IMU per il coniuge superstite, impresa familiare ed uso dell’auto aziendale, contribuenti minimi e 770…

di Antonio Gigliotti

Pubblicato il 20 novembre 2013



inoltre...un particolare caso di esclusione dagli studi di settore, l'aliquota IVA sulla lavorazione della carne... le praticissime risposte ai quesiti da parte del Dott. Antonio Gigliotti

QUESITO N. 1: Limite ai ricavi ed esclusione

Una ditta individuale, il 10.4.2012, viene conferita in una srl unipersonale che prosegue con la stessa attività. Si chiede se la ditta individuale sia tenuta ad indicare come codice di esclusione “2 cessazione dell’attività” e se la società unipersonale possa applicare il codice 3, in quanto riproporzionando il totale dei ricavi al periodo di esercizio dell’attività risulta superato il limite di 7,5 milioni.

 

RISPOSTA

Per quanto riguarda la ditta individuale si fa presente che una delle cause di esclusione dall’applicazione degli studi di settore di cui alla lett. b), comma 4, art. 10, Legge n. 146/1998, è l’inizio/cessazione dell’attività durante il periodo d’imposta. La ditta individuale ha cessato l’attività e pertanto è esclusa dagli studi di settore (codice 2).

Relativamente alla srl unipersonale nonostante questa si trovi in una situazione di mera prosecuzione dell’attività, si fa presente che non sono accertabili in base agli studi di settore i soggetti che hanno dichiarato ricavi/compensi di ammontare superiore al limite stabilito per ciascuno studio di settore dal relativo Decreto di approvazione. Tale limite non può in ogni caso superare l’importo di € 7,5 milioni; ciò in quanto gli studi non sono idonei a valutare la capacità di produrre ricavi o compensi di realtà economiche di grandi dimensioni. Si tenga inoltre presente che, a decorrere dal periodo d’imposta in corso al 1° gennaio 2007, la Legge n. 296/2006 ha aumentato ad € 7,5 milioni l’ammontare massimo di ricavi/compensi fissato in passato ad € 5.164.569 (art. 10, comma 4, Legge n. 146/1998); tuttavia, nella pratica, il nuovo limite non trova ancora applicazione, non essendo mai stato fino ad oggi recepito da alcun Decreto di approvazione dei singoli studi di settore. Infatti, i Decreti fino a ora approvati hanno previsto una soglia massima pari a € 5.164.569. Per effetto dell’aumento del limite massimo dei ricavi/compensi a 7,5 milioni di euro, i soggetti che dichiarano ricavi/compensi di ammontare superiore a € 5.164.569, ma non a € 7,5 milioni, sono esclusi dall’applicazione degli studi di settore, ma sono tenuti alla compilazione dei modelli per consentire all’Amministrazione Finanziaria il reperimento dei dati necessari all’elaborazione degli studi stessi. L’Agenzia delle Entrate, con Circolare 16 marzo 2012, n. 8, punto 6.1, ha chiarito che, per verificare il superamento del limite sopra indicato, i soggetti che iniziano un’attività costituente mera prosecuzione di quella svolta da altri, devono ragguagliare l’ammontare dei ricavi conseguiti nel primo periodo d’imposta al periodo di svolgimento dell’attività o alla durata del periodo.

 

QUESITO N. 2: Imu e coniuge superstite

Due coniugi sono proprietari dell’abitazione principale. Alla morte di uno dei due, viene ripartita in successione la quota a due figli e al coniuge superstite. I due figli non risiedono nell’immobile. Chi è tenuto al versamento dell’IMU?

 

RISPOSTA

La dimora familiare ricevuta per successione ereditaria deve essere dichiarata ai fini Imu per intero dal coniuge superstite. Su di essa, infatti, quest'ultimo vanta il diritto di abitazione che sorge ope legis in base all'articolo 540- bis del Codice civile.

Ne deriva che non rilevano le quote di eredità dei figli che non hanno alcun obbligo Imu per tale immobile.

