Diario quotidiano del 9 ottobre 2013: guida all’accordo di prepensionamento

Pubblicato il 9 ottobre 2013



guida all’accordo di prepensionamento; professionisti sempre più esclusi da IRAP; frenano le iscrizioni all’Albo dei Commercialisti: trend particolarmente negativo; i commercialisti non abbassano la guardia sulla revisione legale; legge stabilità: Squinzi, fondamentale trovare 10 mld per taglio cuneo; Imu: Pd ritira tutti emendamenti DL su prima casa

 

 

Indice:

1) Guida all’accordo di prepensionamento

2) Professionisti sempre più esclusi da IRAP

3) Frenano le iscrizioni all’Albo dei Commercialisti: trend particolarmente negativo

4) I commercialisti non abbassano la guardia sulla revisione legale

5) Legge stabilità: Squinzi, fondamentale trovare 10 mld per taglio cuneo

6) Imu: Pd ritira tutti emendamenti DL su prima casa

 

 

1) Guida all’accordo di prepensionamento

Dalla struttura dell’accordo all’analisi di convenienza economica.

La circolare della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro n. 12 del 07 ottobre 2013 è incentrata sulla “Guida all’accordo di prepensionamento”.

La Legge n. 92 del 28 giugno 2012, recante “disposizioni in materia di riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita”, ha introdotto all’art. 4, commi da 1 a 7- ter, alcune disposizioni volte a facilitare l’uscita anticipata di lavorato vicini al raggiungimento dei requisiti per il pensionamento.

L’opportunità di definire una regolamentazione organica dell’accordo di prepensionamento, che in passato era stata demandata, sostanzialmente, alla contrattazione collettiva e agli accordi individuali, non può essere ravvisata se non si prendono in considerazione gli effetti apportati al mercato del lavoro dall’art. 24 della legge 214 del 2011, la quale ha pesantemente innalzato il requisito anagrafico e contributivo per l’accesso al pensionamento di vecchiaia ed anticipato. Alle implicazioni insite nell’innalzamento dell’età pensionabile, sia sul piano sociale che su quello della produttività del lavoro, occorreva dare una risposta, potenziando, sia a favore del lavoratore che del datore di lavoro, la possibilità dell’uscita anticipata dal lavoro, in presenza di una vicinanza al raggiungimento dei requisiti per il pensionamento.

Il potenziamento sopra esposto si è sostanzialmente concretizzato attraverso una “tipizzazione” dell’accordo di prepensionamento che, come già specificato, in passato era stato demandato all’autonomia negoziale delle parti. Tale “tipizzazione”, però, non esclude la possibilità delle parti, dando pieno valore al principio dell’autonomia negoziale, di vincolarsi giuridicamente con accordi di diverso contenuto che rispondano, nell’interesse sotteso alla loro causa al principio generale di meritevolezza di tutela da parte dell’ordinamento giuridico.

Struttura dell’accordo

La legislazione vigente prevede tre fattispecie di accordo.

La prima fattispecie contempla un accordo stipulato tra il datore di lavoro e le organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative a livello aziendale.

La seconda fattispecie contempla la possibilità di un accordo di prepensionamento nell’ambito di una procedura di licenziamento collettivo ex artt. 4 e 24 della legge n. 223 del 1991. L’accordo deve essere stipulato tra il datore di lavoro e le rappresentanze sindacali aziendali.

La terza fattispecie contempla i processi di riduzione del personale dirigente

Procedura amministrativa

La procedura amministrativa rilevante per attivare tutte le prestazioni che seguono alla stipula dell’accordo e che coinvolgono l’Istituto Previdenziale, consiste, sostanzialmente, nelle seguenti quattro macro fasi:

 

Presentazione della domanda;

 

 

- Attività di verifica da parte dell’INPS sulla sussistenza dei requisiti soggettivi in capo al datore di lavoro ed ai lavoratori;

 

 

- Presentazione della fideiussione bancaria di cui al comma 3 dell’art. 4 della legge 92 del 2012;

 

 

- Comunicazione da parte dell’INPS al lavoratore dell’importo iniziale della prestazione. Con tale comunicazione ha termine la procedura amministrativa.

