La professione di chiropratico: aspetti fiscali

di Fabrizio Stella

Pubblicato il 8 febbraio 2014



la chiropratica è un metodo di cura naturale, molto diffuso nel mondo, che si sta sviluppando rapidamente anche in Italia dove, però, manca ancora una specifica disciplina che la qualifichi quale attività sanitaria, con evidenti effetti sul trattamento fiscale IVA; si tratta di una lacuna normativa che danneggia i professionisti del settore (a cura Fabrizio Stella e Antonio Federico)



  1. Premessa.

La Chiropratica, fondata nel 1895 da Daniel David Palmer, è uno dei metodi di cura naturale più diffuso al mondo, parrebbe addirittura terza professione sanitaria negli Stati Uniti per il numero di praticanti, concentrata sul trattare le cause che provocano i problemi fisici invece di trattarne i sintomi1.

In Italia la principale organizzazione che rappresenta tali operatori è l’Associazione Italiana Chiropratici che si pone lo scopo di regolare e promuovere tale professione nel nostro Paese.

La figura professionale si distingue dal medico in quanto non prescrive l’uso di farmaci e non effettua alcun tipo di intervento chirurgico, trattandosi, infatti, di semplice manipolazione al fine di ripristinare il movimento corretto e la funzionalità della colonna vertebrale.

In estrema sintesi: la manipolazione interviene sul sistema nervoso situato all’interno delle vertebre, con consequenziale beneficio per l’intero organismo2.

Attualmente, tale disciplina non risulta prevista quale materia di insegnamento nelle Università nazionali.



  1. La proposta di legge del 2007.

Un interessante primo tentativo di inquadrare normativamente la professione si ebbe, nel corso della XV Legislatura, con la proposta di legge, d’iniziativa parlamentare, rubricata come Atto Camera 2737 – Riconoscimento e disciplina della chiropratica come professione sanitaria primaria e istituzione dell’Albo professionale dei chiropratici, presentata il 5 giugno 2007.

La proposta aveva lo scopo di definire l’attività, la formazione e l’esercizio della professione di Chiropratica prevedendo, soprattutto, l’istituzione di uno specifico Albo professionale.

Il provvedimento prevedeva quattro Capi, per complessivi 11 articoli, nello specifico:

    1. Capo I – Definizione della Chiropratica e suo insegnamento.

Gli articoli 1 e 2 definivano la Chiropratica una disciplina scientifica olistica ed un’arte curativa in campo sanitario, con lo scopo primario di ristabilire un equilibrio somatico, comprendente la: patogenesi; diagnosi; cura; terapia nonché profilassi di disturbi funzionali ed in particolare sindromi del dolore ed effetti neurofisiologici relativi a disordini statici e dinamici del sistema neuro-muscolo-scheletrico, fondandosi sul principio che l’innata capacità dell’organismo di tendere verso un equilibrio di salute è regolata e condizionata dal sistema nervoso.

Gli articoli 3, 4 e 5 ne disciplinavano, poi, il percorso universitario.

    1. Capo II – Competenze del Chiropratico

Gli articoli 7 ed 8 prevedevano che il laureato in Chiropratica avesse il titolo di dottore esercitandone liberamente le mansioni quale professionista sanitario, in grado primario nel campo del diritto alla salute, potendo essere inserito o convenzionato nelle (o con le) strutture del Servizio Sanitario Nazionale.

Il dottore in Chiropratica abilitato poteva: esaminare; analizzare; diagnosticare; curare; manipolare e trattare il corpo umano con metodiche manuali, meccaniche, energetiche e nutrizionali riconosciute da istituti, università o enti accreditati, con l’unico divieto della prescrizione di farmaci e l’effettuazione di ogni intervento chirurgico.

    1. Capo III – Istituzione dell’Albo professionale.

L’articolo 9 istituiva, poi, l’Ordine professionale incaricato della tenuta dell’Albo, consentendo l’iscrizione, obbligatoria per l’esercizio della professione, a coloro in possesso di laurea specifica e dell’abilitazione all’esercizio conseguita con il superamento di un esame di Stato.

    1. Capo IV – Disciplina transitoria.

Il provvedimento prevedeva, inoltre, una specifica disciplina transitoria, escludendo dall’esame di Stato coloro che avevano:

      • esercitato in Italia l’attività, ininterrottamente per un periodo di cinque anni, in conformità alle disposizioni dell’Associazione Italiana Chiropratici;

      • già svolto l’attività, ininterrottamente per un periodo di tre anni, in un Paese membro dell’Unione Europea in cui l’esercizio è disciplinato per legge.

L’articolo 11, infine, rimandava ad un regolamento di attuazione del Ministro della Salute, ai sensi dell’articolo 17, comma 4, della legge 400/19883.

La proposta di legge non ha concluso l’iter legislativo, pur tuttavia la materia è stata, poi, oggetto di specifica disciplina nell’ambito della legge di Stabilità 2008.



