Diario quotidiano del 19 novembre 2013: Equitalia aggiorna il portale internet

Pubblicato il 19 novembre 2013



tutti i servizi di Equitalia in un unico portale web; la corporate governance in Italia: autodisciplina e remunerazioni; elude il Fisco chi vende un terreno appena ricevuto in donazione?; associazione in partecipazione: é fuori campo Iva l’apporto di lavoro; privacy: nuove prescrizioni del Garante per i call center situati fuori dall’U.E.

 

 

Indice:

1) Tutti i servizi di Equitalia in un unico portale web

2) La corporate governance in Italia: autodisciplina e remunerazioni (Anno 2013)

3) Elude il fisco chi vende un terreno appena ricevuto in donazione?

4) Associazione in partecipazione: é fuori campo Iva l’apporto di lavoro

5) Privacy: nuove prescrizioni del Garante per i call center situati fuori dall’Unione europea

 

 

1) Tutti i servizi di Equitalia in un unico portale web

Su www.gruppoequitalia.it anche gli strumenti per gli enti pubblici.

Un unico indirizzo internet in cui sia gli enti creditori sia i contribuenti possono trovare le informazioni e i servizi di Equitalia. Tutte le applicazioni e gli strumenti dedicati agli enti, prima disponibili su www.equitaliaservizi.it, da oggi saranno raggiungibili solo dal portale istituzionale di Equitalia www.gruppoequitalia.it.

L’integrazione dei due siti è stata completata a seguito della fusione per incorporazione di Equitalia Servizi, la società del Gruppo fornitrice degli strumenti tecnologici di supporto informatico e operativo alla riscossione, in Equitalia SpA avvenuta a luglio.

Gli enti pubblici registrati al sito possono usufruire dell’ampia gamma dei servizi messi a loro disposizione gratuitamente da Equitalia, utilizzando le credenziali di accesso all’area riservata già attive. A oggi sono circa 70 mila gli utenti che utilizzano le diverse applicazioni di Equitalia dedicate agli enti.

Per accedere all’area riservata basterà cliccare sul box di colore verde dedicato ai servizi per gli enti presente nella homepage del sito. Tra i principali applicativi ricordiamo “Verifica inadempimenti”, che consente all’ente creditore di controllare se può effettuare un pagamento nei confronti di un proprio fornitore, e “Rendicontazione online”, che garantisce la verifica di tutta l'attività, propria della riscossione, svolta da Equitalia sul territorio nazionale. Un servizio molto importante e apprezzato dagli utenti è anche “Frontespizio Digitale”, che permette all’ente di apporre il visto di esecutorietà sui ruoli attraverso la firma digitale, eliminando i processi cartacei con notevoli vantaggi in termini di costi, velocità dei processi ed esattezza dei dati.

(Equitalia, comunicato del 18 novembre 2013)


2) La corporate governance in Italia: autodisciplina e remunerazioni (Anno 2013)

Assonime ha pubblicato il Note e Studi 12-2013 del 18 novembre 2013 sulla corporate governance in Italia: autodisciplina e remunerazioni (Anno 2013).

Assonime ed Emittenti Titoli S.p.A. pubblicano i risultati della tredicesima edizione del Rapporto sulla corporate governance delle società quotate in Italia.

La trasparenza sulla governance delle società è di livello elevato, anche rispetto al panorama internazionale.

Il 93% delle società dichiara l’adesione al Codice di autodisciplina delle società quotate. L’adesione alle singole raccomandazioni del Codice in molti casi sfiora il 100%: l’informazione è di buona qualità anche dove emergono situazioni non di best practice, che risultano evidenziate con chiarezza agli investitori.
Quantità e qualità delle informazioni fornite dalle società su composizione e struttura dei CdA, altri incarichi dei consiglieri, cadenza e partecipazione alle riunioni sono eccellenti.

Aumento della trasparenza e nuove raccomandazioni del Codice di autodisciplina fanno sì che aree di possibile miglioramento emergano in continuazione. In particolare, alcune raccomandazioni trovano tuttora un’applicazione parziale (nomina del Lead Independent Director, procedimento di board evaluation, talvolta composizione dei comitati, contenuti della policy sulle remunerazioni); qualche elemento di attenzione emerge in singoli casi riguardo all’effettività del ruolo dei comitati (soprattutto di quello per le remunerazioni). Anche in tali aree si riscontrano, comunque, notevoli miglioramenti: la composizione dei comitati consiliari è sovente già allineata alle nuove raccomandazioni del Codice, la trasparenza sulla circolazione pre-consiliare delle informazioni, sull’esistenza di piani di successione e sul processo di board evaluation è in netto miglioramento.

