con la delibera Consob n. 18852 del 9 aprile 2014, è stata autorizzata la prestazione dell’attività di stoccaggio centralizzato delle informazioni cd. regolamentate (denominata “1Info”) da parte di Computershare S.p.A..

Si rammenta che la direttiva Transparency (direttiva 2004/109/CE) ha dettato una disciplina uniforme degli obblighi di pubblicazione delle cd. informazioni regolamentate cui sono sottoposti tutti gli emittenti quotati su un mercato regolamentato.

Le modalità di pubblicazione delle informazioni regolamentate sono articolate in tre fasi:

- diffusione delle informazioni regolamentate in proprio da parte degli emittenti o attraverso soggetti a ciò autorizzati dall’Autorità competente (SDIR, sistema di diffusione delle informazioni regolamentate);

- conservazione delle informazioni regolamentate diffuse presso un meccanismo autorizzato dall’Autorità competente allo stoccaggio delle informazioni, accessibile agli utenti finali e alla Autorità di vigilanza;

- deposito delle informazioni regolamentate presso le Autorità competenti.

Con il recepimento della direttiva Transparency - ad opera del d.lgs. n. 195/2007 che ha modificato il Tuf e della delibera Consob n. 16850/2009 che ha modificato il Regolamento Emittenti - sono quindi stati disciplinati nel dettaglio, fra l’altro, i requisiti che devono possedere gli SDIR e i meccanismi preposti allo stoccaggio, le procedure per la relativa autorizzazione da parte dell’Autorità Competente (Consob), nonché le modalità con cui gli emittenti adempiono agli obblighi di diffusione, stoccaggio e deposito delle informazioni.

Il servizio di diffusione delle informazioni regolamentate, dopo un lungo periodo transitorio dovuto alla mancanza di richieste autorizzative, è attualmente svolto da Bit Market Services S.p.A, società del gruppo London Stock Exchange, autorizzata dalla Consob nell’aprile 2012 (cfr. delibera Consob n. 18159/2012 e comunicazione Consob n. 12027454/2012 con la quale venivano forniti chiarimenti in merito alle modalità di diffusione e stoccaggio fino alla data di inizio delle attività del meccanismo di stoccaggio).

Quanto al servizio di stoccaggio, con la delibera Consob n. 18852 del 9 aprile scorso citata è stato fissato l’inizio delle attività per il 19 maggio 2014, data a partire dalla quale gli emittenti quotati e gli emittenti quotati aventi l’Italia come Stato membro d’origine sono tenuti a trasmettere al meccanismo di stoccaggio autorizzato le informazioni regolamentate. Dal 18 maggio tali soggetti dovranno quindi aver aderito al meccanismo di stoccaggio.

Come chiarito nella comunicazione Consob n. 0029658 del 10 aprile 2014, dal 19 maggio diventeranno efficaci le disposizioni del Regolamento Emittenti in materia di stoccaggio. Nella citata comunicazione (che abroga le corrispondenti informazioni contenute nella comunicazione del 2012 e in cui vengono forniti chiarimenti in merito allo stoccaggio e al deposito delle informazioni regolamentate), si rammenta anche che ai sensi dell’art. 65-septies Regolamento Emittenti, gli emittenti sono tenuti a inviare alla Consob copia del contratto concluso con il gestore del meccanismo di stoccaggio ed a pubblicare sul proprio sito internet la denominazione e l’indirizzo internet del citato meccanismo e a darne comunicazione al proprio soggetto controllante.

(Assonime, nota del 29 aprile 2014)

 

 

6) Visure catastali online: ora è possibile estrarre i dati

Dal 29 aprile 2014 le visure catastali sono disponibili anche in formato elaborabile per gli iscritti a Sister, la piattaforma telematica dei servizi catastali e di pubblicità immobiliare. In particolare, sarà possibile ottenere i dati contenuti nelle visure, non più soltanto in formato pdf, ma anche in formato xml, che consente di effettuare diverse elaborazioni.

Questa novità amplia le possibilità operative di enti e professionisti che possono ora integrare i propri archivi gestionali con le informazioni presenti negli atti del catasto terreni e urbano.