  1. La Legge di Stabilità 2008.

Il comma 355, all’articolo 2, della legge 244/2007, la c.d. “Stabilità 2008”,ha previsto l’istituzione, senza oneri per la finanza pubblica, pressoil Ministero della Salute, del Registro dei dottori in Chiropratica.

L’iscrizione è consentita a coloro che sono in possesso di diploma di laurea magistrale in Chiropratica o titolo equivalente.

Il laureato ha il titolo di dottore in Chiropratica ed esercita le sue mansioni liberamente come professionista sanitario di grado primario nel campo del diritto alla salute, ai sensi della normativa vigente.

Il chiropratico può essere inserito o convenzionato nelle o con le strutture del Servizio sanitario nazionale nei modi e nelle forme previsti dall’ordinamento.

La norma prevede, poi, l’emanazione, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della legge di Stabilità, di un Regolamento di attuazione, sempre ai sensi dell’articolo 17, comma 3, della Legge 23 agosto 1988, n. 400, dal Ministro della Salute.

La norma ricalca, in buona parte, il contenuto della proposta parlamentare, pur tuttavia nulla dicendo in merito ai corsi di laurea intuitivamente prodromici al riconoscimento della figura professionale con l’iscrizione all’istituendo Registro.

Probabile che il Legislatore non volesse intervenire in una materia di competenza dei singoli Atenei, lasciando al “libero mercato” la scelta dei tempi per la creazione di appositi corsi di studi.

 

  1. Cosa dice l’Europa.

L’art.132, paragrafo 1, lettera c), della direttiva 2006/112/CE, impone agli stati membri di esentare “le prestazioni mediche effettuate nell'esercizio delle professioni mediche e paramediche quali sono definite dallo Stato membro interessato”.

Riguardo alla portata di tale ultima norma la Corte di Giustizia dell’Unione Europea si è più volta pronunciata nell’intento di delinearne il perimetro dell’applicazione da parte degli Stati membri.

Nella sentenza della causa C-307/01 la Corte, in merito alla nozione di prestazione medica, ha affermato che “l'art. 13, parte A, n. 1, lett. c), della sesta direttiva4 non esenta l'insieme delle prestazioni che possono essere effettuate nell'ambito dell'esercizio delle professioni mediche e paramediche, ma solo le «prestazioni mediche», il che costituisce una nozione autonoma del diritto comunitario”.

A tal riguardo nelle “prestazioni mediche” non vanno inclusi gli “interventi medici diretti ad uno scopo diverso da quello della diagnosi, della cura e, nella misura del possibile, della guarigione di malattie e di problemi di salute”5, anche se non ne consegue necessariamente che lo scopo terapeutico di una prestazione debba essere inteso in un'accezione particolarmente rigorosa6.

Ad esempio le prestazioni mediche effettuate a fini profilattici possono beneficiare di un'esenzione ai sensi dell'art. 13, parte A, n. 1, lett. c), della sesta direttiva7.

D’altra parte l'inclusione di prestazioni ai fini profilattici nella nozione di «prestazioni mediche» è conforme all'obiettivo di ridurre il costo delle spese sanitarie, che è comune tanto all'esenzione prevista dall'art. 13, n. 1, lett. b), della sesta direttiva che a quella prevista dallo stesso numero, lett. c)8.

Di converso se una prestazione medica viene effettuata in un contesto da dove è possibile desumere che il suo scopo principale non è quello di “tutelare, vuoi mantenendola vuoi ristabilendola, la salute, ma piuttosto quello di fornire un parere richiesto preventivamente all'adozione di una decisione che produce effetti giuridici, l'esenzione (…) non si applica a tale prestazione”.

Oppure, come statuito dalla Corte nella sentenza della causa C-91/12, se le prestazioni mediche consistono in trattamenti estetici, quest’ultimi possono rientrare nella definizione di prestazioni mediche, secondo i parametri della direttiva, a condizione che “abbiano lo scopo di diagnosticare, curare o guarire malattie o problemi di salute o di tutelare, mantenere o ristabilire la salute delle persone” mentre il solo convincimento del soggetto, in ordine alla loro necessità, non è determinante al fine di stabilire se l’intervento ha scopo terapeutico9.

Quanto alla definizione di professioni mediche e paramediche, la direttiva rinvia alla definizione adottata dalla normativa interna degli Stati membri e la stessa Corte ha più volte statuito che tale disposizione riconosce agli Stati membri un potere discrezionale al riguardo10.



Tale discrezionalità riguarda la definizione non solo delle qualificazioni richieste per esercitare le dette professioni, ma anche delle attività mediche specifiche che rientrano in tali professioni.

Posto, infatti, “che le diverse qualificazioni acquisite dai prestatori non preparano necessariamente costoro a fornire tutti i tipi di cure, uno Stato membro è legittimato a ritenere, nell’esercizio del suo potere discrezionale, che la definizione delle professioni paramediche sarebbe incompleta se si limitasse ad imporre requisiti generali quanto alla qualificazione dei prestatori, senza precisare le prestazioni di cura per le quali questi ultimi sono qualificati nell’ambito di tali professioni11.