Le Relazioni forniscono sovente informazioni su età e durata in carica degli amministratori. L’età media dei consiglieri è 59 anni. L’età varia in misura sensibile in relazione al settore (è 58 anni nel settore non finanziario; 63 anni nelle banche). Gli amministratori esecutivi sono mediamente più giovani (57 anni). L’anzianità media di carica è poco inferiore a 6 anni; essa è più elevata (quasi 9 anni) tra gli amministratori esecutivi rispetto ai non esecutivi (meno di 5 anni) e agli indipendenti (3 anni e mezzo).

Il Rapporto contiene una parte monografica dedicata – come nell’indagine dell’anno passato – alla remunerazione degli amministratori, dei sindaci e dei direttori generali.

L’approfondimento analizza i dati contenuti nelle “Relazioni sulla remunerazione” pubblicate nel 2013. La prima sezione delle Relazioni contiene informazioni in materia di governance del processo e di politica delle remunerazioni. La seconda sezione delle Relazioni fornisce indicazioni sugli importi corrisposti ai singoli amministratori (e sindaci).

Informazioni di uguale profondità per ciascun componente degli organi di amministrazione e controllo sono raramente disponibili in altri Paesi; ciò vale soprattutto per le informazioni ex post (sulle remunerazioni effettivamente corrisposte).
La remunerazione media degli amministratori è pari a 225 mila € (- 3% rispetto all’anno precedente). Gli amministratori delegati percepiscono una remunerazione (compensi equity esclusi) intorno a 770 mila €; i presidenti esecutivi ricevono circa il 20% in meno (627 mila €); gli altri consiglieri esecutivi percepiscono una remunerazione pari a poco meno del 60% di quella degli AD (448 mila €). Seguono i presidenti non esecutivi (302 mila €). Gli altri non esecutivi (73 mila €) e gli indipendenti (55 mila €) si collocano sui gradini più bassi. Gli indipendenti non percepiscono mai compensi equity.

Le Relazioni offrono informazioni di dettaglio per gli amministratori destinatari di piani di incentivazione: i piani cash sono più diffusi di quelli equity. La struttura della remunerazione degli amministratori delegati varia in relazione a dimensione aziendale e settore. Nelle società maggiori è minore il peso della componente fissa (47%, contro il 72% nelle Small cap) e aumenta il peso di quella variabile (i bonus sono il 35% del totale, contro il 9% nelle Small cap).

Nel settore finanziario il peso della componente variabile è in costante diminuzione sia come importo (è diminuito da 316 mila € nel 2011 a 184 mila € nel 2012, fino a 60 mila € quest’anno) che in percentuale sulla remunerazione complessiva (diminuito dal 16 al 5% del totale). In parallelo si osserva un incremento dei compensi fissi. Nel settore non finanziario i bonus sono nettamente più alti, sia come importo medio (di poco inferiore a 200 mila €) sia come incidenza sulla remunerazione complessiva (sono pari al 27% del totale; erano il 29% nel 2012, il 21% nel 2011). I compensi cash percepiti dagli AD sono diminuiti mediamente del 7%, dopo essere cresciuti quasi sempre nell’ultimo triennio; il calo è più marcato (pari al 27%) nel settore finanziario.

L’indagine 2013 copre le 239 società italiane, quotate al 31 dicembre 2012, le cui Relazioni erano disponibili al 15 luglio 2013: la copertura del listino è sostanzialmente integrale.


3) Elude il fisco chi vende un terreno appena ricevuto in donazione ?

Elude il fisco chi vende un terreno appena ricevuto in donazione ?

Nel caso che ha esaminato la Corte di Cassazione con sentenza n. 25671 depositata il 15 novembre 2013 è proprio così.

Difatti, secondo la Suprema Corte, é elusione fiscale la vendita di un bene immobile da poco ricevuto in donazione, anche se si possa dimostrare che il prezzo della vendita sia stato effettivamente incassato dal venditore-donatario.

Quindi, il carattere reale e non simulato della vendita, nonché l’effettiva percezione del prezzo da parte dei venditori-donatari, non sono sufficienti ad escludere lo scopo elusivo dell’intera operazione “donazione-vendita”.

