Indagini del Fisco sui movimenti bancari e reati tributari

Aspetti generali

Come è ben noto a chi si occupi di cose tributarie, le vertenze sorte in ambito fiscale possono sfociare in procedimenti giudiziari penali, innescati da fatti che sostanzialmente coincidono con quelli che sono al centro dell’accertamento fiscale e dell’eventuale processo tributario.

In tale ipotesi, vige un principio di reciproca indifferenza e autonomia tra le due sfere – penale e tributaria -, che salvaguarda il funzionamento dei due «sistemi».

Quanto al regime probatorio particolarmente rigoroso che assiste l’ambito penale tributario, va segnalato che esso non ammette l’impiego del regime di presunzioni molto ampio che invece rende possibili e accompagna le attività istruttorie e le cognizioni del giudice in campo tributario «amministrativo».

La Cassazione ha recentemente affermato, nella pronuncia della sezione penale n. 37071 del 26.9.2012, che in materia di reati tributari (dichiarazione infedele) non possono in particolare essere accolte le presunzioni legali relative di cui all’art. 32, primo comma, n. 2), del D.P.R. n. 600/1973, in forza delle quali le movimentazioni – accreditamenti – sul conto corrente bancario del contribuente vengono assunte come ricavi, fatta salva l’eventuale prova contraria.

Spetta infatti al giudice penale, secondo la Cassazione, il compito di determinare l’ammontare dell’imposta evasa procedendo d’ufficio ai necessari accertamenti, eventualmente mediante il ricorso a presunzioni di fatto. Il giudice penale può tuttavia avvalersi, ai fini del suo autonomo convincimento, degli stessi elementi che determinano presunzioni secondo la normativa tributaria, a condizione che gli stessi siano assunti non con l’efficacia di certezza legale, ma come dati processuali oggetto di libera valutazione ai fini probatori.

 

Il caso esaminato dalla Corte

Il contenzioso di merito esaminato dalla Cassazione penale sortisce da una vicenda che era stata sottoposta al vaglio del Tribunale di Oristano e della Corte d’Appello di Cagliari, riguardante un caso di dichiarazione infedele (art. 4, D.Lgs. n. 74/2000) al di sopra delle soglie normativamente previste (elementi attivi di ammontare inferiore a quelli effettivi, con imposte evase superiori, per ciascun anno di contribuzione, alla soglia di euro 103.291,38 e ammontare complessivo degli elementi attivi sottratti all’imposizione superiore al 10% dell’ammontare complessivo degli elementi attivi indicati in dichiarazione).

Il ricorso per cassazione del contribuente è stato dichiarato inammissibile, perché generico e manifestamente infondato.

Nel formulare la propria decisione, il collegio ha affermato che la presunzione di tipo tributario secondo la quale «tutti gli accrediti registrati sul conto corrente si considerano ricavi dell’azienda» non può essere semplicemente accolta in ambito penale (su tale punto la sentenza fa richiamo alla precedente Cass., sez. III, 6.2.2009, n. 5400).

L’autonomia del procedimento penale rispetto a quello tributario non esclude tuttavia che, «ai fini della formazione del proprio convincimento, il giudice penale possa avvalersi degli stessi elementi che determinano presunzioni secondo la disciplina tributaria, a condizione che gli stessi siano assunti non con l’efficacia di certezza legale, ma come dati processuali oggetto di libera valutazione ai fini probatori».

In sintesi, la presunzione legale tributaria viene «degradata» e messa da parte, a favore dell’accertamento compiuto dal giudice penale, in piena autonomia rispetto alle vicissitudini dell’accertamento e del processo tributario.

Nella fattispecie in esame, secondo quanto osserva la Corte, gli elementi indiziari tratti dalle movimentazioni sui due conti correnti intestati all’impresa hanno trovato oggettivo riscontro:

  • nella mancata annotazione in contabilità di numerose fatture attive e passive;

  • nel mancato rilascio di fatture a numerosi clienti;

  • nell’utilizzazione di due magazzini per la stoccaggio delle merci non dichiarati…

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