La proposta conciliativa nel processo tributario

La norma
L’ intervento di (mini)riforma del processo civile, operato dal legislatore del 2009, è stato anche indirizzato a punire i comportamenti processuali pretestuosi e dilatori.
Ne è riprova il fatto che all’interno di tale riforma (segnata dalla Legge 18 giugno 2009, n. 69, che pur ha svolto numerosi riflessi nel processo tributario) si è registrato un triplice intervento legislativo sul regime delle spese di lite, e precisamente:
• nella modifica dell’art. 92 del codice di procedura civile;
• nella aggiunta di un comma (il terzo) all’art.96 del codice di procedura civile;
• nella riformulazione dell’art.91 del codice di procedura civile (secondo periodo del comma 1: “Se accoglie la domanda in misura non superiore all’eventuale proposta conciliativa, condanna la parte che ha rifiutato senza giustificato motivo la proposta al pagamento delle spese del processo maturate dopo la formulazione della proposta, salvo quanto disposto dal secondo comma dell’articolo 92 ”).
 
I principi generali
In pratica, l’art. 91 c.p.c. sanziona la prosecuzione della lite da parte di chi poteva (ed evidentemente: doveva) chiuderla. La condanna accessoria de qua segue il principio che la prosecuzione della lite è un fatto addebitabile anche alla condotta di chi non ha aderito alla conciliazione ignorando le legittime pretese altrui e tenendo “in vita” la lite (al costo dell’attività difensiva spiegata dall’altra parte) .
Il principio di soccombenza, grazie alla formula dianzi descritta, si distingue per il profilo di una indubbia concretezza e per l’ emarginazione, in presenza di proposte transattive, dell’ indissolubile legame tra la formale vittoria del giudizio e l’ indennizzo delle spese; infatti, nell’ottica dell’art. 91 c.p.c., oggi può subire la condanna al pagamento delle spese di lite la parte che rifiuta la proposta conciliativa senza un giustificato motivo, pur se quella stessa parte è poi riconosciuta dalla sentenza in una posizione di ragione e quindi in una posizione di non soccombenza.
In effetti, la giurisprudenza di legittimità1, talvolta, ha avuto modo di affermare come il “principio di causalità” presupponga come la soccombenza sia da considerarsi solo un elemento rivelatore per il giudice ai fini della individuazione della responsabilità delle spese2.
Si impone però evidenziare che l’integrazione dell’art. 91 c.p.c. segnala lo scarso rilievo (nel processo civile) dell’ art. 88 del codice di procedura civile, che pur impone alle parti e ai loro difensori di agire in giudizio con lealtà e probità.
 
La prassi dell’ Agenzia delle Entrate
La Direzione centrale normativa e contenzioso dell’Agenzia delle Entrate, nella circ. n. 17/e del 31 marzo 2010, ha riconosciuto l’applicabilità nel processo tributario del nuovo art.91 c.p.c. e ha raccomandato agli uffici periferici di adottare dei comportamenti conformi a tale determinazione.
L’organo di rappresentanza fiscale, dichiarando di essere in attesa del consolidamento dell’indirizzo della giurisprudenza, ha riconosciuto l’ammissibilità di cui sopra non esimendosi dall’esprimere qualche perplessità, infatti nella citata circolare si legge “ancorché la ‘conciliazione giudiziale’ di cui all’art. 48 del D.Lgs. n. 546 del 1992 preveda una disciplina diversa dalla ‘proposta conciliativa’ cui si riferisce l’ art.91 c.p.c.”.
 
La forma della proposta e del rifiuto
La proposta conciliativa, ex art. 91 c.p.c. , non incontra nel processo civile alcuna problematica legata a termini interni al giudizio.
Non accade lo stesso nel processo tributario. In quest’ultimo, la conciliazione è …

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