Naturalmente tale potere discrezionale incontra dei limiti in quanto l’esclusione di una determinata professione o di un’attività medica specifica dalla definizione delle professioni paramediche, ai fini dell’esenzione, deve essere giustificata sulla scorta di motivi oggettivi fondati, a loro volta, sulle qualificazioni professionali dei prestatori delle cure e, dunque, in base a considerazioni riguardanti la qualità delle prestazioni fornite.

Di conseguenza, l’esclusione di una professione o di un’attività medica specifica, da quelle definite come tali dallo Stato ai fini dell’esenzione dall’IVA prevista dall’art. 13, parte A, n. 1, lett. c), della sesta direttiva12, contrasta con il principio di neutralità fiscale soltanto qualora sia possibile dimostrare che le persone svolgenti la detta professione o attività dispongono, per la fornitura di tali prestazioni mediche, “di qualificazioni professionali atte a garantire a tali prestazioni un livello di qualità equivalente a quello delle prestazioni fornite da persone che beneficiano dell’esenzione in virtù di questa stessa normativa nazionale13.



  1. Conclusioni.

Tanto premesso, in assenza dei criteri di individuazione, la cui formulazione attiene ad una discrezionalità tecnica di natura evidentemente non fiscale, la qualifica di chiropratico non esiste nell’ordinamento nazionale e correttamente l’Amministrazione fiscale, la cui posizione risulta rappresentata nella citata risoluzione n. 197 del 30 luglio 2009, ribadisce che, sino a quando non verrà emanato il regolamento di attuazione previsto dall’articolo 2, comma 355, della legge 4 dicembre 2007, n. 244, non può essere riconosciuta ai “chiropratici” l’esenzione dall’imposta sul valore aggiunto, proprio per l’assenza di criteri obiettivi idonei a riconoscerne la qualifica professionale14.



8 febbraio 2014

Fabrizio Stella e Antonio Federico

 

 

1 Tratto dall’illustrazione all’Atto Camera 2737 della XV Legislatura.

2 In questa sede non vengono affrontati gli aspetti scientifici correlati alla pratica.

3 Con decreto del Presidente della Repubblica, previa deliberazione del Consiglio dei Ministri, sentito il parere del Consiglio di Stato.

4 La n. 77/388/CEE.

5 In tal senso anche la sentenza nella causa C-141/00, punto 38: “A tale riguardo la Corte ha già dichiarato, nella sentenza 14 settembre 2000, causa C-384/98, D. (…) punto 18), che la nozione di «prestazioni mediche» non si presta ad un'interpretazione che includa interventi medici diretti ad uno scopo diverso da quello della diagnosi, della cura e, nella misura del possibile, della guarigione di malattie o di problemi di salute”.

6 In tal senso anche la sentenza nella causa C-91/12, punto 23: “Riguardo a tali punti controversi, occorre anzitutto ricordare che i termini impiegati per designare le esenzioni che compaiono all’articolo 132 della direttiva IVA richiedono un’interpretazione restrittiva, dato che esse costituiscono deroghe al principio secondo cui l’IVA è riscossa per ogni prestazione di servizi effettuata a titolo oneroso da un soggetto passivo. Tuttavia, l’interpretazione di tali termini deve essere conforme agli obiettivi perseguiti da dette esenzioni e rispettare le prescrizioni derivanti dal principio di neutralità fiscale. Pertanto, questa regola d’interpretazione restrittiva non significa che i termini utilizzati per specificare le esenzioni di cui a detto articolo 132 debbano essere interpretati in un modo che priverebbe tali esenzioni dei loro effetti”.

7 La n. 77/388/CEE.

8 In tal senso la sentenza nella causa C-307/01, punto 58.

9 Sul punto sia consentito il rinvio, degli stessi autori, su il fisco, a: Corte di Giustizia europea: chiarezza sull’esenzione Iva per gli interventi di chirurgia estetica, n. 40/2013.

10 In tal senso la sentenza nella causa C-45/01, punto 81 : “Il fatto che tali disposizioni concedano agli Stati membri il potere discrezionale di individuare, da una parte, gli enti che non sono di «diritto pubblico», ma possono beneficiare dell'esenzione prevista al detto art. 13, parte A, n. 1, lett. b), nonché, dall'altra, le professioni paramediche che possono usufruire dell'esenzione prevista allo stesso numero, lett. c), non impedisce ai privati che, in base a criteri oggettivi, forniscono le prestazioni di interesse pubblico cui si riferiscono le dette esenzioni di avvalersi direttamente delle norme della sesta direttiva avverso ogni disposizione nazionale non conforme a quest'ultima”.

11 In tal senso la sentenza nelle cause riunite C-443/04 e C-444/04, punto 30.

12 La n. 77/388/CEE.

13 In tal senso la sentenza citata alla nota n.11, punti 38-41.

14 Peraltro, attualmente, in Italia non risulta attivo presso alcuna università un diploma di laurea in Chiropratica, né è stato elaborato il relativo ordinamento didattico.