Beni immobili ceduti da un debitore giudiziario: la disciplina ai fini Iva


La Corte di giustizia precisa che l’articolo 199, paragrafo 1, lettera g, direttiva 2006/112/CE, dev’essere interpretato nel senso che rientra nella nozione di vendita giudiziale al pubblico incanto qualsiasi vendita di beni immobili effettuata da un debitore giudiziario non solo nell’ambito di una procedura di liquidazione del patrimonio di quest’ultimo, ma anche nell’ambito di una procedura d’insolvenza che intervenga prima di una siffatta procedura di liquidazione, qualora tale vendita sia necessaria a soddisfare i creditori o a recuperare l’attività economica o professionale di detto debitore.

 

La fattispecie in controversia

Il caso in disamina1 prende origine da un procedimento d’insolvenza volontaria di una Società spagnola (la PyC), nel corso della quale la vendita di due immobili appartenenti a tale organismo ha rappresentato il fatto generatore dell’imposta sul valore aggiunto.

Questo, in sintesi, il fulcro della problematica.

In particolare, con ordinanza 22 febbraio 2010, la Società ispanica è stata dichiarata insolvente e, conseguentemente, è stato avviato il procedimento concorsuale a carattere volontario.2

In ossequio alle norme vigenti, l’amministratore giudiziario informava quindi il giudice del rinvio e i creditori in merito allo stato patrimoniale (attivo e passivo) della Società.

Nel corso della procedimento, tuttavia, si è presentata la chance di poter vendere due immobili appartenenti a tale società, cosicchè la medesima ha chiesto, e ottenuto, parere favorevole dell’amministratore giudiziario con l’accordo della Società acquirente, anch’essa società di diritto spagnolo, a procedere a tale vendita ai sensi delle vigenti norme di procedura concorsuale3.

Ottenuta ordinanza favorevole alla vendita, proprio l’autorizzazione di siffatta cessione, ha cristallizzato il fatto generatore dell’imposta ai fini costitutivi e, pertanto, anche ai fini dichiarativi, l’obbligo di versare l’importo corrispondente presso la competente Agenzia nazionale dell’amministrazione tributaria spagnola.

Di fronte a tale scenario, il giudice del rinvio nutre dubbi sull’identificazione del soggetto (effettivo) destinatario dei relativi obblighi fiscali, ossia se coincida con la società PyC(cedente) o, diversamente, con l’acquirente degli immobili.

Rilevata la complessità della controversia, il Tribunale competente ha deciso di sospendere il procedimento e di sottoporre alla Corte tre questioni pregiudiziali, volte a identificare il corretto perimetro applicativo dell’art. 199, par. 1, lett. g, dir. 2006/112/CE.

Il governo spagnolo contesta la ricevibilità delle questioni pregiudiziali sotto diversi profili.

Con riferimento al primo argomento, ossia alla mancanza di competenza del giudice del rinvio, la Corte precisa che rientra nelle proprie competenze verificare se la decisione di rinvio sia stata adottata in modo conforme alle norme nazionali di organizzazione giudiziaria e di procedura4.

In relazione al secondo argomento sollevato dal governo spagnolo, ossia il carattere ipotetico delle questioni pregiudiziali, i giudici della Corte rilevano che è questione non pertinente, dacchè mirano proprio a identificare il soggetto debitore dell’Iva nell’ambito di una procedura d’insolvenza: “se si tratti della società insolvente, venditrice dei beni immobili, o dell’acquirente”.

Con riferimento al terzo, e ultimo argomento, ossia il presunto difetto di motivazione della decisione di rinvio, la Corte ne rileva l’assoluta inconsistenza, sussistendo dubbi nel caso in controversia sull’identità del soggetto debitore dell’imposta.

 

I passaggi argomentativi della Corte

La Corte analizza innanzitutto congiuntamente le prime questioni pregiudiziali sollevate dal giudice del rinvio.

In sostanza, viene chiesto se l’articolo 199, par. 1, lett. , dir. 2006/112 debba essere interpretato nel senso che rientra nella nozione di “vendita giudiziale al pubblico incanto” ogni vendita di beni immobili effettuata dal debitore nel corso di una procedura d’insolvenza, inclusa la fase che non ha natura di liquidazione, e in cui la vendita è effettuata in base a un accordo tra le parti.

Al riguardo, i giudici puntualizzano che, seppure la versione in lingua spagnola di tale direttiva utilizza il termine «liquidazione» («liquidación»), l’analisi delle diverse versioni linguistiche indica che l’espressione più utilizzata è «vendita giudiziale al pubblico incanto». A ben vedere, siffatta nozione ha uno spettro di applicazione più ampio di quello corrispondente alla nozione di liquidazione “propriamente detta”.

Nel merito, la Corte evidenzia che l’articolo 199, paragrafo 1, lettera g, della direttiva 2006/112, e in specie il sistema che introduce, costituisce una deroga al criterio ordinario di cui all’art. 193, secondo cui l’Iva è dovuta dal soggetto passivo che effettua una cessione di beni o una prestazione di servizi imponibile.