Nel caso di specie, una contribuente riceveva un avviso di accertamento con cui veniva recuperata a tassazione la plusvalenza conseguente alla vendita di un terreno edificabile. In particolare, la contribuente aveva donato il terreno ai figli e questi ultimi, poco dopo, procedevano alla sua vendita. L’Ufficio, quindi, attribuiva all’operazione carattere elusivo, volta, cioè, ad ottenere un indebito risparmio di imposta, ritenendo i figli soggetti interposti fittiziamente.

La contribuente proponeva ricorso avverso l’atto impositivo, innanzi la competente Commissione tributaria provinciale la quale, però, rigettava la domanda. La decisione veniva confermata anche in appello.

In particolare, la CTR rilevava che era pacifico che l’acquirente del terreno avesse richiesto il certificato di destinazione urbanistica del terreno qualche tempo prima che la contribuente lo donasse ai figli, il che dimostrava che erano già in corso le trattative per la compravendita dello stesso.

I figli lo avevano poi venduto a pochi giorni dalla donazione, ottenendo un risparmio di imposta rispetto all’ipotesi in cui il terreno fosse stato venduto direttamente dalla madre: infatti, si è consentito di attribuire al terreno un valore prossimo a quello di vendita.

I giudici, quindi, ritenevano che vi fossero presunzioni gravi, precise e concordanti tali da far ritenere che la contribuente non voleva donare il terreno di sua proprietà ma piuttosto realizzare il valore di mercato ed evitare la correlativa imposizione fiscale. La donazione, quindi, era da catalogarsi come un contratto in frode alla legge (contratto con causa illecita che costituisce il mezzo per eludere l’applicazione di una norma imperativa), ai sensi e per gli effetti dell’art. 1344 c.c., applicabile anche in materia tributaria.

Da qui, il rigetto del ricorso anche da parte della Cassazione e la conferma dell’atto impositivo dell’Agenzia.


4) Associazione in partecipazione: é fuori campo Iva l’apporto di lavoro

Non è imponibile IVA l’apporto lavorativo corrisposto nell’ambito di un contratto di associazione in partecipazione. Non si tratta, infatti, di una “prestazione di servizi”.

Non sono imponibili neppure le quote di utili eventualmente riconosciute all’associato.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 25701 del 2013.

Un professionista, per l’anno di imposta 1997, aveva ricevuto un avviso di accertamento col quale l’Agenzia delle entrate contestava di non aver emesso fatture per operazioni imponibili e di non aver presentato la dichiarazione annuale ai fini dell’IVA in relazione alle attività da lui svolte in favore di una S.p.A. in esecuzione di un contratto di associazione in partecipazione.

Nella successiva fase contenziosa, il ricorso presentato dal contribuente veniva prima respinto dalla Commissione Tributaria Provinciale, e poi accolto dalla Commissione Tributaria Regionale.

A questo punto è stata, quindi, l’Agenzia delle entrate che ha dovuto ricorrere per ottenere la cassazione della sentenza, sostenendo che debbano essere assoggettate ad IVA tutte le prestazioni di lavoro fomite come unico apporto dall’associato in partecipazione prima dell’entrata in vigore dell’art. 5 del D.L. numero 282 del 2002, al quale non può essere assegnata efficacia retroattiva. La Suprema Corte ha ribadito che, anche nel regime antecedente all’applicazione dell’art. 5 del D.P.R. n. 633 del 1972, non era possibile reputare assoggettabile ad IVA la quota di utili percepita dall’associato chiamato a prestare attività lavorativa in seno al contratto di associazione in partecipazione e ciò in ragione dell’assimilazione della prestazione dell’attività lavorativa dell’associato al conferimento in associazione, equiparabile sotto il profilo fiscale, alla distribuzione degli utili tra i soci. Il ricorso delle Entrate è stato, quindi, respinto.


5) Privacy: nuove prescrizioni del Garante per i call center situati fuori dall’Unione europea

Il Garante per la protezione dei dati personali ha adottato un provvedimento a carattere generale (registro dei provvedimenti n. 444 del 10 ottobre 2013) in materia di trattamento dei dati personali effettuato mediante l’utilizzo di call center siti in Paesi al di fuori dell’Unione europea (pubblicato in Gazzetta ufficiale n. 266 del 13 novembre 2013).

Il provvedimento integra gli adempimenti già previsti dal Codice per i soggetti che effettuano trattamenti di dati personali mediante trasferimento o affidamento all’estero del servizio di call center.

