Operazioni infragruppo e transfer price interno: il valore normale batte il corrispettivo

 

Premessa

La Suprema Corte, con la recente sentenza n°17955 del 24 luglio 2013, ha affermato una sorta di “primato” del criterio del “valore normale”, determinato dall’articolo 9 del vigente TUIR, rispetto a quello del corrispettivo, ordinariamente convenuto tra le parti di una transazione commerciale. Quanto precede, anche con riferimento a transazioni intervenute tra società appartenenti ad un medesimo gruppo, e residenti nel territorio dello Stato. La pronuncia, come avremo modo di illustrare nel presente contributo, non è priva di aspetti contradditori e piuttosto discutibili, ed ha sortito l’effetto di intorbidire ulteriormente le acque rispetto al passato. La stessa sentenza tra l’altro, si è posta in aperta contraddizione con quanto affermato dagli stessi Giudici di legittimità, nella precedente pronuncia n° 23551, depositata il 20 dicembre 2012. In quest’ultima, infatti, si affermava l’ inapplicabilità del valore normale alle transazioni tra società partecipanti ad un medesimo gruppo, ove le stesse fossero residenti in Italia.
 

Le norme di riferimento

Per orientarsi nella tematica, occorre fare riferimento, essenzialmente, a due norme, che vengono costantemente richiamate:

il 3° comma dell’articolo 9 del TUIR, che testualmente recita : “per valore normale…, si intende il prezzo o corrispettivo mediamente praticato per i beni e i servizi della stessa specie o similari, in condizioni di libera concorrenza, e al medesimo stadio di commercializzazione, nel tempo e nel luogo in cui i beni o servizi sono stati acquistati o prestati, e, in mancanza, nel tempo e nel luogo più prossimi.” La norma prosegue poi, precisando ulteriormente che “Per la determinazione del valore normale si fa riferimento, in quanto possibile, ai listini o alle tariffe del soggetto che ha fornito i beni o i servizi, e, in mancanza, alle mercuriali e ai listini delle camere di commercio e alle tariffe professionali, tenendo conto degli sconti d’uso.”

il 7° comma dell’articolo 110 del TUIR, norma che disciplina il transfer price internazionale. La stessa afferma che “i componenti del reddito derivanti da operazioni con società non residenti nel territorio dello Stato, che direttamente o indirettamente controllano l’impresa, ne sono controllate o sono controllate dalla stessa società che controlla l’impresa, sono valutati in base al valore normale dei beni ceduti, dei servizi prestati, e dei beni e servizi ricevuti…”

 
3. Il caso esaminato dalla Cassazione nella sentenza n° 17955/2013
La Suprema Corte, con propria sentenza numero 17955 del 24 luglio 2013, ha affermato l’applicabilità del criterio del valore normale ex articolo 9, 3° comma, del vigente TUIR, anche con riferimento alle operazioni intercorse tra società appartenenti ad un medesimo gruppo, ma tutte con sede nel territorio nazionale. Sostanzialmente, a parere della Corte, il citato criterio sarebbe da considerarsi preminente, rispetto a quello del corrispettivo pattuito tra le parti della transazione commerciale. La fattispecie che ha formato oggetto del presente giudizio era rappresentata da una società con sede in Italia, che aveva perfezionato delle cessioni di beni, nei confronti di una propria controllata, sita nel Mezzogiorno del Bel Paese. Il tutto prendeva origine da un avviso di accertamento notificato alla stessa società, sulla base di una presunta antieconomicità delle cessioni di cui si è detto poc’anzi: in seno alle stesse operazioni, infatti, si era applicato un ricarico del 4%: margine alquanto ridotto, rispetto a quello del 10%, ordinariamente praticato nei confronti di Clienti non facenti parte del gruppo industrialE. Secondo l’Agenzia delle Entrate, l’applicazione di percentuali di ricarico così esigue favoriva lo …

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