Novità fiscali del 21 febbraio 2013: co.co.co. a progetto, in arrivo controlli sui contratti simulati

Pubblicato il 21 febbraio 2013



il Cassetto fiscale apre agli studi di settore: al via la nuova applicazione dedicata alle partite IVA; attività abusive: il reddito tassabile si desume dai movimenti rilevati sul c/c bancario; co.co.co. a progetto: attività di contrasto ai contratti simulati; autonomia del lavoratore essenziale nella associazione in partecipazione; Irap: possibile ricorrere contro la cartella di pagamento quale primo atto con cui la pretesa viene portata a conoscenza del contribuente; F24: tris di causali contributo e aggiornato software Iva 2013

 

Indice:

 

1) Il Cassetto fiscale apre agli studi di settore: al via la nuova applicazione dedicata alle partite Iva

 

2) Attività abusive: il reddito tassabile si desume dai movimenti rilevati sul c/c bancario

 

3) Co.co.co. a progetto: attività di contrasto ai contratti simulati

 

4) Autonomia del lavoratore essenziale nella associazione in partecipazione

 

5) Irap: possibile ricorrere contro la cartella di pagamento quale primo atto con cui la pretesa viene portata a conoscenza del contribuente

 

6) Modello F24: tris di causali contributo e aggiornato software Iva 2013

 

 

1) Il Cassetto fiscale apre agli studi di settore: al via la nuova applicazione dedicata alle partite Iva

Dal 20 febbraio 2013 i titolari di partita Iva possono accedere alle informazioni relative alla propria posizione rispetto agli studi di settore comodamente via web. E’ infatti disponibile una nuova sezione del Cassetto fiscale, accessibile dall’area dedicata ai servizi online sul sito internet www.agenziaentrate.it, grazie alla quale sono a portata di click le anomalie telematiche relative al periodo d’imposta 2010, gli inviti e le comunicazioni di anomalie da studi di settore inviate dall’Agenzia nel 2012, oltre alle risposte fornite dai contribuenti interessati e predisposte utilizzando lo specifico software.

Tutte le novità nel Cassetto

Il servizio che consente agli utenti Fisconline ed Entratel di consultare le proprie informazioni fiscali si arricchisce di nuovi documenti relativi agli studi di settore. In particolare, grazie alla nuova procedura messa a punto dall’Agenzia delle Entrate, i contribuenti potranno visualizzare:

- le anomalie evidenziate in sede di trasmissione della dichiarazione sulla base dei controlli telematici tra Unico 2011 (periodo d’imposta 2010) e Gerico 2011 (periodo d’imposta 2010);

- gli inviti a presentare il modello degli studi di settore, relativo al periodo d’imposta 2010, trasmessi ai contribuenti che risultano non averlo validamente inviato;

- le comunicazioni delle anomalie presenti nei dati degli studi di settore compilati per il periodo di imposta 2010, inviate quest’anno ai contribuenti tramite raccomandata o agli intermediari tramite il canale Entratel, e le relative risposte trasmesse dagli stessi utilizzando la procedura informatica dedicata.

Come visualizzare le informazioni sugli studi di settore

Per consultare il Cassetto fiscale, e conoscere così la propria posizione ai fini degli studi di settore, basta richiedere il pin e la password di accesso ai servizi online dell’Agenzia. Una volta entrati nel Cassetto è sufficiente selezionare dal menu a sinistra la voce “Studi di settore”.

(Agenzia delle entrate, comunicato n. 19 del 20 febbraio 2013)

 

 

2) Attività abusive: il reddito tassabile si desume dai movimenti rilevati sul c/c bancario

Se mancano le scritture contabili, i versamenti ed i prelevamenti sul c/c di un professionista che esercita abusivamente l’attività (nel caso di specie, sanitaria) costituiscono presunzioni di reddito nell’anno in cui risultano incassati.

E’ quanto ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 2894 del 7 febbraio 2013.

Dopo una verifica della Guardia di finanza presso la sede di un medico abusivo, l’Amministrazione finanziaria ha emesso avvisi di accertamento basati sui dati rinvenuti dai controlli bancari sui conti del contribuente.

