Gli accertamenti basati sull'antieconomicità delle operazioni

Premessa

Dopo tante puntate dedicate alla normativa in tema di reati tributari, facciamo una parentesi introducendo un argomento che ci è stato spesso sollecitato dai nostri gentili utenti, a cui corre l’obbligo di far pervenire i nostri ringraziamenti per l’interesse mostrato nella rubrica.

Parliamo dunque del sempre più diffuso accertamento basato sul cd. principio di antieconomicità, ossia dei poteri dell’Amministrazione di giudicare l’economicità di alcune operazioni compiute dalle imprese.

L’Amministrazione finanziaria, infatti, esaminando le dichiarazioni dei redditi degli anni immediatamente precedenti e successivi a quello oggetto di accertamento, ridetermina induttivamente maggiori ricavi in capo al contribuente, assumendo come non ragionevoli i risultati economici costantemente negativi ovvero con utili irrisori.

 

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L’onere della prova del comportamento economico è a carico del contribuente

In presenza di un comportamento  assolutamente  contrario  ai canoni dell’economia, che il contribuente non spieghi in alcun modo, e  che giustifichi in maniera non convincente, è legittimo l’accertamento ai sensi dell’art. 39, comma 1, lettera d), del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600.

(Cassazione, sezione tributaria, sentenza n. 1821/2001)

 

Costituisce principio consolidato, che consente il rigetto in camera di consiglio ex art. 375 c. p. c. del ricorso del contribuente, l’affermazione secondo cui, pur in presenza di una contabilità regolarmente tenuta, è legittimo l’accertamento induttivo del reddito d’impresa ai sensi dell’art. 39, primo comma lett. d) del dpr 29 settembre 1973 n. 600, ove le dichiarazioni fiscali del contribuente evidenzino un comportamento assolutamente contrario ai canoni dell’economia, che non venga spiegato in alcun modo (nel caso di specie la Corte ha confermato la sentenza di merito che aveva sottolineato l’irragionevolezza del dato dichiarato, che conclamava “una mancata remunerazione del capitale investito” e, quindi, l’antieconomicìtà dell’attività gestionale, in contrasto anche con la percentuale di ricarico mediamente riscontrata nel settore di appartenenza).

(Cassazione, sezione tributaria, sentenza n. 14090/2008)

 

La libera iniziativa privata non giustifica scelte prive di buon senso

(ommissis)

Il sindacato dell’Amministrazione finanziaria circa il comportamento antieconomico del contribuente non trova limiti nella disposizione relativa alla libertà di iniziativa privata (art. 41 Cost.). Una condotta non ispirata ai normali criteri di economicità dell’imprenditore (principio del massimo risultato e del minimo mezzo), in contrasto con le scelte del buon senso e prive di razionale motivazione può assumere valenza di indizio fornito dei requisiti di gravità, precisione e concordanza che legittimano il disconoscimento della deducibilità dei costi, avuto riguardo al parametro del valore normale che costituisce punto di riferimento nella valutazione fiscale delle cessioni di beni e prestazioni di servizi. Né a tale giudizio i congruità il contribuente si sottrae attraverso la regolare tenuta delle scritture contabili.

(Cassazione, sezione tributaria, sentenza n. 23635/2008)

 

La contabilità formalmente corretta può essere inattendibile

E’ pacifico l’orientamento di questa S.C., secondo cui la disposizione del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 39, comma 1, lett. d), consente l’accertamento induttivo del reddito, pur in presenza di scritture contabili formalmente corrette, qualora la contabilità possa essere considerata complessivamente ed essenzialmente inattendibile, in quanto confliggente con regole fondamentali di ragionevolezza, potendo il giudizio di non affidabilità della documentazione fiscale essere determinato dall’abnormità dell’espressione finale.

Ove l’Ufficio motivi sufficientemente l’accertamento sintetico, eseguito ai sensi del D.P.R. 673, art. 39, sub. 1), sia specificando gli indici d’inattendibilità dei dati relativi ad alcune…

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