La definizione delle liti fiscali ultradecennali

di Antonino Russo

Pubblicato il 30 marzo 2013



la possibilità per il contribuente di definire le liti tributarie ultradecennali pendenti in commissione tributaria centrale o in Cassazione dipende dal fatto che il Fisco sia stato soccombente nei gradi di giudizio precedenti

La Corte di Cassazione emette una sentenza (n. 19835 del 14 novembre 2012 ) che sotto molteplici punti di vista, si manifesta di estremo interesse.

La materia, investita dal responso, è quella relativa all’apertura al contribuente, offerta dall’art. 3, c. 2-bis del cd d.l. “incentivi”, 2 marzo 2010, n. 40, della definizione delle liti pendenti in Cassazione e in Commissione tributaria centrale; tale sanatoria, come si ricorderà, è sottoposta alla (doppia) conduzione che siano trascorsi dieci anni da quando i relativi ricorsi sono stati iscritti a ruolo in primo grado e che il Fisco sia stato soccombente nei primi due gradi di giudizio.

La “misura” della soccombenza non è sempre uguale; infatti, se la lite pende innanzi la Ctc, la definizione automatica, secondo quanto disposto dal decreto “milleproroghe”, può essere applicata in caso di “soccombenza, anche parziale” dell’ufficio nel primo grado di giudizio, a patto che la sentenza sia stata confermata anche in appello; se invece la controversia è incardinata in Cassazione possono accedere al rito abbreviato soltanto i contenziosi in cui l’Amministrazione è risultata totalmente soccombente in tutti i precedenti gradi di giudizio (che possono essere anche tre: Ctp, Ctr e Ctc).

La citata disposizione era stata concepita in ragione della volontà di rispettare quella durata ragionevole dei processi prevista dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà .

La sentenza n. 19835/2012 della Cassazione ha precisato che, ai fini dell’ammissibilità all’istanza di definizione agevolata della lite pendente, il presupposto della soccombenza dell’Amministrazione finanziaria nei primi due gradi di giudizio, richiesto dalla suindicata norma, deve essere riferito esclusivamente alle pronunce rese nei gradi di merito e quindi, di regola, nei tre gradi di cui alle liti ex D.P.R. 636/72. Pertanto, l’esito favorevole del giudizio di primo grado e del giudizio susseguente alla cassazione formano, secondo i giudici del Palazzaccio, il requisito della doppia soccombenza nonostante i due gradi non siano posti in una apparente linea di continuità.

In vero, il caso di specie affrontato dalla Corte degli Ermellini riguardava una lite involta dalla disciplina di cui al D.Lgs. n. 546/92, laddove tale corpo normativo prevede due gradi di merito.

La lite era diventata ultradecennale anche in virtù della cassazione con rinvio che aveva rimesso al giudice regionale la controversia, assistita da un esito favorevole del contribuente nei primi due verdetti territoriali.

La Suprema Corte ha ritenuto infondato il ricorso proposto dall’Agenzia delle Entrate, incentrato sulla tesi che l’istanza di definizione della lite doveva considerarsi irregolare per difetto del presupposto della totale soccombenza dell’erario nei due gradi di merito; in pratica tale teorema tendeva a cancellare i due esiti per effetto della cassazione con rinvio che, sostanzialmente, si era tradotta nell’accoglimento dei ricorsi proposti dall’ente impositore.

I giudici di Piazza Cavour hanno evidenziato che la ratio legis, di cui all’art. 3, c. 2-bis, si basa su una valutazione prognostica ancorata dalla legge alla pregressa soccombenza con la conseguenza che deve escludersi, da tale valutazione, sia la sentenza cassata sia la sentenza della Corte che ha disposto la cassazione della decisione, a maggior ragione per il fatto che quest’ultima attiene ad un giudizio di legittimità della sentenza impugnata e non anche dell’accertamento del rapporto tributario controverso.