In particolare, avvalendosi degli accertamenti bancari, l’Ufficio del fisco ha ritenuto come operazioni imponibili ai fini Iva e Irpef (artt. 32 del D.p.r. n. 600/1973, e 51 del D.p.r. n. 633/1972) tutte le movimentazioni operate dal contribuente. Ciò poiché il soggetto, nella sua qualità di abusivo, non aveva istituito le scritture contabili e non aveva ottemperato all’invito della Guardia di finanza di fornire dati e notizie sugli elementi desunti dagli accertamenti bancari.

La Suprema Corte ha affermato il principio secondo cui “tutti i versamenti e i prelevamenti risultanti dal conto …(quando, come nella specie, sia accertato l’esercizio abusivo di un’attività professionale) costituiscono presunzioni di reddito in rapporto all’anno nel quale sono effettuati…”, non essendo stata tenuta la contabilità prevista per legge (Cassazione, sentenza n. 2894/2013).

E’, quindi, legittima l’utilizzazione dei dati e degli elementi risultanti dall’esame dei conti bancari, per fondare la presunzione che i movimenti del conto corrispondono a operazioni imponibili (Cassazione, sentenza n. 14675/2006) fino a quando il contribuente non fornisce prova idonea a giustificare i vari movimenti bancari e a dimostrare che gli stessi sono estranei al suo reddito o perché a lui non riferibili di fatto, o perché ricollegabili ad atti non soggetti a tassazione (Cassazione, sentenze n. 2843/2008 e n. 21975/2009). E deve farlo non con una prova generica perché, altrimenti, continua a operare la presunzione di consequenzialità da operazioni imponibili (Cassazione, sentenze n. 21132/2011 e n. 21125/2010).

È necessario, cioè, che il contribuente fornisca la prova analitica della riferibilità ad attività estranea (e non imponibile) di ogni singola movimentazione del conto (Cassazione, sentenza n. 13818/2007).

Nel caso di specie, tale prova non è stata fornita né per i versamenti (imputati ai ricavi conseguiti dal contribuente nella propria attività anche se abusiva) né per i prelevamenti (considerati come costi in nero e corrispondenti a ricavi non dichiarati), dei quali non vi era traccia nella contabilità, e che, quindi, hanno informato il Fisco della effettiva redditività del conto bancario (Cassazione, sentenza n. 14041/2011).

 

 

3) Co.co.co. a progetto: attività di contrasto ai contratti simulati

La Riforma del lavoro è intervenuta sulla disciplina della collaborazione coordinata e continuativa a progetto, con l’obiettivo di contrastarne un uso non corretto, mediante apposite restrizioni alla possibilità del datore di lavoro di avvalersi di tale tipologia contrattuale.

A tal fine, l’Inail, con la circolare n. 13 del 19 febbraio 2013, ha impartito, quindi, le seguenti istruzioni in merito al mutato quadro normativo e al regime vigente in tema di obbligo assicurativo e retribuzione imponibile ai fini della determinazione del premio assicurativo, tenuto conto dell’esigenza di garantire uniformità di comportamento da parte delle Strutture territoriali e della diffusione del contratto di collaborazione coordinata e continuativa a progetto.

Requisiti del progetto

La Riforma del lavoro ha modificato la definizione di “lavoro a progetto” nel modo seguente: ferma restando la disciplina degli agenti e rappresentanti di commercio, nonché delle attività di vendita diretta di beni e di servizi realizzate attraverso call center “outbound” per le quali il ricorso ai contratti di collaborazione a progetto é consentito sulla base del corrispettivo definito dalla contrattazione collettiva nazionale di riferimento, i rapporti di collaborazione coordinata e continuativa prevalentemente personale e senza vincolo di subordinazione, di cui all’art. 409, numero 3), del codice di procedura civile, devono essere riconducibili a uno o più progetti specifici determinati dal committente e gestiti autonomamente dal collaboratore.

Il progetto deve essere funzionalmente collegato a un determinato risultato finale e non può consistere in una mera riproposizione dell’oggetto sociale del committente, avuto riguardo al coordinamento con l’organizzazione del committente e indipendentemente dal tempo impiegato per l’esecuzione dell'attività lavorativa.

Il progetto non può comportare lo svolgimento di compiti meramente esecutivi o ripetitivi, che possono essere individuati dai contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale.

L’Inail, quindi, pone l’attenzione sui seguenti punti più qualificanti della nuova disciplina:

- I rapporti di collaborazione coordinata e continuativa devono essere riconducibili a uno o più progetti specifici determinati dal committente e gestiti

autonomamente dal collaboratore. È abrogato, quindi, con effetto dal 18 luglio 2012, il riferimento ai “programmi di lavoro o fasi di esso”, contenuto nella precedente previsione normativa.

