La responsabilità del liquidatore

Premessa

Il nostro sistema giuridico stabilisce una sostanziale equiparazione tra l’opera del liquidatore e quella dell’amministratore, obbligandoli entrambi ad assolvere il loro incarico con la diligenza del mandatario, e configurando per entrambi la responsabilità nei confronti della società come una responsabilità di natura contrattuale, potendo questa agire nei loro confronti per ottenere il risarcimento dei danni derivanti dai loro atti di “mala gestio”. I liquidatori sono personalmente responsabili dei debiti sociali non soddisfatti esclusivamente nel caso in cui l’insufficienza sia loro imputabile in modo diretto e immediato, potendosi loro attribuire un illecito depauperamento del patrimonio sociale o qualsiasi altro atto cagionevole di pregiudizio nei confronti della società.

La mera attività di realizzo del patrimonio sociale tuttavia difficilmente implica una responsabilità personale dei liquidatori, se questi svolgono il loro ufficio con la necessaria trasparenza e nell’ambito della media diligenza del “pater familias”.

Ben diverso è il caso in cui i liquidatori, avendo integralmente monetizzato il patrimonio sociale e ritenendo estinte tutte le passività pendenti in capo alla società, abbiano avventatamente cancellato la stessa dal registro delle imprese. 

Il codice civile espone infatti il liquidatore ad un’azione diretta di responsabilità da parte dei creditori sociali in tutti i casi in cui il mancato pagamento dei loro crediti sia dipeso da colpa, anche semplice, dello stesso.

Il problema consiste quindi nell’individuare quali siano le fattispecie concrete in relazione alle quali il liquidatore, a seguito della formale cancellazione della società dal registro delle imprese (universalmente riconosciuta come avente efficacia meramente dichiarativa), possa essere chiamato a rispondere a titolo personale per un fatto a lui imputabile per colpa. La responsabilità civile del liquidatore richiede necessariamente la prova del nesso di causalità tra il comportamento illecito del liquidatore e il danno verificatosi, in modo tale che quest’ultimo si configuri come una conseguenza immediata e diretta dell’azione commissiva od omissiva dell’agente.

Questo argomento, e quelli a corollario, vengono posti al centro di questa e delle seguenti puntate della rassegna giurisprudenziale.

 

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Un criterio di individuazione del danno arrecato dalla condotta inerte del liquidatore

E’ fondato l’addebito di negligente inerzia mosso nei confronti del liquidatore della società che abbia omesso di svolgere nella sostanza i compiti propri dell’incarico quanto alla definizione delle pendenze sociali. Il danno ascrivibile alla condotta inerte del liquidatore può essere individuato in riferimento alla discrasia temporale tra la data della condanna dell’amministratore unico della società fallita e la possibilità di recupero del credito che, ove realizzata all’esito di una condotta diligente del liquidatore, avrebbe consentito alla società di godere dei frutti e/o di utilizzarlo per il tempestivo pagamento dei debiti sociali. Tale perdita di chance di tempestivo realizzo del credito può essere liquidata in via equitativa.

(Tribunale di Milano, sentenza n. 11192/2013)

 

In tema di prove

Al fine di escludere la presunzione di cui all’art. 2497-sexies c.c. (attribuibilità dell’attività di direzione all’ente controllante l’autore del fatto) non è sufficiente provare l’assenza di attività di direzione e coordinamento, ma è altresì necessario dimostrare l’effettiva conoscenza di tale mancato esercizio da parte di coloro che hanno fatto affidamento su quanto risultava iscritto nel registro delle imprese ai sensi dell’art. 2497-bis c.c..

Il limite all’imputabilità dell’inadempimento dell’obbligo di agire dell’amministratore può essere ravvisata non in presenza di una mera “difficultas praestandi” (e quindi di una mera difficoltà di accedere all’informazione), ma solo in presenza di un’impossibilità totale di…

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