 

Cenni alla giurisprudenza comunitaria di riferimento, alla normativa intervenuta e alla prassi

Da notare che la sanatoria de qua ha dovuto superare l’esame della Corte di Giustizia UE, che la ha ritenuta compatibile con le disposizioni comunitarie in materia di Iva, atteso che essa non costituisce una rinuncia alla riscossione dell’imposta armonizzata, ma consente, attraverso disposizioni di carattere eccezionale, di dare attuazione al principio di ragionevole durata dei processi previsto dalla CEDU1.

Sugli aspetti contenuti nell’art.3, comma 2-bis, citata fonte era intervenuta anche la prassi dell’ Agenzia Entrate.

L’organo di rappresentanza erariale, con la circ. n. 37/e del 2010, aveva fornito chiarimenti ai propri uffici periferici, sottolineando2 (cfr. punto 6.1.3) tra l’altro, che (salva la verifica della sussistenza di tutte le altre condizioni previste) la definizione automatica avrebbe trovato applicazione soltanto per quelle liti per cui l’Amministrazione finanziaria era risultata integralmente soccombente in entrambi i primi due gradi di giudizio.

A seguito dell’interpretazione autentica (v. d.l. 29 dicembre 2011, cd. “milleproroghe”), fornita dal legislatore sull’istituto, la stessa Agenzia Entrate, con estrema precisione e con una nuova circolare (n.39/e del 2 ottobre 2012, meglio descritta a breve) chiariva (art. 29 c. 16-decies D.L. n. 216/2011) che, ai fini dell’estinzione della controversia e del conseguente passaggio in giudicato della predetta decisione, la soccombenzadell’Amministrazione finanziaria, richiesta dalla norma, dovesse intendersi anche quella parziale, nell’ambito giudiziale provinciale, con conseguente mancata riforma della decisione di primo grado nei successivi gradi di giudizio.

 

Il requisito della soccombenza del Fisco così come “riletto” a seguito del d.l. 29 dicembre 2011

L’Agenzia delle Entrate, con la circolare cui si è fatto cenno (precisamente la n. 39/e del 2 ottobre 2012), si preoccupava di rimarcare che l’ambito di applicazione dell’interpretazione autentica fornita dal legislatore doveva circoscriversi alla definizione automatica delle liti ultradecennali pendenti in Commissione tributaria centrale.

L’Agenzia evidenziava, pertanto, l’assoluta estraneità dell’intervento legislativo appena descritto sulle controversie ultradecennali pendenti in Cassazione, di cui alla lettera b del già citato comma 2-bis dell’articolo 3 del D.L. n. 40/2010.

Per completezza di esposizione, si rammenta che, in relazione alla fattispecie correlata alle decisioni pendenti innanzi la Commissione tributaria centrale e alle sentenze di primo grado soltanto parzialmente sfavorevoli all’Amministrazione finanziaria, l’Agenzia delle Entrate precisava che, onde accedere alla definizione de qua, doveva ritenersi necessario che la pronuncia di secondo grado confermasse esattamente la decisione parzialmente sfavorevole al Fisco assunta dai primi giudici. Qui un passaggio del citato documento: “la conferma in appello della sentenza di primo grado è ravvisabile solo nei casi in cui ad essere accolta è la medesima domanda giudiziale su cui si è pronunciato favorevolmente il giudice di prime cure, dovendosi escludere, invece, l’ipotesi in cui il giudice di appello si sia pronunciato favorevolmente su altre domande, ma non sulla stessa accolta in primo grado”.

Come già anticipato , e per quel che più attiene al caso introdotto dalla sentenza n. 19835/2012, non doveva registrarsi nessuna modifica, invece, rispetto alle indicazioni originarie, per la chiusura automatica delle liti ultradecennali arrivate in Cassazione.

In questo caso, le regole di ammissione alla procedura abbreviata rimangono (come accennato in premessa e come argomentato dall’Agenzia nella circolare n. 37/2010) ancorate alla totale soccombenza dell’Amministrazione in tutti i precedenti gradi di giudizio ed al “pagamento di un importo pari al 5 per cento del valore della controversia…, e contestuale rinuncia ad ogni eventuale pretesa di equa riparazione ai sensi della legge 24 marzo 2001, n. 89”.

