Chiarito il regime fiscale delle società tra professionisti

Come già commentato su queste colonne, dal 22 aprile 2013 (data di entrata in vigore del relativo regolamento attuativo DM 34/2013) è possibile iscrivere, nel rispettivo albo professionale, le società tra professionisti disciplinate dall’art. 10 del DL 12.11.2011 n. 183. La citata disposizione consente a tutti i professionisti iscritti in ordini professionali di esercitare la professione, oltre che per il tramite di società semplici o studi associati, anche attraverso tutti i modelli societari regolati dai titoli V e VI del libro V del codice civile.

Si tratta, in buona sostanza, del modello societario della società di persone (società in nome collettivo, società semplici o in accomandita semplice) ovvero della società di capitali (società a responsabilità limitata, società per azioni e società in accomandita per azioni). E’ altresì possibile esercitare la professione attraverso l’utilizzo della forma cooperativa: in tal caso, però, la possibilità di adottare tale modello societario, è subordinata all’esistenza di un numero minimo di soci non inferiore a tre, al fine di consentire, nel caso di voti “per teste”, che i soci professionisti esprimano la maggioranza dei due terzi nelle decisioni societarie.

Una questione di estrema importanza è rappresentata dal regime fiscale applicabile alle novellate società professionali, atteso che la norma tace sulla natura del reddito prodotto dalle stesse, sotto il profilo prettamente fiscale. In assenza di precise indicazioni in merito, alcuni autori della dottrina concordavano nel ritenere che detti redditi (al pari di quanto accade con ai redditi conseguiti dalle società per avvocati) dovessero essere ricondotti nell’ambito della disciplina del lavoro autonomo applicando, di fatto, la medesima disciplina prevista per le associazioni professionali (art. 5 c 3 lett. C TUIR), assoggettando tali compensi a ritenuta d’acconto. C’è già, inoltre, un precedente, in tal senso: si tratta della Risoluzione Ministeriale n.118 del 28 maggio 2003, che qualificava come reddito di lavoro autonomo, da determinare quindi con il principio di cassa, quello conseguito dalla società tra avvocati di cui al Dlgs 96/2001. Peraltro, a sostegno di tale modalità di tassazione del reddito delle costituende società tra professionisti, il Comitato Unitario Permanente degli Ordini e Collegi Professionali secondo cui era da ritenersi inderogabile l’assoggettamento al reddito professionale dell’intera attività esercitata dalla società tra professionisti. Una simile interpretazione, ossia che le modalità di determinazione del reddito professionale conseguito da uno studio associato e la conseguente tassazione dell’utile d’esercizio siano identiche a quelle del reddito conseguito da una Srl professionale, avrebbe evitato, infatti, che le varie forme associative dell’attività professionale si facessero concorrenza sotto il profilo della loro convenienza fiscale.

Per altra dottrina, invece, il predetto modello impositivo non avrebbe potuto trovare applicazione per il fatto che il legislatore consente la partecipazione, nella società tra professionisti, anche ai soci di capitale. Per tali autori, infatti, il corretto inquadramento del regime impositivo dei redditi prodotti dalle STP poteva essere assimilato a quello previsto per le società d’ingegneria per le quali il reddito conseguito deve essere considerato reddito d’impresa (applicazione principio “di competenza”) senza applicazione di alcuna ritenuta d’acconto.

A fare chiarezza sul trattamento fiscale in commento, è intervenuto l’art. 28 del Ddl “semplificazioni”, approvato il 19.06.2013 dal Consiglio dei Ministri. Secondo quanto disposto dalla predetta disposizione, alle società tra professionisti, indipendentemente dalla forma giuridica assunta, deve trovare applicazione il regime fiscale delle associazioni senza personalità giuridica costituite tra persone fisiche per l’esercizio in forma associata di arti e professioni di cui all’art. 5 c. 3 lett. c del…

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