 

Calcolo del costo del lavoro

Il calcolo di convenienza economica dell’accordo di prepensionamento inizia necessariamente con la stima del costo del lavoro di ciascun dipendente che l’azienda sostiene alle condizioni contrattuali vigenti.

Il beneficio a favore dell’azienda è infatti commisurato al minor costo che il datore di lavoro sostiene in caso di stipula dell’accordo di prepensionamento e successiva cessazione del rapporto di lavoro.

Calcolo del costo di prepensionamento

A fronte dell’azzeramento del costo del lavoro (limitatamente ai lavoratori coinvolti), contestualmente alla cessazione del rapporto, l’azienda dovrà tenere conto dell’ammontare del costo complessivo dell’operazione di prepensionamento.

Beneficio netto

Il beneficio che l’azienda può trarre dall’accordo di prepensionamento dipende essenzialmente dai seguenti fattori:

- L’importo della retribuzione al momento della cessazione del rapporto di lavoro;

- L’importo della prestazione che spetta al lavoratore al momento della cessazione del rapporto di lavoro;

E’ evidente che a parità di trattamento retributivo in essere, tanto più basso è l’importo della prestazione calcolata al momento della cessazione del rapporto di lavoro tanto più sarà profittevole per l’azienda aderire ad un accordo di prepensionamento.

Vantaggi per l’azienda

L’azienda avrà sempre un beneficio economico derivante dalla differenza tra l’ammontare del costo del lavoro da sostenere in caso di continuazione del rapporto di lavoro e l’ammontare dei costi relativi all’ attuazione dell’accordo. Ciò perché l’importo della prestazione sconta quasi sempre una penalizzazione rispetto all’ultima retribuzione e perché con la cessazione del rapporto di lavoro viene meno l’obbligo di riconoscere al lavoratore determinate voci di costo che concorrono alla struttura complessiva del costo del lavoro: TFR, premi assicurativi, valore delle ferie e valore dei permessi.

Vantaggi per il lavoratore

L’art. 24 della Legge 214 del 2011 ha pesantemente innalzato l’età anagrafica e l’anzianità contributiva per l’accesso alla pensione di vecchiaia e anticipata. Aderendo all’accordo di prepensionamento il lavoratore ha la possibilità, praticamente, di accedere alla pensione quattro anni prima della data canonica. Egli, infatti, riceve la prestazione, dall’INPS, calcolata come se avesse potuto accedere al trattamento pensionistico alla data di cessazione del rapporto di lavoro ed in aggiunta riceverà anche l’accredito della contribuzione figurativa che sarà computata nel calcolo della pensione definitiva al momento del raggiungimento dei requisiti per l’accesso alla pensione definitiva.

 

2) Professionisti sempre più esclusi da IRAP

Professionisti: neanche il dipendente “emerso” part time giustifica l’assoggettamento ad Irap.

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 22022/2013, é tornata sul principio già affermato per il quale la presenza di un dipendente part time di un professionista non dà luogo ad un qualche potenziamento della sua capacità produttiva, e come tale il professionista medesimo non assoggettabile ad Irap.

Nel caso di specie, tra l’altro, il dipendente era prima inquadrato come collaboratore occasionale, e poi assunto a seguito di procedura di emersione.

La seguente sentenza ricostruisce in maniera accurata la normativa e la posizione giurisprudenziale tenuta dalla Suprema Corte.

               CORTE DI CASSAZIONE - Sentenza 25 settembre 2013, n. 22022

Tributi - IRAP - Professionista - Autonoma organizzazione - Opera di un dipendente - Automatico assoggettamento all’imposta - Non sussiste.

Svolgimento del processo e motivi della decisione

1. L'Agenzia delle Entrate ricorre per cassazione avverso la sentenza della Commissione Tributaria Regionale della Emilia Romagna 33/19 /10 del 16 aprile 2010 che accoglieva solo l'appello dell'Ufficio ribadendo la spettanza all'Avv.to P.C. del rimborso IRAP relativamente all'anno 2004.