In base alla disciplina contenuta nel Codice (articoli 42, 43 e 45) il trasferimento, anche temporaneo, di dati personali verso un Paese terzo che non garantisca un livello di protezione adeguato è consentito previa adozione di stringenti misure. È infatti previsto che il trasferimento possa avvenire se autorizzato dal Garante qualora:

- il livello di garanzia offerto dal Paese terzo sia ritenuto idoneo da apposite decisione della Commissione europea oppure

- qualora il titolare presti opportune garanzie in sede contrattuale mediante l’adozione di regole di condotta infragruppo (le cosidette binding corporate rules) o mediante la sottoscrizione fra le parti delle clausole contrattuali tipo previste dalle relative decisioni della Commissione europea.

Inoltre, sempre in base al Codice, il titolare, tra le altre cose, deve provvedere alla formazione degli operatori di call center che tratteranno i dati in qualità di incaricati nonché deve effettuare verifiche periodiche presso il responsabile sull’osservanza delle istruzioni impartite.

Le misure di sicurezza devono essere stabilite dal titolare in conformità agli articoli 31 e seguenti e all’allegato B del Codice.

A riguardo il Garante ha accolto con favore la soluzione adottata da alcune società, di consentire la centralizzazione degli accessi ai sistemi di CMR (Customer Relationship Management) del titolare da parte degli incaricati; essa appare al Garante in grado di prevenire trattamenti dei dati non conformi alle finalità per cui sono stati raccolti a condizione che: il titolare imposti regole e procedure in grado di limitare l’autonomia degli incaricati; siano oscurati i dati eccedenti e non pertinenti; sia evitata la possibilità per gli incaricati di estrarre i dati, effettuarne copia o alterarli (in quest’ultimo caso il Garante ha ritenuto valida la prassi di chiudere verso l’esterno le postazioni degli operatori).

Oltre agli adempimenti previsti dal Codice i titolari sono tenuti ad osservare le prescrizioni dettate dall’articolo 24 bis del Decreto Legge 22 giugno 2012, n. 83. Tale disposizione prevede anzitutto che le imprese con almeno venti dipendenti che intendono trasferire la propria attività fuori dal territorio nazionale, 120 giorni prima del trasferimento devono darne comunicazione al Ministero del lavoro e delle politiche sociali e al Garante per la protezione dei dati personali; inoltre essa impone che gli interessati nel rivolgersi al call center devono essere sempre informati che l’operatore è collocato in un paese estero e deve essere data loro la possibilità di scegliere che il servizio sia reso tramite un operatore collocato nel territorio nazionale.

Con riferimento a tale disposizione il Ministero del lavoro e delle politiche sociali ha ritenuto che tale norma si riferisse solo al trasferimento di dati personali verso Paesi che sono fuori dall’Unione europea e che si applicasse solo alle imprese che svolgono in via prevalente un’attività di call center, escludendo invece quelle imprese nelle quali l’attività di call center integra lo svolgimento dell’attività principale, rappresentando un mero “sportello di front office” (circolare n. 14 del 2 aprile 2013).

Il Garante da un lato ha confermato che la norma riguarda solo il trasferimento dei dati personali verso Paesi che sono fuori dall’Unione europea, dall’altro ha rilevato che, per arginare l’ampiezza che il fenomeno ha assunto, è necessario acquisire elementi utili a comprendere la portata del trasferimento al fine di intervenire in caso di violazioni del Codice.

Pertanto il Garante ha prescritto a tutti i soggetti che in qualità di titolari di trattamento svolgono, direttamente o in affidamento a terzi, un’attività di call center effettuato in Paesi al di fuori dell’Unione europea, indipendentemente dal numero di dipendenti impiegati e dal fatto che esercitino tale attività in maniera prevalente:

- di specificare agli interessati quale sia l’ubicazione dell’operatore, consentendo, nel solo caso in cui la chiamata venga effettuata dall’interessato, la possibilità di scegliere che il servizio sia reso tramite operatore sito nel territorio nazionale;

- in caso l’attività di call center sia effettuata in un Paese fuori dall’Unione europea, di comunicare, in via preventiva, al Garante il trasferimento o l’affidamento del servizio tramite apposito modello pubblicato sul sito del Garante;

- di inviare al Garante, entro il 13 dicembre 2013, la comunicazione del trasferimento, anche nel caso in cui siano già operanti trattamenti di dati personali affidati a call center situati fuori dall’Unione europea.

(Assonime, nota del 18 novembre 2013)


Vincenzo D’Andò