Per effetto della sospensione del pagamento della prima rata, che era in scadenza il 17 giugno 2013, relativa all'imposta sull'abitazione principale, il coniuge superstite non doveva versare nulla. Il 16 settembre 2013 potrebbe essere tenuta a farlo, se non verrà attuata la Riforma del Catasto entro il 31 agosto 2013.

Da un punto di vista soggettivo l’Imu va versata dal proprietario e dai soggetti che vantano un diritto reale di godimento sull'immobile (diritto di usufrutto, di uso e abitazione).

Il nudo proprietario non ha invece alcun rilievo ai fini del tributo comunale. Nei casi in cui si è in presenza della titolarità di diritti di proprietà e, nel contempo, di diritti reali di godimento sul medesimo immobile, gli obblighi tributari sono riferibili solo a questi ultimi. Ciò, in quanto i diritti reali di godimento realizzano il possesso dell'immobile che costituisce il presupposto dell'Imu. In tale eventualità, i proprietari sono assimilati al nudo proprietario.

Questo è proprio ciò che si verifica nelle ipotesi in cui cade in successione la casa che costituiva la dimora familiare. In questo caso, infatti, in favore del coniuge superstite nasce il diritto di abitazione per legge, in forza dell'articolo 540-bis del Codice civile.

Trattandosi di una sorta di legato, il diritto matura anche se il coniuge dovesse rinunciare all'eredità. Non rileva la circostanza che il diritto di abitazione sia stato trascritto nei pubblici registri o menzionato nella denuncia di successione.

Ne deriva che l'unico soggetto passivo Imu sarà il coniuge superstite, mentre gli eredi, in quanto tali, non avranno alcun obbligo.

Se il coniuge superstite risiede e dimora nella casa ereditata, a essa si applicheranno le agevolazioni per l'abitazione principale.

Quest'ultima circostanza è importante alla luce della sospensione dei versamenti, disposta dal D.L. 54/2013 emanato dal Governo Letta.

In forza di tale disposizione, infatti, l’acconto Imu è sospeso per tutte le abitazioni principali, e relative pertinenze, con eccezione delle unità accatastate come immobili di lusso A/1, A/8 e A/9.

Ne consegue che, con riferimento al fabbricato in esame, se non di lusso, non doveva essere versato nulla in sede di acconto lo scorso 17 giugno 2013, né da parte del coniuge superstite né tantomeno da parte dei figli.

 

QUESITO N. 3: 770 per il contribuente minimo

Un contribuente minimo nel corso del 2012 ha pagato a un professionista una fattura per servizi soggetta a ritenuta.

Il contribuente minimo è tenuto a versare la ritenuta e a presentare il 770?

 

RISPOSTA

I vantaggi e le semplificazioni contabili del regime dei minimi consistono sinteticamente in:

  • chi aderisce al regime dei minimi paga (al posto di Ires, Iva, Irap e addizionali) un’imposta sostitutiva del 5% sul reddito calcolato come differenza tra ricavi o compensi e spese sostenute, comprese le plusvalenze e le minusvalenze dei beni relativi all’impresa o alla professione;

  • il reddito si determina applicando il principio di cassa, che comporta un’immediata e integrale rilevanza dei costi, anche quelli inerenti i beni strumentali;

  • dal reddito si possono dedurre per intero i contributi previdenziali, compresi quelli corrisposti per i collaboratori dell’impresa familiare fiscalmente a carico e quelli per i collaboratori non a carico, ma per i quali il titolare non ha esercitato il diritto di rivalsa;

  • è ammessa la compensazione di perdite riportate da anni precedenti;

  • le perdite fiscali successive possono essere portate in diminuzione dal reddito conseguito nei periodi d´imposta seguenti, ma non oltre il quinto;

  • i contribuenti a cui si applica il regime dei minimi sono esclusi dall’applicazione degli studi di settore;

  • i contribuenti a cui si applica il regime dei minimi sono esonerati dagli adempimenti ai fini Iva.

