Oggi alla cassa la Tobin Tax

L’imposta sulle transazioni finanziarie, anche nota come Financial Transaction Tax (FTT) o, più semplicemente, Tobin tax (dal nome del suo ideatore originario), è stata introdotta dall’articolo 1, commi da 491 a 500, della legge 228/2012, per far fronte, sostanzialmente, alle necessità di cassa dello Stato, il quale avrebbe dovuto, appunto, incassare, circa 1 miliardo di euro, secondo le stime iniziali, colpendo, per lo più la speculazione.
La struttura dell’imposta ed il concetto che ne sta alla base, tuttavia, non hanno consentito di realizzare tali obiettivi. Ecco perché, mentre l’Agenzia delle Entrate ha appena pubblicato sul suo sito internet la scheda informativa della Tobin Tax e mentre gli intermediari finanziari si apprestano ad effettuare il primo versamento entro il 16 ottobre, in parlamento fervono le iniziative per modificare sensibilmente la struttura dell’imposta (atto Camera 1446, Marcon e altri).
Secondo gli ultimi studi, in effetti, il gettito statale presumibilmente realizzabile in concreto sarà soltanto di 200-250 milioni di euro, a fronte del previsto pari a quattro volte tale ammontare.
Una spiegazione è rinvenibile nel dato riguardante il numero delle transazioni giornaliere su azioni effettuate presso la Borsa di Milano: nel periodo gennaio-agosto 2013 vi è stato un decremento del 7% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Analoghe riduzioni dei volumi si sono verificate anche nell’unico altro Stato europeo che ha adottato questo regime impositivo, la Francia. Del resto, ciò era ampiamente prevedibile perché, trattandosi di un mercato dematerializzato, gli operatori finanziari si spostano laddove è più conveniente, anche sotto il profilo fiscale.
Neanche l’altro obiettivo della tassa di colpire la speculazione è andato a segno. Sulle transazioni riguardanti le azioni, ad esempio, l’imposta si applica sulla posizione netta dovuta al regolamento delle operazioni.
Come evidenziato dal Presidente della Consob nel corso dell’audizione presso la Commissione Finanze della Camera lo scorso 25 ottobre 2012, l’applicazione sulle posizioni nette in acquisto a fine giornata consente una forte riduzione dell’impatto negativo su scambi e liquidità. Ciò, come dimostrato dai dati sopra riportati, si è rivelato vero soltanto in parte. Inoltre, se in qualche modo sono così stati attenuati gli effetti sul volume degli scambi, d’altro canto si è finito per colpire sostanzialmente i risparmiatori tradizionali, che in gergo tecnico vengono definiti “cassettisti”, perché acquistano le azioni come investimento e le rivendono magari mesi o anni dopo.
Invece, gli speculatori, anche non professionali (si pensi agli ormai moltissimi soggetti che effettuano trading mediante le sempre più numerose piattaforme online offerte dalle banche ai privati), che operano “intraday”, ovvero compiono moltissime operazioni nell’arco di una sola giornata, liquidando l’intera posizione alla fine della seduta borsistica, non rimangono incisi dal tributo.
L’altra anomalia della Tobin tax nostrana riguarda i derivati. Il legislatore ha stabilito, infatti, che su tali strumenti l’imposta si applica, in effetti, sulle singole transazioni, ma in misura fissa in base al valore nozionale della transazione e non in misura proporzionale come avviene, per esempio, con le azioni.
Anche in questo caso, si tratta di un meccanismo perverso che incentiva l’utilizzo di strumenti derivati al posto dell’investimento tradizionale costituito dalle azioni. Si pensi, ad esempio, ad un soggetto che acquista azioni ordinarie sul mercato gestito dalla Borsa Italiana per un controvalore di 200.000 euro, rimanendo inciso dello 0,12% (0,10% dal prossimo anno), pari ad euro 240.
Lo …

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