La visura catastale in formato elaborabile ha gli stessi costi applicati al formato pdf ed è disponibile sul sito dell’Agenzia delle entrate esclusivamente per gli utenti abbonati a Sister.

Il nuovo servizio si aggiunge a quelli già attivati nei giorni scorsi che consentono di effettuare le visure personali attraverso i servizi online dell’Agenzia delle Entrate, Fisconline ed Entratel, e di acquistare tramite Sister i fogli di mappa in versione digitale.

(Agenzia delle entrate, comunicato n. 51 del 29 aprile 2014)

 

 

7) Decreto Irpef: intervento di Assonime

Assonime, con una nota del 29 aprile 2014, si sofferma sui contenuti delle misure fiscali del d.l. n. 66 del 24 aprile 2014, recante “Misure urgenti per la competitività e la giustizia sociale”.

Il decreto legge n. 66 del 24 aprile 2014, recante “Misure urgenti per la competitività e la giustizia sociale” e pubblicato nella G.U. n. 95 del 24 aprile 2014, nell’’intento di ridurre la pressione fiscale e contributiva sul lavoro e nell’ottica di una futura riduzione del cuneo fiscale, ha riconosciuto un credito ai titolari di reddito di lavoro dipendente e assimilati. In particolare, ai sensi dell’articolo 1 del decreto, il credito non concorre alla formazione del reddito e spetta ai titolari di reddito di lavoro dipendente e di taluni redditi assimilati la cui imposta lorda sia di ammontare superiore alle detrazioni da lavoro spettanti. Esso è riconosciuto nella misura di 640 euro se il reddito complessivo del lavoratore risulta ricompreso tra gli 8.000 e i 24.000 euro, mentre per i titolari di reddito ricompreso tra i 24.000 e 26.000 euro il credito di 640 euro spetterà in misura pari al rapporto tra l’importo di 26.000 euro, diminuito del reddito complessivo, e l’importo di 2.000 euro. Il credito in esame viene espressamente riconosciuto per il solo periodo d’imposta 2014 ma il Governo sembra intenzionato a rendere strutturale la riduzione del cuneo fiscale.Al fine di consentire la rapida fruizione del beneficio, i sostituti d’imposta riconosceranno in via automatica il credito, ripartendone il relativo ammontare sulle retribuzioni erogate a partire dal primo periodo di paga utile successivo alla data di entrata in vigore del decreto legge in commento, con la facoltà di compensare l’onere con le ritenute dovute e, per l’eccedenza, con i contributi previdenziali.

Il primo comma dell’art. 2 del decreto in esame dispone, inoltre, una riduzione del 10% circa delle aliquote base applicabili all’Imposta regionale sulle attività produttive a decorrere dal periodo d’imposta successivo a quello in corso al 31 dicembre 2013, e dunque per la generalità dei contribuenti dal periodo d’imposta 2014. In particolare, viene disposta la riduzione: a) dal 4,20 per cento al 3,80 per cento dell’aliquota applicata dalle società di capitali e dagli enti commerciali titolari di concessioni per la gestione di servizi e opere pubbliche, diverse da quelle aventi ad oggetto la costruzione e la gestione di autostrade e trafori; b) dal 4,65 per cento al 4,20 per cento dell’aliquota cui sono obbligate le banche e gli altri soggetti finanziari che determinano il valore della produzione ai sensi dell’articolo 6 del decreto legislativo n. 446 del 1997; c) dal 5,90 per cento al 5,30 per cento dell’aliquota prevista per le imprese di assicurazione che determinano il valore della produzione ai sensi dell’articolo 7 del decreto legislativo n. 446 del 1997; d) dall’1,9 per cento al 1,70 per cento dell’aliquota relativa ai soggetti che operano nel settore agricolo e alle cooperative di piccola pesca e i loro consorzi. Infine viene disposta la riduzione dal 3,9 per cento al 3,50 per cento dell’aliquota di cui al comma 1 dell’articolo 16 del decreto legislativo n. 446 del 1997 applicabile, in via ordinaria, dalla generalità degli altri soggetti passivi IRAP. La riduzione delle aliquote IRAP potrà essere fruita, sia pur in misura parziale, già in occasione del versamento del primo acconto 2014 per i soggetti che utilizzeranno il metodo previsionale: in tal caso, infatti, la norma consente di applicare nel calcolo dell’importo dovuto a) l’aliquota del 4 per cento per le società di capitali ed enti commerciali titolari di concessioni per la gestione di servizi e opere pubbliche, diverse da quelle aventi ad oggetto la costruzione e la gestione di autostrade e trafori; b) l’aliquota del 4,5 per le banche e gli altri soggetti finanziari; c) l’aliquota del 5,7 per le imprese di assicurazione; d) l’aliquota del 1,8 per cento per i soggetti che operano nel settore agricolo ed e) l’aliquota del 3,75 per la generalità degli altri soggetti passivi IRAP.Al fine di fornire la copertura finanziaria alle misure agevolative in esame, il decreto interviene sul livello di tassazione dei rendimenti degli strumenti finanziari assoggettati a ritenute alla fonte e a imposte sostitutive, innalzando l’aliquota di tali prelievi, attualmente determinata nella misura del 20 per cento, al 26 per cento, ma mantenendo inalterata ancora una volta l’aliquota del 12,50 per cento per le obbligazioni e i titoli di Stato nonché per le obbligazioni emesse da Stati esteri inclusi nella c.d. white list.