2. La contribuente si è costituita in giudizio.

3. E' stata depositata relazione ex art. 380 bis c.p.c. in cui si è sostenuto che il ricorso appare infondato. Secondo il relatore la Amministrazione non evidenzia nel suo ricorso elementi di fatto tali da poter determinare la illogicità o inadeguatezza della motivazione del giudice di merito. La presenza di modeste spese per emolumenti a "collaboratori occasionali" (così come accertato dalla CTR) non appare sufficiente per determinare l'automatica sottoposizione ad IRAP della professionista.

4. Il Collegio ha ritenuto opportuno devolvere la controversia alla Pubblica Udienza; ed ha ritenuto di respingere il ricorso.

Invero la sentenza parla della presenza nello studio dell'avv.to C. di "collaboratori occasionali" mentre la Amministrazione nel suo ricorso asserisce di aver tempestivamente dedotto la presenza di un dipendente part time (pagina 5 del ricorso) e soggiunge a prova del suo assunto che la contribuente avrebbe esposto nel 2004 18.891 euro di spese per emersione lavoro dipendente (il che certamente costituisce indizio di un rapporto di lavoro dipendente).

Si pone quindi il problema della rilevanza che assume la presenza di dipendenti ai fini della sottoposizione ad IRAP dei professionisti e dei lavoratori autonomi in genere.

La sezione VI-T ha più volte affermato che anche il professionista che disponga dell'opera di un dipendente (specie se part time) può non essere soggetto a IRAP, ove il giudice di merito accerti la insussistenza di una autonoma organizzazione. E la trattazione in pubblica udienza impone, in questa vicenda, una motivazione più articolata.

5. Ritiene il Collegio che si debbano prender le mosse dai principi costituzionali, così come - da ultimo- enunciati nella sentenza della Corte Costituzionale n. 223 del 11 ottobre 2012 che ha dichiarato l'illegittimità della norma, ritenuta di natura tributaria, che ha imposto un particolare onere fiscale sulle retribuzioni dei pubblici dipendenti che superino un certo "tetto". Afferma la Corte che gli artt. 3 e 53 della Costituzione impongono al legislatore un " uso ragionevole dei suoi poteri discrezionali in materia tributaria, al fine di determinare la coerenza interna della struttura dell'imposta con il suo presupposto economico, come pure la non arbitrarietà dell'entità dell'imposizione» (sentenza n. 111 del 1997).

E' cioè consentito al legislatore di sottoporre una parte dei contribuenti a specifici oneri maggiori e diversi rispetto a quelli che colpiscono ogni forma di ricchezza, ma tale specifica imposizione deve poggiare su una qualche razionale giustificazione, che può discendere -in primo luogo- dalla maggiore "ricchezza" dei contribuenti colpiti (il proprietario di immobili che ricavi da essi un certo reddito è senza dubbio "più ricco" di chi percepisca il medesimo reddito come frutto di lavoro dipendente), ma anche dalla circostanza che i contribuenti sottoposti ad ulteriori specifici oneri usufruiscono in misura maggiore di determinati pubblici servizi; cagionando con la loro attività l'esigenza di maggiori spese pubbliche.

Quest'ultima ipotesi si verificava ad esempio nella Imposta Comunale sulle Attività produttive (ICIAP) abolita dalla legge istitutiva dell'IRAP. L'ICIAP trovava cioè (in base alla sentenza n. 238 del 13 maggio 1993 della Corte Costituzionale) giustificazione costituzionale nella "particolare utilizzazione dei servizi comunali da parte dei soggetti". Ma la sottoposizione ad 'Irap non è rapportata alla (sia pure solo potenziale) maggiore fruizione dei servizi pubblici.

Dunque l'IRAP deve trovare giustificazione in una specifica capacità contributiva del soggetto colpito dalla imposta; e la cennata esigenza di ragionevolezza che eviti ingiuste discriminazioni ha determinato una modifica legislativa che appare determinante ai fini della decisione della presente controversia.