 

Cenni ai presupposti per la definizione

Sembra, a questo punto, opportuno riepilogare sinteticamente i presupposti occorrenti alla definizione automatica delle liti descritte, già oggetto di chiarimenti da parte dell’Agenzia delle Entrate, con la circ. n. 37/e 2010 :

la controversia deve essere ultradecennale e, quindi, deve sortire da un ricorso introduttivo del giudizio iscritto a ruolo entro la data del 25 maggio 2000;

parte in giudizio deve essere l’Amministrazione finanziaria dello Stato ovvero l’Agente della riscossione;

la controversia deve essere pendente alla data del 26 maggio 2010; pertanto a tale data non deve sia stato depositato il dispositivo della decisione presso la segreteria della Commissione tributaria centrale;

la controversia non deve avere ad oggetto istanze di rimborso ovvero la mera spettanza di un’agevolazione, oppure avvisi di accertamento o in rettifica volti a contestare il diritto ad eccedenze d’imposta, dalle quali possa derivare, al definitivo esito del processo, l’obbligo di effettuare un rimborso a favore del contribuente.

 

Gli altri aspetti di interesse della sentenza

La decisione che fornisce ampio spunto al presente scritto rilascia, oltre quella già richiamata, ulteriori profili interpretativi relativi all’istituto in commento ed ognuno di essi sembra rivestire un valore sicuramente rilevante.

La Corte rimarca che la forma agevolata di definizione delle liti è strutturata secondo uno schema analogo a quello del negozio transattivo, in quanto fondata sulla presupposto della res dubia della lite pendente e dalla reciproche concessioni delle parti, sostanziabili nella desistenza dalla pretesa tributaria, da parte dell’erario, previo versamento dei modici importi stabiliti dalla legge e previa rinuncia ad eventuali pretese indennitarie (ex legge 24 marzo 2001 n. 89) da parte del contribuente.

Estremamente importante è poi la statuizione della Corte sul dubbio della sindacabilità, da parte della stessa Corte di Cassazione, ex officio o su richiesta di parte, dell'attestazione negativa od anche del silenzio-rifiuto posti in essere dall’Amministrazione finanziaria in ordine alla istanza di definizione presentata dal contribuente.

Il collegio di ultima istanza si dimostra ampiamente cosciente del fatto che il diniego espresso o tacito induce, di regola, ad attivare una autonoma impugnazione, ex art. 19 D.Lgs. n. 546/92 alla Ctp competente, stante la circostanza che l’accertamento di fatto sul diniego, se rimesso alla stessa Corte di Cassazione va a confrontarsi con il limite al solo giudizio di legittimità da parte di quest’ultima.

Pur tuttavia, la Suprema Corte risolve la descritta problematica affermando che la competenza sulla legittimità del diniego espresso o tacito sulla istanza di definizione appartiene alla stessa Cassazione, stante la constatazione che la disciplina legislativa in esame prevede che l’obbligo di presentare l’istanza di estinzione del giudizio alla Cancelleria della Corte (oltre l’obbligo di comunicazione all’impositore).

Conseguentemente , secondo il responso n. 19835/2012, non può negarsi alla stessa Corte di Cassazione la valutazione della sussistenza delle condizioni alle quali la legge ricollega l’effetto estintivo e questo anche in ragione del fatto che solo così, cioè non riavviando un esame di livello territoriale, è possibile rispettare la necessità di non violare il principio di ragionevole durata del processo su cui si fonda la ratio dello stesso art. 3, c. 2-bis, d.l. n.40/2010.

 

30 marzo 2013

Antonino Russo

1La Corte UE, con la sentenza del 29 marzo 2012, causa C-500/10, in “il fisco” n. 18/2012, fascicolo n. 1, pag. 2821, ha stabilito che “… l’obbligo di garantire l’efficace riscossione delle risorse dell’Unione non può contrastare con il rispetto del principio del termine ragionevole di un giudizio…”.

2 Al punto punto 6.1.3