Redditometro e possesso di cavalli: alcuni utili spunti difensivi per il contribuente

Il possesso di cavalli è uno degli indicatori di capacità contributiva, utili a verificare la congruità dei redditi dichiarati e a condizionare la possibilità per gli uffici finanziari di procedere ad accertamento redditometrico; il “bene-equino” è, infatti, oggetto di attribuzione di un valore (come agli altri beni previsti dalla legge) mediante l’applicazione di un coefficiente individuato dal decreto ministeriale che contraddistingue un indice di capacità di spesa.

Come si ricorderà, per tal tipo di verifica redditometrica sulla congruità dei redditi dichiarati, l’indicatore del possesso di cavalli attribuisce ex lege un diverso coefficiente a seconda che si tratti di cavalli da corsa o da equitazione e se il cavallo è mantenuto a pensione presso terzi o in proprio.

 

Tali locuzioni hanno aperto la strada ad alcune diverse interpretazioni dei contribuenti che spesso lamentano l’estraneità di detta previsione normativa ad usi del cavallo quali, ad esempio, la “passeggiata”, l’“affezione”, l’“ippoterapia” che, appunto, comporterebbero oneri di spesa minimi rispetto ai classici, e più costosi, usi per sport equestri; gli equini, destinati a tal particolare tipo di utilizzo, sarebbero perciò, secondo questa tesi, estranei ad un rilievo redditometrico in ragione sia del dato letterale della norma sia di una carenza di correlazione tra spese di mantenimento e capacità contributive seriamente apprezzabili.

Prima di ritornare sull’aspetto appena dianzi prospettato, va rimarcato che il possesso di equini è di facile individuazione, stante il fatto che con la legge n. 200/2003, e successivamente con i DD. MM. 5 maggio 2006 e 9 ottobre 2007 deI Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali (e di concerto con il Ministero), è stata istituita l’Anagrafe nazionale degli Equidi; tale assetto normativo impone ai proprietari di cavalli di dichiarare se Io stesso verrà destinato o non destinato al consumo umano.

 

Non è tutto: l’Unire (“unione nazionale per l’incremento della razze equine”) stabilisce invece, con l’approvazione del suindicato Ministero, le provvidenze finalizzate all’incremento ed alla selezione della produzione ippica corrisposte agli allevatori di cavalli di razza.

Ma, in questo contesto, il possesso di cavalli da equitazione e da corsa non serve a generare ipso facto obblighi fiscali, poiché le eventuali provvidenze dell’Unire1 sono di regola tassate a titolo d’imposta2.

Avverso gli accertamenti da redditometro, e con riguardo al possesso di cavalli, si è opposto il teorema prima accennato e quindi un uso diverso, sicuramente poco gravoso o, quanto meno, molto meno gravoso rispetto a quello dell’equitazione .

La questione, che nasce, si ripete, dal fatto dell’uso, con riferimento agli equini e ai fini della determinazione sintetica de qua, delle locuzioni da corsa o da equitazione (oltre la circostanza del mantenimento “a pensione presso terzi” o “in proprio”) da parte del decreto ministeriale 10 settembre 1992, comporta una discussione , innanzi le commissioni di merito, secondo profili ben delineati.

 

Infatti, molto spesso:

– le difese del contribuente sono incentrate su argomentazioni che, oltre ad eccepire l’esclusione dalla lettera della norma degli usi degli equini diversi da quelli di corsa ed equitazione, spiegano come talvolta il possesso di cavalli non necessariamente corrisponde, in termini di oneri di spesa, al medesimo impegno economico per il mantenimento di un cavallo impiegato in corse, sport equestri o finanche utilizzato per diporto, allevamento o impiego amatoriale;

– l’Amministrazione finanziaria , in contraddittorio, oppone che, ai sensi del combinato disposto di cui all’art. 38 D.P.R. n. 699/73 e D.M. 21/09/1999, il possesso dei cavalli è considerato indice di capacità contributiva indipendentemente dall’utilizzo che agli stessi è riservato3.

Sulla scorta di queste posizioni, le decisioni commentate dalla stampa specializzata sono state riferite ad esiti di segno…

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