Modifiche sono state apportate anche riguardo al regime di rivalutazione dei beni d’impresa introdotto recentemente dall’articolo 1, comma 145, della legge n. 147 del 2013 (c.d. legge di stabilità per il 2014). Tale disposizione prevedeva che il versamento delle imposte sostitutive necessario ai fini del riconoscimento fiscale dei maggiori valori iscritti in bilancio avrebbe dovuto essere effettuato in tre rate annuali di pari importo, senza pagamento di interessi. In particolare, la prima rata avrebbe dovuto essere versata entro il termine di versamento del saldo delle imposte sui redditi dovute per il periodo di imposta con riferimento al quale la rivalutazione è eseguita, mentre le rate successive avrebbero dovuto essere pagate entro il termine di versamento a saldo delle imposte sui redditi relative ai periodi d’imposta successivi. La nuova disposizione (vedi art. 4, comma 11, del decreto) stabilisce invece che il versamento delle imposte sostitutive avvenga in un’unica soluzione entro il termine di versamento del saldo delle imposte sui redditi dovute per il periodo d’imposta in corso al 31 dicembre 2013.

Il decreto legge n. 66 del 2014 è intervenuto anche sull’ imposta sostitutiva applicabile dai soggetti partecipanti al capitale della Banca d’Italia sulla rivalutazione delle quote di partecipazione al capitale dell’Istituto. Il decreto legge n. 133 del 2013 ha autorizzato la Banca d’Italia ad aumentare il proprio capitale sociale fino all’importo di 7,5 miliardi di euro mediante utilizzo delle proprie riserve statutarie. A seguito di questa operazione il capitale sociale dell’istituto è rappresentato da quote di partecipazione del valore nominale di 25.000 euro ciascuna. L’art. 6 dello stesso decreto n. 133 e l’art. 1, comma 148, della legge n. 147 del 2013 (c.d. legge di stabilità per il 2014) hanno previsto, in relazione a questa operazione, una serie di conseguenze per i partecipanti al capitale sociale della Banca d’Italia di ordine contabile e fiscale. In particolare, il comma 148, dell’articolo 1, della legge n. 147 del 2013 nello specificare la disciplina concernente la riclassificazione contabile delle quote di partecipazione al capitale della Banca d’Italia disponeva che i maggiori valori iscritti in bilancio fossero assoggettati ad una imposta sostitutiva delle imposte sui redditi e dell’imposta regionale sulle attività produttive e di eventuali addizionali con l’aliquota stabilita del 12 per cento da versare in tre rate annuali di pari importo. Il comma 12 dell’art. 4 del decreto legge n. 66 è intervenuto su tale disposizione, innalzando la misura dell’imposta sostitutiva al 26 per cento.

