Novità fiscali del 21 maggio 2013: Equitalia semplifica il pagamento a rate

Pubblicato il 21 maggio 2013



l'impresa familiare paga sempre l’IRAP; scuola materna: la retta pagata per i bambini a carico non è detraibile; competenza territoriale in caso di accertamento Irpef: il domicilio fiscale prevale sulla residenza anagrafica; l’avviso bonario non può essere impugnato; no all’accertamento parametrico anche senza le giustificazioni del contribuente; la collaborazione familiare nell’impresa non fa sorgere il presupposto Irap, secondo l CTP di Bolzano; Equitalia semplifica il pagamento a rate; antiriciclaggio: meno adempimenti formali per i commercialisti

 

 

Indice:

1) L’impresa familiare paga l’Irap

2) Scuola materna: la retta pagata per i bambini a carico non è detraibile

3) Competenza territoriale in caso di accertamento Irpef: il domicilio fiscale prevale sulla residenza anagrafica

4) L’avviso bonario non può essere impugnato

5) No all’accertamento parametrico anche senza le giustificazioni del contribuente

6) La collaborazione familiare nell’impresa non fa sorgere il presupposto Irap

7) Equitalia semplifica il pagamento a rate

8) Antiriciclaggio: meno adempimenti formali per i Commercialisti

 

 

1) L’impresa familiare paga l’Irap

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 11157 del 10 maggio 2013, ha stabilito che l’imprenditore, che esercita la propria attività sotto forma di impresa familiare, è soggetto passivo IRAP.

Difatti, a parere della Suprema Corte, la collaborazione all’impresa familiare costituisce, infatti, un quid pluris idoneo a produrre un valore aggiunto ulteriore rispetto a quello che il titolare dell’impresa conseguirebbe con il solo apporto lavorativo personale.

Pertanto, coloro che si avvalgono in modo non occasionale del lavoro altrui, anche se esercitano l’attività sotto forma di impresa familiare (art. 230 c.c.) devono presentare la dichiarazione IRAP ed effettuare il relativo versamento dell’imposta.

La pronuncia della Cassazione si rifà a quanto già affermato dall’Agenzia delle Entrate con la circolare n. 45/2008, secondo cui: “l’organizzazione dell’attività va ravvisata tutte le volte che, per lo svolgimento della stessa, il titolare si avvalga […] di lavoro altrui, non necessariamente prestato come lavoro dipendente”.

 

2) Scuola materna: la retta pagata per i bambini a carico non è detraibile

La retta mensile pagata per la scuola materna non è detraibile come quella per gli asili nido.

Lo sostiene l’Agenzia delle entrate, all’interno del proprio notiziario fiscale del 20 maggio 2013.

In particolare, secondo fiscoggi.it, si definisce asilo nido la struttura educativa diretta a garantire la formazione e la socializzazione dei bambini di età compresa tra i tre mesi e i tre anni (vedi circolare n. 6/E del 2006), e che precede l’ingresso alla scuola dell'infanzia (originariamente chiamata scuola materna o asilo), rivolta invece ai bambini dai tre ai sei anni d'età. La detrazione del 19% spetta su un importo massimo di 632 euro per ogni figlio che frequenta l’asilo nido.

La spesa va evidenziata, con il codice 33, in uno dei righi da E17 a E19 del modello 730/2013 ovvero da RP17 a RP19 di Unico Pf 2013.

La retta mensile pagata per la scuola materna, pertanto, non rientra tra le spese detraibili.

 

3) Competenza territoriale in caso di accertamento Irpef: il domicilio fiscale prevale sulla residenza anagrafica

Secondo la Suprema Corte, il domicilio fiscale prevale sulla residenza anagrafica, se il primo è indicato (ad es., con la richiesta di variazione della partita Iva), ai fini di un’imposta (Iva) diversa da quella oggetto di accertamento (Irpef), in altro luogo rispetto a quello di residenza anagrafica.

In particolare, la Corte di Cassazione con la sentenza n. 11170 del 10 maggio 2013, ha stabilito che in tema di accertamento delle imposte sui redditi, la competenza territoriale dell’ufficio accertatore è determinata dall’art. 31 del D.P.R. n.600/1973 con riferimento al domicilio fiscale indicato dal contribuente, la cui variazione costituisce pertanto atto idoneo a rendere noto all’Amministrazione il nuovo domicilio non solo ai fini delle notificazioni, ma anche ai fini della legittimazione a procedere, che spetta all’ufficio nella cui circoscrizione il contribuente ha indicato il nuovo domicilio.

 

4) L’avviso bonario non può essere impugnato

L’avviso bonario non può essere impugnato. E’ possibile solo presentare l’istanza di autotutela.

Lo ha stabilito la Commissione Tributaria Regionale della Sicilia, con la sentenza n. 183 del 12 aprile 2013, che si discosta da quanto deciso di recente dalla Cassazione.