- Il progetto deve essere funzionalmente collegato ad un risultato finale e deve individuare il suo contenuto caratterizzante e il risultato finale idoneo a realizzare uno specifico e circoscritto interesse del committente obiettivamente verificabile.

- Il progetto non può consistere in una mera riproposizione dell’oggetto sociale del committente, ma deve avere una necessaria specificità e autonomia di contenuti e obiettivi, pur consistenti in attività rientranti nell’oggetto sociale del committente, coerentemente con le conclusioni della prevalente giurisprudenza. Non è genuino il progetto che si traduca in una mera riproposizione dell’oggetto sociale del committente.

L’art. 61, comma 1, stabilisce altresì che il progetto non può comportare lo svolgimento di compiti meramente esecutivi o ripetitivi, che possono essere individuati dai contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale. I compiti meramente esecutivi sono caratterizzati dalla mera attuazione di quanto impartito, anche di volta in volta, dal committente, senza alcun margine di autonomia anche operativa da parte del collaboratore.

E’ possibile, dunque, riconoscere una collaborazione a progetto genuina solo se al collaboratore siano lasciati margini di autonomia anche operativa nello svolgimento dei compiti allo stesso assegnati.

La circolare ministeriale indica, a titolo esemplificativo e non esaustivo, le attività difficilmente inquadrabili in un genuino rapporto di collaborazione coordinata e continuativa a progetto ancorché astrattamente riconducibili ad altri rapporti di natura autonoma.

Pertanto, sono da ricondurre nell’ambito della subordinazione, i rapporti instaurati con le seguenti figure:

- addetti alla distribuzione di bollette o alla consegna di giornali, riviste ed elenchi telefonici;

- addetti alle agenzie ippiche;

- addetti alle pulizie;

- autisti e autotrasportatori;

- baristi e camerieri;

- commessi e addetti alle vendite;

- custodi e portieri;

- estetiste e parrucchieri;

- facchini;

- istruttori di autoscuola;

- letturisti di contatori;

- magazzinieri;

- manutentori;

- muratori e qualifiche operaie dell’edilizia;

- piloti e assistenti di volo;

- prestatori di manodopera nel settore agricolo;

- addetti alle attività di segreteria e terminalisti;

- addetti alla somministrazione di cibo e bevande;

- prestazioni rese nell’ambito di call center per servizi cosiddetti in bound.

Conversione in rapporto di lavoro subordinato: Presunzione assoluta di subordinazione

La Riforma del lavoro, con norma di interpretazione autentica, ha stabilito che l’art. 69, comma 1, D.Lgs. n. 276/2003, secondo cui i rapporti di collaborazione coordinata e continuativa instaurati senza l’individuazione di uno specifico progetto sono considerati rapporti di lavoro subordinato a tempo indeterminato sin dalla data di costituzione del rapporto, si interpreta nel senso che l’individuazione di uno specifico progetto costituisce elemento essenziale di validità del rapporto di collaborazione coordinata e continuativa, la cui mancanza determina la costituzione di un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato.

Quindi, i rapporti di collaborazione coordinata e continuativa attuati fuori da un contratto a progetto sono illegittimi e la sanzione prevista dalla legge è la trasformazione in rapporti di lavoro subordinato a tempo indeterminato - forma comune di rapporto di lavoro - sin dalla costituzione del rapporto medesimo.

La mancanza del progetto determina dunque una presunzione legale assoluta circa la natura subordinata del rapporto di lavoro , presunzione che si applica se nel contratto di collaborazione:

- manca l’indicazione del progetto, senza possibilità per il datore di lavoro di fornire la prova contraria ovvero

- il progetto si limita a riprodurre l’oggetto sociale dell’impresa.

Presunzione relativa di subordinazione (attività analoghe a quelle dei dipendenti)

Tenuto conto delle finalità antielusive della Riforma del lavoro, sono sanzionate anche le ipotesi in cui si ricorre al lavoro a progetto per dissimulare rapporti di lavoro subordinato.