 

La circostanza che il contribuente benefici del regime dei minimi, disciplinato dall’articolo 1 della Legge 244/2007 (commi da 96 a 117), non fa venire meno la qualifica di sostituto d’imposta qualora il contribuente effettui il pagamento di una prestazione di lavoro autonomo a un altro professionista.

Pertanto, ai sensi dell’articolo 25 del D.P.R. 600/1973, tale soggetto sarà obbligato a operare una ritenuta d’acconto nella misura del 20 per cento.

Il contribuente minimo sarà altresì tenuto ad assolvere gli altri obblighi propri del sostituto, quindi a presentare il relativo modello di dichiarazione (modello 770) con l’indicazione dei dati del soggetto che ha subito la ritenuta, i compensi erogati, la ritenuta applicata, il periodo di riferimento e la data di versamento della ritenuta.

 

QUESITO N. 4: Impresa familiare: uso dell’auto aziendale

In una ditta individuale con impresa familiare, l'auto (a deducibilità limitata 40%per il 2012), iscritta come bene aziendale, viene usata dal collaboratore familiare sia per l'attività che per la sfera privata. Per il collaboratore si produce un reddito diverso?

 

RISPOSTA

Le autovetture aziendali a disposizione del collaboratore familiare della ditta individuale sono incluse dal campo di applicazione della disciplina dei beni ai soci, se utilizzate a scopo anche extraziendale.

Nel caso di specie inoltre restano in vigore le disposizioni di cui all'art. 164 Tuir, che prevedono una limitazione forfetaria alla deduzione dei costi connessi all'acquisto e all'utilizzo delle autovetture (20% nel 2013 e 40% nel 2012).

In merito al reddito del collaboratore della ditta individuale permane il principio della tassazione convenzionale del fringe benefit previsto dall’art. 51 del Tuir nell’ambito del reddito di lavoro dipendente o assimilato (predisposizione di cedolini paga per la tassazione dell’utilità in natura sul collaboratore e versamento delle relative ritenute e contributi).

La nuova disciplina, ai fini delle imposte sul reddito, dei beni utilizzati dai soci con corrispettivo inferiore al valore di mercato, si applica a partire dal 2012. La nuova norma non interviene, invece, sul fronte Iva e, di conseguenza, ai fini del tributo, si ritiene che restino applicabili le disposizioni vigenti anche relativamente alla limitazione della detraibilità nelle ipotesi di concessione in uso gratuito dei beni a finalità estranee all’attività dell’impresa.

 

QUESITO N. 5: Aliquota IVA 10% per i servizi inerenti la lavorazione della carne

Una società che svolge attività di "Produzione di salumi" chiede l'aliquota IVA da applicare alle prestazioni di servizi inerenti la lavorazione della carne. Aliquota al 21% come prestazione o aliquota al 10% in quanto è la stessa a cui si vendono i salumi?

 

RISPOSTA

L’art. 16 e la Tab. A - Parti II e III del D.P.R. 26.10.1972, n. 633 prevede un'aliquota ordinaria (22% dal 01.10.2013; 21% dal 17.09.2011 al 30.09.2013; 20% dal 01.10.1997 fino al 16.09.2011), per tutte le operazioni non specificamente menzionate nella tabella delle aliquote, e due aliquote ridotte (4% e 10%), per le cessioni e alle prestazioni nei casi espressamente disciplinati. Fino al 01.10.2003 era inoltre prevista un'aliquota zero per talune operazioni effettuate senza pagamento dell'imposta ma soggette agli altri obblighi Iva (cessioni di rottami, cascami...).