Nel suo testo originario, l'art. 2 del D. Leg. 446/1997 assoggettava alla Imposta Regionale sulle Attività Produttive (IRAP) "l'esercizio abituale di una attività diretta alla produzione o allo scambio di beni ovvero alla prestazione di servizi"; e quindi colpiva ogni attività degli esercenti professioni intellettuali che possedesse il requisito della "abitualità", cioè non fosse esercitata occasionalmente.

Il D.Lgs. 10 aprile 1998, n. 137, ha però aggiunto nel citato art. 2 la specificazione secondo cui la attività deve essere "autonomamente organizzata" (quando non sia riferibile a società) Queste due parole sono state introdotte allo scopo di inserire un fattore di razionalità costituzionale nel sistema, ancorché tale inserimento abbia determinato una deroga alla coerenza logica del tributo che, nella sua versione originaria, coinvolgeva- senza deroghe- ogni forma di attività produttiva non occasionale. E' infatti pacifico che la riforma del 1998 ha escluso dall'applicazione dell'IRAP anche professionisti con elevati guadagni quando alla realizzazione di tali guadagni non concorra alcuna organizzazione o concorra una organizzazione ad essi non riconducibile (come accade nel caso dell'attore che reciti in una struttura di spettacolo da altri organizzata e diretta, del chirurgo libero professionista che operi in una clinica altrui, di chi svolga attività di amministratore o sindaco utilizzando le strutture messe a disposizione dalla azienda amministrata) La modifica del 1998 mirava però a prevenire un intervento del Giudice delle leggi analogo a quello che aveva in passato escluso dall'applicazione dell'ILOR la quasi totalità dei lavoratori autonomi (sentenza n. 42/1980). Ed infatti la sentenza della Corte Costituzionale n. 156 del 10 maggio 2001 , ha ritenuto che l'imposta in parola sia legittima proprio perché non colpisce qualunque attività produttiva, ma solo quelle che siano "autonomamente organizzate" ; di guisa che non risulta un"'imposta sul (mero) lavoro autonomo" ma un'imposta sulla capacità produttiva che deriva dalla "autonoma organizzazione", che deve far capo al contribuente. E la "autonoma organizzazione" deve costituire un qualcosa di ulteriore e diverso rispetto a quella razionale autoorganizzazione che necessariamente accompagna qualunque attività professionale svolta abitualmente, deve essere un "quid pluris" che giustifichi l'imposizione ai "lavoratori autonomi organizzati" di un onere fiscale che non colpisce invece i lavoratori subordinati (e che coinvolge tutto il loro reddito professionale e non solo la quota parte ricollegabile alla autonoma organizzazione). Di conseguenza, la Corte Costituzionale ha demandato ai giudici tributari (ed alla Cassazione) il compito di definire quando il contribuente disponga di una propria "autonoma organizzazione", in modo da garantire una applicazione "ragionevole" della norma in questione. E' d'altronde ovvio che i criteri scolpiti negli artt. 3 e 53 della Costituzione debbono essere tenuti presente anche dai giudici, chiamati a dar ragionevolezza alle applicazioni del diritto vivente, se necessario attraverso un'interpretazione "costituzionalmente orientata".

In quest'ottica sono state abbandonate quelle chiavi interpretative che vanificano la modifica legislativa in questione; ritenendo sufficienti per l'applicazione dell'imposta requisiti che sostanzialmente costituiscono una mera "autoorganizzazione" razionale del lavoro. Con la conseguenza di determinare una ingiustificata sperequazione ai danni dei lavoratori autonomi, gravati da un'imposta che risparmia i lavoratori dipendenti (rectius che per i lavoratori dipendenti grava sui datori di lavoro). La Corte di Cassazione ha cioè fin dalle prime pronunce decise nella udienza dell'otto febbraio 2007 respinto la tesi della Amministrazione secondo cui le parole "autonoma organizzazione", introdotte nell'art. 2 del D.Lgs. 15 dicembre 1997, n. 446 dal D.Lgs. 10 aprile 1998, n. 137 costituirebbero soltanto un chiarimento ed una specificazione del requisito della "abitualità" già presente nel testo del 1997. Di guisa che la "autonoma organizzazione" ben potrebbe estrinsecarsi "nell'impiego dell'intelligenza e della cultura, nella (mera) capacità di acquisire clientela, di ottenere credito, di competere, di promuovere ogni legittima iniziativa".