Vengono, infine, dettate una serie di disposizioni in materia di accertamento e riscossione. In particolare, nelle more dell’attuazione degli obiettivi di stima e monitoraggio dell’evasione fiscale e di rafforzamento dell’attività conoscitiva e di controllo di cui alla legge n. 23 del 2014 (c.d. legge delega in materia tributaria), l’art. 6 del decreto dispone che il Governo presenti alle Camere un rapporto sulla realizzazione delle strategie di contrasto all’evasione fiscale, sui risultati conseguiti nel 2013 e nell’anno in corso, nonché su quelli attesi, con riferimento non soltanto al recupero di gettito derivante da accertamento di evasione ma anche a quello attribuibile alla maggiore propensione all’adempimento da parte dei contribuenti, come effetto delle misure e degli interventi definiti nella legge delega. L’art. 39 del decreto in commento ha modificato la disciplina recata dall’articolo 28-quinquies, comma 1, del D.P.R. n. 602 del 1973 che prevede la possibilità di compensare i crediti non prescritti, certi, liquidi ed esigibili nei confronti dello Stato, degli enti pubblici nazionali, delle regioni, degli enti locali e degli enti del Servizio sanitario nazionale per somministrazioni, forniture e appalti, con somme dovute in base agli istituti definitori della pretesa tributaria e deflativi del contenzioso tributario. Attraverso l’eliminazione del riferimento ai crediti maturati al 31 dicembre 2012, la norma contenuta nel decreto n. 66 ha reso strutturale la suddetta facoltà, consentendo di effettuare la predetta compensazione anche con riguardo ai crediti maturati dopo la data del 31 dicembre 2012. L’art. 40 ha esteso, inoltre, la possibilità di compensare i crediti non prescritti, certi, liquidi ed esigibili, maturati nei confronti dello Stato e degli enti pubblici nazionali con le somme dovute a seguito di iscrizioni a ruolo notificate entro il 30 settembre 2013 (il termine precedentemente previsto dall’art. 9, comma 02, del decreto legge n. 35 del 8 aprile 2013 era quello del 31 dicembre 2012).

 

 

8) Credito Iva trimestrale: scade la presentazione del Modello TR

Scade oggi la presentazione del Modello TR. Difatti, i contribuenti Iva che nella prima liquidazione periodica dell’anno, relativa al periodo gennaio/marzo 2014, hanno realizzato un’eccedenza di imposta detraibile superiore a 2.582,28 euro e intendono chiedere, in tutto o in parte, il rimborso della somma o utilizzare la stessa in compensazione, devono presentare telematicamente, entro il 30 aprile 2014, il modello TR, disponibile sul sito dell’Agenzia delle Entrate con le relative istruzioni. La trasmissione può essere effettuata dal diretto interessato o da un intermediario abilitato.

Possono chiedere il rimborso in questione i contribuenti:

- che effettuano esclusivamente o prevalentemente operazioni attive con aliquote inferiori a quelle dell’imposta relativa agli acquisti e alle importazioni;

- che effettuano operazioni non imponibili (articoli 8, 8-bis e 9 del Dpr 633/1972) per un ammontare superiore al 25% del totale complessivo di tutte le operazioni compiute nello stesso periodo che hanno acquistato e/o importato, nel trimestre, beni ammortizzabili per un ammontare superiore ai 2/3 del totale degli acquisti e delle importazioni imponibili;

- che realizzano, in un trimestre solare, nei confronti di soggetti Iva non stabiliti in Italia, operazioni attive per un importo superiore al 50% di tutte le operazioni effettuate (limitatamente a prestazioni di lavorazione relative a beni mobili materiali di trasporto di beni e relative prestazioni di intermediazione; di servizi accessori ai trasporti di beni e relative prestazioni di intermediazione; di servizi relative a operazioni creditizie, finanziarie, assicurative rese a soggetti extra comunitari o riguardanti beni destinati a essere esportati fuori dalla Comunità europea);

- non residenti e senza stabile organizzazione in Italia, identificati direttamente (art. 35-ter del Dpr 633/1972) o tramite un rappresentante residente nel territorio dello Stato.

 

Vincenzo D’Andò