La disposizione stabilisce infatti che “gli Stati membri possono stabilire che il debitore dell’imposta sia il soggetto passivo nei cui confronti sono effettuate operazioni di cessione di beni immobili in una vendita giudiziale al pubblico incanto da parte di un debitore giudiziario”.

Tale norma deve quindi coordinarsi con il considerando 42 della medesima direttiva secondo cui “in determinati casi gli Stati membri dovrebbero poter designare il beneficiario delle forniture di beni o delle prestazioni di servizi quale soggetto debitore dell’imposta. Tale misura dovrebbe aiutare gli Stati membri a semplificare le regole e a contrastare l’elusione e l’evasione fiscale in determinati settori e per taluni tipi di operazioni”.

Nel contesto così delineato, occorre ricordare, anche a fini didattici, che il presupposto soggettivo è definito dagli artt. 9 e 12, dir. 2006/112/CE, recepiti, seppure con alcune modifiche, dagli artt. 4 e 5 del dpr 633 del 19725.

In particolare, la prima disposizione prevede che si considera “soggetto passivo” chiunque esercita, in modo indipendente e in qualsiasi luogo, un’attività economica, indipendentemente dallo scopo o dai risultati di detta attività. La nozione di “attività economica” comprende ogni attività di produzione, di commercializzazione o di prestazione di servizi, incluse le attività estrattive, agricole, nonché quelle di professione libera o assimilate; si considera, in particolare, attività economica lo sfruttamento di un bene materiale o immateriale per ricavarne introiti aventi carattere di stabilità6.

La seconda disposizione, a “chiusura” della prima, stabilisce che gli Stati membri possono considerare soggetto passivo chiunque effettui, a titolo occasionale, un’operazione rientrante nella citata nozione di “attività economica”.

Dunque, ad essere rilevante ai fini dell’interpretazione della soggettività passiva è il criterio previsto dall’art. 9, par 1, c. 2, della direttiva, essendo richiesto che l’attività sia svolta per ricavarne introiti aventi carattere di stabilità e, si osserva, tale requisito deve intendersi riferito ad ogni attività economica idonea a qualificare l’operatore come soggetto passivo Iva. Per contro, in via di principio, la soggettività passiva non è influenzata né dalla durata né dal valore dell’attività.

Tornando all’oggetto della nostra indagine, è utile ricordare che la ratio delle deroghe che hanno ispirato la redazione dell’articolo 199, par. 1, lett. g), erano giustificate dal fatto che il soggetto debitore, in ipotesi particolari, “era molto spesso incapace di far fronte al pagamento dell’IVA fatturata a causa delle difficoltà finanziarie in cui versava7.

L’intento originario del legislatore non era, di conseguenza, quello di restringere l’applicazione del meccanismo di autoliquidazione alle procedure di liquidazione degli attivi del debitore stricto sensu inteso, bensì quello di ampliarne l’ambito di applicazione.

Conseguentemente, limitare l’applicazione del meccanismo di autoliquidazione alla vendita di beni immobili effettuata nell’ambito di una procedura di liquidazione degli attivi del debitore non contribuirebbe alla piena realizzazione dell’obiettivo perseguito, poiché il rischio di evasione e di frode fiscale8 esiste (e si cristallizza) dal momento che il debitore sia stato dichiarato insolvente.

Conclusivamente, l’articolo 199, par. 1, lett. g, dir. 2006/112 dev’essere interpretato nel senso che rientra nella nozione di vendita giudiziale al pubblico incanto qualsiasi vendita di beni immobili effettuata da un debitore giudiziario non solo nell’ambito di una procedura di liquidazione del patrimonio di quest’ultimo, ma anche nell’ambito di una procedura d’insolvenza che intervenga prima di una siffatta procedura di liquidazione, qualora tale vendita sia necessaria a soddisfare i creditori o a recuperare l’attività economica o professionale di detto debitore.

 

28 giugno 2013

Vincenzo Cristiano

1 Corte di Giustizia, 13 giugno 2013, procedimento C-125/12.

2 Definito in lingua spagnola «proceso concursal voluntario».

3 Cfr. legge 22 del 2003 sulle procedure concorsuali (Ley 22/2003, Concursal), 9 luglio 2003 (BOE n. 164, del 10 luglio 2003, pag. 26905).

4 Cfr. Corte di giustizia 11 luglio 1996, SFEI e a., C 39/94, Racc. pag. I 3547.

5 Le disposizioni degli articoli 4 e 5, dpr 633 del 1972 devono essere coordinate con la previsione contenuta nell’articolo 17, rubricato ” soggetti passivi”.

6 Si cfr. nota a Corte di Giustizia CE, 15/1/1998, causa C-37/95), 1999, n. 1.

7 Cfr. punto 26 della sentenza in commento.

8 Occorre ricordare che, per una corretta definizione della nozione di “frode”, il Regolamento n. 1553/89/CEE afferma che “… si intende…qualsiasi attività che, violando direttamente delle norme giuridiche o abusandone in modo illegale, porta a sottrarsi volontariamente ad un adempimento corretto degli obblighi fiscali e, di conseguenza, a una mancata imposizione di qualsiasi base imponibile e/o a un mancato pagamento dell’imposta”.


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