Per altro verso è stata respinta anche la tesi prospettata da molti contribuenti, secondo cui dovrebbe intendersi per "autonoma organizzazione" una struttura capace di produrre di per sé sola reddito, prescindendo dall'apporto del professionista o del lavoratore autonomo. Perciò l'imposta non sarebbe mai dovuta, ad esempio, dai singoli che esercitino le cosiddette "professioni protette", in quanto il venir meno del professionista determinerebbe l'automatica cessazione dell'attività e l'azzeramento del reddito . Questa Corte di legittimità ha affermato che "non è di ostacolo alla sussistenza dei requisiti per l'applicazione dell'Irap il fatto che l'apporto del titolare sia insostituibile o per ragioni giuridiche o perché la clientela si rivolga alla struttura in considerazione delle particolari capacità del titolare stesso" (sentenza n. 5011 del 5 marzo 2007, cui adde, ad esempio, la sentenza n. 8171 del 2 aprile 2007). Ciò in quanto l'impostazione proposta dai contribuenti escluderebbe dall'ambito dell'Irap pressoché tutte le attività professionali e di lavoro autonomo; tale soluzione è in contrasto con l'impalcatura della legge che prevede l'applicazione dell'imposta a coloro che esercitino arti e professioni di cui all'art. 49, comma 1, del Tuir (approvato con D.P.R. 22 dicembre 1977, n. 917) ogni qual volta vi sia una "autonoma organizzazione".

Si afferma quindi con giurisprudenza che può dirsi pacifica che l'IRAP coinvolge una capacità produttiva che può non essere compiutamente autonoma (cioè derivare da strutture autosufficienti) ma deve pur sempre essere "impersonale ed aggiuntiva" rispetto a quella propria del professionista (determinata dalla sua cultura e preparazione professionale) e colpisce un reddito che contenga una parte aggiuntiva di profitto, derivante da una struttura organizzativa "esterna", cioè da "un complesso di fattori che, per numero, importanza e valore economico, siano suscettibili di creare un valore aggiunto rispetto alla mera attività intellettuale supportata dagli strumenti indispensabili e di corredo al know-how del professionista (lavoro dei collaboratori e dipendenti, dal numero e grado di sofisticazione dei supporti tecnici e logistici, dalle prestazioni di terzi, da forme di finanziamento diretto ed indiretto etc..)", cosicché è "il surplus di attività agevolata dalla struttura organizzativa che coadiuva ed integra il professionista... ad essere interessato dall'imposizione che colpisce l'incremento potenziale, o quid pluris, realizzabile rispetto alla produttività auto organizzata del solo lavoro personale" (Cass. Trib. 15754/2008; vedi da ultimo la sentenza n. 19769 del 28 agosto 2013 ).

Queste affermazioni di principio sfociano -secondo un filone giurisprudenziale- nella tesi secondo cui il richiesto surplus idoneo a determinare l'assoggettamento ad IRAP può essere costituito dalla presenza di un dipendente stabile; anche solo part time. anche solo con funzioni meramente accessorie (pulizia).

Viene cioè più volte riprodotta la massima secondo cui " il requisito dell'autonoma organizzazione", il cui accertamento spetta al giudice di merito ed è insindacabile in sede di legittimità se congruamente motivato, ricorre quando il contribuente: a) sia sotto qualsiasi forma, il responsabile dell'organizzazione e non sia, quindi, inserito in strutture organizzative riferibili ad altrui responsabilità ed interesse; b) impieghi beni strumentali eccedenti, secondo l’id quod plerumque accidit, il minimo indispensabile per l'esercizio dell'attività in assenza di organizzazione, oppure si avvalga in modo non occasionale di lavoro altrui" (cfr., ex pluribus, la sentenza n. 3676 del 16 febbraio 2007).

Spesso la affermazione non è rilevante al fine del decidere perché in concreto il contribuente non si avvale in modo "non occasionale" di lavoro altrui, ma in varie ipotesi essa costituisce il punto di partenza per una pronuncia sfavorevole al contribuente, sia pure sovente di cassazione con rinvio, pur a fronte di un dipendente.

