La definizione delle liti fiscali ultradecennali

La Corte di Cassazione emette una sentenza (n. 19835 del 14 novembre 2012 ) che sotto molteplici punti di vista, si manifesta di estremo interesse.
La materia, investita dal responso, è quella relativa all’apertura al contribuente, offerta dall’art. 3, c. 2-bis del cd d.l. “incentivi”, 2 marzo 2010, n. 40, della definizione delle liti pendenti in Cassazione e in Commissione tributaria centrale; tale sanatoria, come si ricorderà, è sottoposta alla (doppia) conduzione che siano trascorsi dieci anni da quando i relativi ricorsi sono stati iscritti a ruolo in primo grado e che il Fisco sia stato soccombente nei primi due gradi di giudizio.
La “misura” della soccombenza non è sempre uguale; infatti, se la lite pende innanzi la Ctc, la definizione automatica, secondo quanto disposto dal decreto “milleproroghe”, può essere applicata in caso di “soccombenza, anche parziale” dell’ufficio nel primo grado di giudizio, a patto che la sentenza sia stata confermata anche in appello; se invece la controversia è incardinata in Cassazione possono accedere al rito abbreviato soltanto i contenziosi in cui l’Amministrazione è risultata totalmente soccombente in tutti i precedenti gradi di giudizio (che possono essere anche tre: Ctp, Ctr e Ctc).
La citata disposizione era stata concepita in ragione della volontà di rispettare quella durata ragionevole dei processi prevista dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà .
La sentenza n. 19835/2012 della Cassazione ha precisato che, ai fini dell’ammissibilità all’istanza di definizione agevolata della lite pendente, il presupposto della soccombenza dell’Amministrazione finanziaria nei primi due gradi di giudizio, richiesto dalla suindicata norma, deve essere riferito esclusivamente alle pronunce rese nei gradi di merito e quindi, di regola, nei tre gradi di cui alle liti ex D.P.R. 636/72. Pertanto, l’esito favorevole del giudizio di primo grado e del giudizio susseguente alla cassazione formano, secondo i giudici del Palazzaccio, il requisito della doppia soccombenza nonostante i due gradi non siano posti in una apparente linea di continuità.
In vero, il caso di specie affrontato dalla Corte degli Ermellini riguardava una lite involta dalla disciplina di cui al D.Lgs. n. 546/92, laddove tale corpo normativo prevede due gradi di merito.
La lite era diventata ultradecennale anche in virtù della cassazione con rinvio che aveva rimesso al giudice regionale la controversia, assistita da un esito favorevole del contribuente nei primi due verdetti territoriali.
La Suprema Corte ha ritenuto infondato il ricorso proposto dall’Agenzia delle Entrate, incentrato sulla tesi che l’istanza di definizione della lite doveva considerarsi irregolare per difetto del presupposto della totale soccombenza dell’erario nei due gradi di merito; in pratica tale teorema tendeva a cancellare i due esiti per effetto della cassazione con rinvio che, sostanzialmente, si era tradotta nell’accoglimento dei ricorsi proposti dall’ente impositore.
I giudici di Piazza Cavour hanno evidenziato che la ratio legis, di cui all’art. 3, c. 2-bis, si basa su una valutazione prognostica ancorata dalla legge alla pregressa soccombenza con la conseguenza che deve escludersi, da tale valutazione, sia la sentenza cassata sia la sentenza della Corte che ha disposto la cassazione della decisione, a maggior ragione per il fatto che quest’ultima attiene ad un giudizio di legittimità della sentenza impugnata e non anche dell’accertamento del rapporto tributario controverso.
 
Cenni alla giurisprudenza comunitaria di riferimento, alla normativa intervenuta e alla prassi
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