Il fatto

Un contribuente a seguito dell’esito del controllo della dichiarazione riguardante i redditi dell’anno 2007, Mod. Unico 2008, da cui era emerso che le detrazioni dichiarate per spese di ristrutturazioni risultavano maggiori del documentato, ha ricevuto la comunicazione ai sensi dell'art. 36 ter DPR n. 600/73.

La contribuente eccepiva l’illegittimità della citata comunicazione (cd. avviso bonario”), della quale chiedeva l’annullamento, in quanto aveva tempestivamente provveduto a consegnare all'Ufficio i documenti giustificativi riguardanti le detrazioni di che trattasi.

L’Agenzia delle entrate si costituiva in giudizio per eccepire la violazione dell’art. 19 del D.Lgs. n. 546/1992 poiché il ricorso era stato presentato avverso un atto (cd. avviso bonario) non compreso tra quelli elencati in detta norma.

La C.T.P. di Catania, sez. IV, ritenuta fondata l’eccezione prospettata dall’Ufficio, dichiarava il ricorso inammissibile e compensava le spese di giudizio. L'’appellante contesta la decisione dei primi giudici, di cui chiede la riforma, insistendo sulla legittimità dell'impugnazione dell’avviso bonario.

La decisione della C.T.R.

Anche la Commissione Tributaria Regionale ha respinto il ricorso presentato dal contribuente, non ritenendo corretta la linea difensiva.

Secondo la C.T.R. siciliana, l’avviso bonario è solo un invito a fornire eventuali dati o elementi non considerati o valutati erroneamente nella liquidazione dei tributi. Quindi manifestano una volontà impositiva ancora in itinere e non formalizzata in un atto cancellabile solo in via di autotutela (o attraverso l’intervento del giudice). Quindi, la pretesa tributaria contenuta nell’anzidetta comunicazione non avrebbe alcun carattere di definitività.

I giudici di merito, dunque, non hanno tenuto conto di quanto stabilito dalla sezione tributaria della Suprema Corte con la sentenza n. 7344/2012, in base alla quale, anche l’avviso bonario, sebbene non compreso nell’elencazione di cui all'art. 19 del D. L.vo n. 546/92, deve essere considerato atto autonomamente impugnabile.

 

5) No all’accertamento parametrico anche senza le giustificazioni del contribuente

L’accertamento fondato sui parametri é legittimo solo quando l’Amministrazione finanziaria abbia chiarito le ragioni per cui abbia ritenuto di non prendere in considerazione le eventuali deduzioni della parte.

Lo ha stabilito la Commissione Tributaria Regionale della Sicilia, con la sentenza n. 181 del 12 aprile 2013, che ha, così, accolto il ricorso presentato dall’esercente di attività di produzione di pane.

Nel caso di specie, nella fase del contradditorio il contribuente si era ben difeso sostenendo che le significative circostanze (calcolo dei parametri applicato solamente a uno dei settori in cui si articola l’attività commerciale, localizzazione dell’esercizio in zona economicamente deprivata).

A parere della C.T.R. siciliana, tali circostanze sono rimaste sostanzialmente prive di puntuali controdeduzioni da parte dell’Amministrazione, che si è limitata a definirle non adeguate a giustificare lo scostamento rilevato in modo automatico rispetto a quanto risulta dalla dichiarazione dei redditi del contribuente.

L’Ufficio, per verificare la fondatezza dei motivi addotti dallo stesso, avrebbe ben potuto e dovuto, utilizzando gli strumenti di cui dispone, rielaborare il procedimento di calcolo tenendo conto del ramo di attività in primo tempo escluso, e motivare il rifiuto di considerare fondate le difficoltà denunciate dal contribuente con riferimento alla ubicazione del negozio dello stesso. Non avendolo fatto l’Ufficio ha disatteso gli indirizzi interpretativi delineati in materia dai Supremi giudici.

Pertanto, la C.T.R. ha dovuto confermare quanto già deciso dalla Commissione Tributaria Provinciale di Catania a favore del contribuente, che ne è uscito così vittorioso in entrambi i due gradi di giudizio.

 

6) La collaborazione familiare nell’impresa non fa sorgere il presupposto Irap

Avvalersi di collaboratori familiari nello svolgimento della propria attività di lavoro autonomo, gestita in regime di impresa familiare o azienda coniugale, non integra il presupposto dell’autonoma organizzazione, necessario per assoggettare i redditi a Irap.

I compensi riconosciuti al collaboratore familiare o al coniuge di azienda coniugale non rappresentano dei costi, essendo, infatti, la mera ripartizione percentuale degli utili prodotti, mentre la compresenza di più partecipanti all’attività non incide sulla natura individuale e non collettiva da attribuirsi all’azienda.
Per conseguenza sia nell’impresa familiare sia nell’azienda coniugale, la collaborazione dei familiari non costituisce necessariamente un’autonoma organizzazione.

Lo ha stabilito la Commissione Tributaria Provinciale di Bolzano con la sentenza n. 26/02/13 che ha accolto la domanda di rimborso avanzata da un agente di commercio, relativamente all’Irap versata, che si avvaleva della collaborazione del coniuge per lo svolgimento della propria attività lavorativa.