E' però altresì presente nella giurisprudenza di questa Corte un indirizzo che non ritiene un dipendente costituisca fattore di per sé solo decisivo ed insuperabile per determinare il riconoscimento della "stabile organizzazione"

Si può in primo luogo ricordare la sentenza 5009/2007, secondo cui "si ha esercizio di "attività autonomamente organizzata" soggetta ad Irap ai sensi dell'art. 2 del D.Lgs. n. 446/1997 quando l'attività abituale ed autonoma del contribuente dia luogo ad un'organizzazione dotata di un minimo di autonomia che potenzi ed accresca la capacità produttiva del contribuente stesso. Di guisa che l'imposta non risulta applicabile ove in concreto i mezzi personali e materiali di cui si sia avvalso il contribuente costituiscano un mero ausilio della sua attività personale, simile a quello di cui abitualmente dispongono anche soggetti esclusi dall'applicazione dell'Irap (collaboratori continuativi, lavoratori dipendenti)" (nei medesimi termini è la sentenza n. 8170 del 2 aprile 2007). Ed ancora la sentenza n. 3675 del 16 febbraio 2007, nel cassare la sentenza di merito che aveva escluso dall'imponibilità Irap un professionista che svolgeva attività "protetta" dall'iscrizione all' albo professionale, manda al giudice di merito di procedere all'accertamento circa "la sussistenza o meno di una struttura di supporto all'attività del contribuente", appurando "se il ricorrente utilizzi, nell'esercizio della propria professione, beni strumentali o lavoro altrui e in quale misura tali fattori incidano sui costi e gli oneri esposti dal contribuente (per esempio, attraverso l'analisi del Quadro RE della dichiarazione dei redditi) in relazione all'esercizio della sua professione". La sentenza n. 3675 assoggetta dunque ad Irap "l'attività che presenti un contesto organizzativo esterno anche minimo, derivante dall'impiego di capitali e/o di lavoro altrui, che potenzi l'attività intellettuale del singolo". E - in parallelo - la sentenza n. 5258 del marzo 2007 richiede "una struttura, la quale prescinde dalla qualità o quantità dei fattori, ma va valutata in relazione al potenziamento della mera attività personale del professionista".

Come si vede, le sentenze da ultimo indicate non escludono che la presenza di anche solo un dipendente possa costituire indizio di "stabile organizzazione", rimettono però la concreta valutazione al giudice di merito, escludendo un automatismo dipendente-soggezione a IRAP (cfr. la sentenza n. 22592 dell'11 dicembre 2012).

Il mancato riferimento, come fattore sufficiente a determinare di per sé solo l'applicazione dell'IRAP, della circostanza che il professionista si avvalga dell'opera di un dipendente è, ad esempio, particolarmente significativo nell'ambito della pronuncia 5012/2007, in quanto risultava - in fatto - pacifico che il professionista (avvocato) disponeva di locali - ancorché in locazione -e di un dipendente con mansioni di segretario.

Vi sono, del resto, precedenti specifici secondo cui la presenza di un solo dipendente part-time addetto alla porta ed alla pulizia dello studio non costituisce di per sé un elemento tale da concretizzare il presupposto di autonoma organizzazione come previsto dalla normativa I.R.A.P." (ordinanza n. 18472 del 4 luglio 2008); cui si può affiancare, tra l'altro, l'ordinanza n. 14304 del 8 agosto 2012 secondo cui "deve essere confermata la sentenza di merito che ha escluso la applicabilità dell'IRAP ad un ragioniere che usufruisca di un dipendente part time per poche ore (10) alla settimana" (adde da ultimo l'ordinanza n. 14304 del 8 agosto 2012).