In particolare l’aliquota ridotta al 10% si applica, tra l’altro, alle cessioni di beni e alle prestazioni di servizi comprese nella Tabella A, Parte III del D.P.R. 633/1972, dunque a beni e servizi aventi ad oggetto carni di:

1) cavalli, asini, muli e bardotti, vivi, destinati ad essere utilizzati nella preparazione di prodotti alimentari;

2) animali vivi della specie bovina, compresi gli animali del genere bufalo, suina, ovina e caprina;

3) carni e parti commestibili degli animali della specie equina, asinina, mulesca, bovina (compreso il genere bufalo), suina, ovina e caprina, fresche, refrigerate, congelate o surgelate, salate o in salamoia, secche o affumicate;

4) frattaglie commestibili degli animali della specie equina, asinina, mulesca, bovina (compreso il genere bufalo), suina, ovina e caprina, fresche, refrigerate, congelate o surgelate, salate o in salamoia, secche o affumicate;

5) volatili da cortile vivi; volatili da cortile morti commestibili, freschi, refrigerati, congelati o surgelati;

6) carni, frattaglie e parti di animali di cui al n. 5), fresche, refrigerate, salate o in salamoia, secche o affumicate, congelate o surgelate;

7) conigli domestici, piccioni, lepri, pernici, fagiani, rane ed altri animali vivi destinati all'alimentazione umana; loro carni, parti e frattaglie, fresche, refrigerate, salate o in salamoia, secche o affumicate; api e bachi da seta; pesci freschi (vivi o morti), refrigerati, congelati o surgelati, [non] destinati all'alimentazione;

8) carni, frattaglie e parti, commestibili, congelate o surgelate di conigli domestici, piccioni, lepri, pernici e fagiani;

9) grasso di volatili non pressato né fuso, fresco, refrigerato, salato o in salamoia, secco, affumicato, congelato o surgelato;

10) lardo, compreso il grasso di maiale non pressato né fuso, fresco, refrigerato, congelato o surgelato, salato o in salamoia, secco o affumicato;

Per rispondere al quesito, è necessario far riferimento al comma 3 del medesimo art.16 del Decreto IVA, che evidenzia come alle prestazioni di servizi dipendenti dai certi specifici contratti si applichi la stessa aliquota che sarebbe applicabile in caso di cessione dei beni oggetto del contratto medesimo.

Tale norma è stata dichiarata applicabile dal Ministero nel caso della macellazione delle carni appaltata all'esterno (R.M. 9.4.2004, n. 58/E).

L’amministrazione finanziaria nella risoluzione n.58/E del 9 aprile 2004 ha, infatti, fornito alcuni chiarimenti in merito all'applicazione delle disposizioni contenute nell'articolo 16 terzo comma, del DPR 633/72 e del D.L. 30/09/1997, n. 328, convertito dalla Legge 29/11/1997, n. 410, in riferimento all'aliquota IVA da applicare ai servizi di macellazione. L'Agenzia ha ritenuto che trattandosi "di attività inerente il processo di trasformazione delle carni" che saranno soggette a sezionamento e trasformazione da parte dei macellai, la prestazione stessa rientra necessariamente nell'ambito di applicazione dell'articolo 16 terzo comma, del D.P.R. n. 633 del 1972. Pertanto, ai sensi del citato articolo, detti servizi di macellazione sono da assoggettare all'aliquota ridotta del 10%, di cui al n. 3) e seguenti, della Tabella A allegata al D.P.R. 633/72 Terza parte, al pari delle cessioni di carni.

L'Agenzia ha ritenuto, inoltre, di precisare che qualora la società, oltre ai servizi di macellazione, offra anche i servizi sanitari, tali servizi devono essere assoggettati ad aliquota ordinaria del 21%, non essendo questi ultimi annoverabili tra le operazioni di produzione che, ai sensi del citato articolo 16 comma 3, del D.P.R. 633/72 seguono la stessa aliquota applicabile alla cessione del bene prodotto.

Si ritiene che i servizi inerenti la lavorazione della carne siano soggetti all’aliquota al 10% proprio in virtù di tale principio.

Dal punto di vista IVA, sia la cessione delle carni che la lavorazione delle stesse sono soggette a imposta IVA secondo la medesima aliquota e di conseguenza non è necessaria la tenuta di una contabilità separata.

 

20 novembre 2013

Antonio Gigliotti