La Corte di Cassazione a sezioni unite ha stabilito, nella sentenza n. 12109/09, che la soggezione a Irap per l’agente di commercio è legata all’esistenza del requisito dell’autonoma organizzazione. La C.T.P. ha ritenuto che l’utilizzo della collaborazione familiare non integri, automaticamente, il presupposto dell'’autonoma organizzazione, sostenendo che l’impresa familiare ha comunque natura individuale e non collettiva (associativa), essendo l’imprenditore unicamente il titolare dell'impresa, il quale può imputare parte del suo reddito ai familiari e sostenendo, poi, che i redditi imputati a tali soggetti (familiari) non rappresentano costi, bensì una ripartizione dell'utile dell’impresa stessa.

 

7) Equitalia semplifica il pagamento a rate

Equitalia semplifica l’accesso alle dilazioni dei ruoli. Adesso i contribuenti che vogliono pagare a rate le cartelle posono farlo per importi fino a 50.000 euro e per un numero massimo di 72 rate complessive, senza la necessità di dover allegare alcuna documentazione comprovante la situazione di difficoltà economica.

Vantaggi

Le novità in materia di rateazione, rese nota dalla direttiva Equitalia del 7 maggio 2013, si vanno a sommare ad una serie di misure correttive che negli anni si sono succedute.

Già in passato la direttiva n. 17 del 13 maggio 2008 aveva chiarito che per debiti fino a 5.000 euro la rateazione sarebbe stata concessa senza la necessità di allegare alcun documento comprovante lo stato di difficoltà economica. Poi ancora nel 2012 la direttiva n. 7 aveva, da un lato, innalzato ulteriormente da 5.000 euro a 20.000 euro la possibilità di dilazionare su semplice istanza, e, dall’altro, aveva ridotto la funzione dell’indice Alfa stabilendo che non fosse più un requisito di accesso alla dilazione ma solo un parametro per la determinazione del numero massimo di rate concedibili.

Funzionamento della “nuova” modalità di rateazione

Equitalia può concedere il rateizzo delle somme dovute fino ad un massimo di 6 anni (72 rate) per importi fino a 50.000 euro.

Per cifre superiori resta, invece, necessaria la presentazione di alcuni documenti aggiuntivi per dimostrare la situazione di temporanea difficoltà economica.

L’importo minimo di ogni rata è pari a 100 euro.

Nella richiesta di rateazione il contribuente può indicare la preferenza per un piano di dilazione a rate variabili e crescenti, più basse all’inizio, nella prospettiva futura di un miglioramento della situazione economica del contribuente stesso.

Chi ha ottenuto la rateazione non è più considerato inadempiente, per cui potrà usufruire di due importanti vantaggi:

1) potrà richiedere il DURC per partecipare alle gare di affidamento delle concessioni e degli appalti di lavori, forniture e servizi;

2) Equitalia non potrà iscrivere ipoteca nei suoi confronti, né tantomeno attivare qualsiasi altra procedura cautelare ed esecutiva finché è in regola coi pagamenti.

La rateazione è prorogabile una sola volta fino ad un massimo di 72 rate, se durante i pagamenti in corso si dimostra il peggioramento della situazione di difficoltà posta a base della concessione della prima rateazione.

 

8) Antiriciclaggio: meno adempimenti formali per i Commercialisti

Commercialisti, antiriciclaggio uniforme. Reati fiscali e sanzioni uguali in tutta Europa, meno adempimenti formali e regole più chiare per la lotta al riciclaggio. È quanto chiedono i commercialisti degli ordini di Roma, Milano, Torino, Firenze e Bologna, riuniti, a Roma, in un convegno di studi insieme ad esponenti istituzionali per proporre modifiche alla normativa antiriciclaggio che la Commissione europea sta per approvare nella IV Direttiva in materia.

Il non corretto recepimento della direttiva 2005/60/Ce e delle raccomandazioni del Gruppo di azione finanziaria internazionale (Gafi), oltre ad incertezze sull'applicazione quotidiana della normativa antiriciclaggio, provoca per i commercialisti italiani uno squilibrio rispetto ai colleghi europei, perché la normativa li grava di onerosi e complessi adempimenti formali e, al tempo stesso, di sanzioni amministrative e penali elevate in caso di inosservanza.

Per questo le proposte emerse nell’ambito del convegno mirano a ottenere una definizione uniforme di reato fiscale a livello comunitario e che sia, soprattutto, slegata dall'ammontare della pena, una definizione chiara del concetto di titolare effettivo e della sua identificazione, l’eliminazione dell’obbligo di registrazione per i professionisti e l’applicazione del principio di proporzionalità, per assicurare che gli adempimenti richiesti siano chiari, semplici e collegati alla specifica attività professionale svolta nonché compatibili ed adeguati alle dimensioni degli studi.

 

Vincenzo D’Andò