Sembra al Collegio che l'automatica sottopozione ad IRAP del lavoratore autonomo che disponga di un dipendente, qualsiasi sia la natura del rapporto e qualsiasi siano le mansioni esercitate vanificherebbe l'affermazione di principio desunta dalla lettera della legge e dal testo costituzionale secondo cui il giudice deve accertare in concreto se la struttura organizzativa costituisca un elemento potenziatore ed aggiuntivo ai fini della produzione del reddito, tale da escludere che PIRAP divenga una (probabilmente incostituzionale) "tassa sui redditi di lavoro autonomo". Vi sono, a giudizio del Collegio, ipotesi in cui la disponibilità di un dipendente (magari part time o con funzioni meramente esecutive) non accresce la capacità produttiva del professionista, non costituisce un fattore "impersonale ed aggiuntivo" alla produttività del contribuente, ma costituisce semplicemente una comodità per lui (e per i suoi clienti).

Si tratta certo di una valutazione difficile, assai più complessa della automatica deduzione dell'imposizione da un fatto accertabile attraverso la denuncia dei redditi e i tabulati INPS; ma questa valutazione conduce a razionalità costituzionale (ed economica i due profili sono strettamente connessi) l'imposizione.

In particolare, la sottoposizione a tassazione aggiuntiva di chi assuma un dipendente anche quando tale dipendente non determini un qualche significativo aumento del reddito e quindi manchi -secondo la tesi qui accolta- il presupposto giuridico dell'IRAP, costituirebbe una sorta di sanzione che scoraggerebbe l'assunzione di dipendenti.

Per tutte queste considerazioni il Collegio ritiene di dover rigettare il ricorso in quanto in esso non si evidenziano elementi da cui sia possibile dedurre che il dipendente part time della contribuente abbia dato luogo ad un qualche potenziamento della sua capacità produttiva.

La complessità della questione trattata e la presenza di indirizzi giurisprudenziali non convergenti giustifica la compensazione delle spese.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso; compensa le spese del presente grado di giudizio.

 

 

3) Frenano le iscrizioni all’Albo dei Commercialisti: trend particolarmente negativo

L’Istituto di Ricerca dei Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili l’8 ottobre 2013 ha pubblicato la Rilevazione Statistica Ordini Territoriali I Trimestre 2013 (Progetto RSO).

Si tratta del documento che presenta i risultati della rilevazione relativa alle iscrizioni e alle cancellazioni dall'Albo e dal Registro dei praticanti relative al I trimestre del 2013.

La rilevazione ha coperto 115 Ordini territoriali su 143. Per gli Ordini non coperti dalla rilevazione (Ascoli Piceno, Avezzano, Campobasso, Catanzaro, Chiavari, Chieti, Civitavecchia, Gela, Grosseto, Imperia, Lamezia Terme, Lanciano, L'Aquila, Latina, Locri, Lucca, Oristano, Padova, Paola, Pescara, Pordenone, Potenza, Siracusa, Tempio Pausania, Torre Annunziata, Tortona, Vasto) si è proceduto ad una stima delle informazioni mancanti.

Al 31 marzo 2013, secondo le elaborazioni dell’IRDCEC, i dottori commercialisti e gli esperti contabili iscritti all’Albo sono 114.797 (+0,7% rispetto al 31 marzo 2012). Gli iscritti al Registro dei praticanti sono 19.301 (-19,4% rispetto al 31 marzo 2012).

Nel primo trimestre del 2013, le iscrizioni all'albo sono state 1.198 (-17% rispetto al 31 marzo 2012) e le cancellazioni 443 (-33% rispetto al 31 marzo 2012). Il saldo finale è risultato pari a +756 iscritti (-1% rispetto al 31 marzo 2012). I dati mostrano, dunque, un trend delle iscrizioni particolarmente negativo nel primo trimestre del 2013 con un numero complessivo di iscrizioni che è inferiore di 231 unità rispetto a quello del primo trimestre 2012 e di 372 unità rispetto al valore massimo fatto registrare nel primo trimestre 2010. L'andamento del saldo è, invece, meno negativo perché il trend delle cancellazioni è fortemente diminuito passando da 665 del primo trimestre 2012 a 443 del primo trimestre 2013.

Nello stesso periodo, le iscrizioni al Registro dei praticanti sono state 1.923 (+11% rispetto al primo trimestre 2012) e le cancellazioni sono state 2.713 (+76% rispetto al primo trimestre 2012). Il saldo finale è di -790 unità (era stato di +197 unità nel primo trimestre 2012).

Il documento, dopo un breve riepilogo generale dei dati finora prodotti sugli iscritti all’albo, illustra i movimenti complessivi dell'Albo e del Registro dei praticanti nel I trimestre 2013 e l'evoluzione degli stessi rispetto al I trimestre 2012 e presenta nel dettaglio i risultati per regione e per singolo Ordine territoriale.

Viene precisato, inoltre, che i movimenti riferiti all'Albo comprendono le tre sezioni che lo compongono (sezione A Dottori e Ragionieri, sezione B Esperti Contabili e sezione E Elenco Speciale) senza ulteriori specificazioni.

Sul sito web dell'Istituto di Ricerca all’indirizzo www.irdcec.it sono pubblicati i documenti relativi alle precedenti rilevazioni effettuate.


4) I commercialisti non abbassano la guardia sulla revisione legale

Sbloccato l’accesso al Registro, i sindacati di categoria spingono per riaffermare l’equipollenza degli esami di idoneità professionale.

L’UNGDCEC ha pubblicato il comunicato stampa del  07 ottobre 2013 sui Revisori legali

L’Unione Nazionale Giovani Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili esprime viva soddisfazione per la risposta fornita lo scorso venerdì dal Viceministro dell'Economia e delle Finanze Stefano Fassina ad una interpellanza parlamentare in merito alla disciplina della revisione legale ed al danno che stava derivando a tanti giovani professionisti che si erano visti negare la possibilità di accedere al Registro dei Revisori Legali a causa di una erronea interpretazione della disciplina da parte del Ministero della Giustizia e di quello dell’Economia.

La risposta in oggetto ha in sostanza affermato che, nelle more dell’emanazione del regolamento attuativo previsto al riguardo dal D. Lgs. del 29 gennaio 2010, n. 39, torna in vigore la disciplina che, a causa di una inappropriata interpretazione, era stata considerata cessata a partire dal giugno 2012, con il preciso impegno da parte del Governo di risolvere il problema creatosi “assumendo un corretto orientamento interpretativo della norma in questione e, pertanto, garantendo l'iscrizione al registro in forza della norma del decreto legislativo n.88 del 1992”, affidandosi quindi alla normativa previgente.

La posizione dell’Unione Nazionale Giovani Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili, è stata ritenuta corretta e meritevole di tutela a tal punto da spingere il Viceministro ad esprimere le scuse “da parte del Governo nei confronti di quelle centinaia di giovani professionisti che negli ultimi quattordici mesi sono stati impossibilitati ad iscriversi all'Albo dei revisori contabili, nonostante ne avessero tutte le caratteristiche”.

A fronte di tale riconoscimento, ora vi è assoluta necessità che il Governo, per non incorrere nuovamente in un ulteriore e altrettanto evidente errore, riconosca nella futura disciplina regolamentare di attuazione del D.Lgs. del 29 gennaio 2010, n. 39 l’equipollenza tra gli esami di idoneità per l’accesso ai Registro dei Revisori Legali e per l’accesso All’Albo dei Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili.

 

5) Legge stabilità: Squinzi, fondamentale trovare 10 mld per taglio cuneo

All’incontro del 8 ottobre 2013 a Palazzo Chigi riferito a Letta che quei 10 miliardi che stimiamo per il taglio del cuneo fiscale sono il minimo per un salto di qualità. Bisogna trovarli, é fondamentale. Lo ha affermato il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, nel corso di un’audizione in commissione Politiche dell’Ue a Palazzo Madama, spiegando che “siamo disposti a rinunciare a tutti gli incentivi, purché ci si concentri su alcuni obiettivi, come l'abbattimento del cuneo fiscale”.


6) Imu: Pd ritira tutti emendamenti DL su prima casa

Il Partito democratico ha ritirato tutti gli emendamenti al decreto Imu-Cig-esodati inerenti la prima rata sulla prima casa presentati nelle commissioni Bilancio e Finanze della Camera, ponendo così fine alle polemiche suscitate dalla richiesta di modifica per la riduzione del raggio d’esenzione.

 

Vincenzo D’Andò