La Riforma del lavoro ha aggiunto all’art. 69, comma 2 del D.Lgs. n. 276/2003 il seguente periodo: salvo prova contraria a carico del committente, i rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, anche a progetto, sono considerati rapporti di lavoro subordinato sin dalla data di costituzione del rapporto, nel caso in cui l’attività del collaboratore sia svolta con modalità analoghe a quella svolta dai lavoratori dipendenti dell’impresa committente, fatte salve le prestazioni di elevata professionalità che possono essere individuate dai contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale.

Tale aggiunta configura una presunzione relativa di subordinazione, a decorrere dalla data di costituzione del rapporto, nel caso in cui l’attività del collaboratore sia svolta con modalità analoghe a quelle del personale dipendente dell’impresa committente.

In caso di contestazione è onere del committente fornire la prova che il rapporto rientra nell’ambito delle collaborazioni coordinate e continuative a progetto.

Se, però, il giudice accerti la natura subordinata del rapporto, la sanzione è la trasformazione del rapporto di lavoro a progetto in un rapporto di lavoro subordinato corrispondente alla tipologia negoziale di fatto realizzatasi tra le parti, a prescindere dalla predisposizione di un progetto scritto.

In ogni caso, il controllo giudiziale è limitato esclusivamente all’accertamento della esistenza del progetto e non può essere esteso fino al punto di sindacare nel merito valutazioni e scelte tecniche, organizzative o produttive che spettano al committente.

Può avvenire, infatti, che la collaborazione sia resa nell’ambito di un progetto, corretto solo formalmente e che, quindi, il prestatore operi non autonomamente, ma come lavoratore subordinato.

E tuttavia, la presunzione relativa non trova applicazione per le prestazioni di elevata professionalità che possono essere individuate dai contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale.

Regime transitorio

Le nuove disposizioni in tema di collaborazioni coordinate e continuative a progetto si applicano ai contratti di collaborazione stipulati dopo il 18/7/2012, data di entrata in vigore della legge n. 92/2012.

Conseguentemente, alle collaborazioni a progetto in corso a tale data si continuano ad applicare le norme vigenti fino al termine finale previsto nel contratto.

Il corrispettivo nel contratto a progetto

La nuova disciplina delle collaborazioni coordinate e continuative a progetto nel prevedere, come in passato, che il compenso minimo del collaboratore debba essere proporzionato alla quantità e alla qualità del lavoro eseguito, stabilisce, diversamente dalla previgente normativa, che il compenso del collaboratore a progetto non possa essere inferiore ai minimi salariali applicati nel settore medesimo alle mansioni equiparabili svolte dai lavoratori subordinati, dai contratti collettivi sottoscritti dalle organizzazioni sindacali dei lavoratori e dei datori di lavoro più rappresentative sul piano nazionale.

Qualora non vi sia una contrattazione collettiva specifica, il compenso non può essere inferiore, a parità di estensione temporale dell’attività oggetto della prestazione, alle retribuzioni minime previste dai contratti collettivi di categoria applicati nel settore di riferimento alle figure professionali il cui profilo di competenze e di esperienza sia analogo a quello del collaboratore a progetto.

Come indicato nella circolare ministeriale 29/2012, per retribuzioni minime si intendono i minimi tabellari determinati dai contratti collettivi di categoria e non tutto il complesso delle voci retributive previste dai contratti medesimi.

Obbligo assicurativo

L’obbligo assicurativo del personale occupato con contratto di collaborazione coordinata e continuativa a progetto continua a essere assolto secondo le condizioni previste per i lavoratori parasubordinati, in presenza dei requisiti oggettivi e soggettivi per l'applicazione dell'assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro, tenuto conto delle innovazioni apportate dalla Riforma del lavoro ai requisiti del progetto.

Il premio assicurativo

Per quanto riguarda il calcolo del premio assicurativo l’Inail conferma le istruzioni in vigore per i lavoratori parasubordinati.

Pertanto, il premio assicurativo dovuto - ripartito nella misura di un terzo a carico del lavoratore e di due terzi a carico del committente - è calcolato in base al tasso applicabile all’attività svolta, sull’ammontare delle somme effettivamente erogate al collaboratore, nel rispetto dei limiti minimo e massimo previsti per il pagamento delle rendite erogate dall’Inail.

Istruzioni operative per il personale ispettivo

L’Inail poi fornisce alcune istruzioni operative, anche al fine di uniformare i comportamenti sul territorio nazionale nella fase di applicazione pratica delle innovazioni apportate dalla cd. Riforma lavoro.

Viene ribadito che la nuova disciplina si applica esclusivamente con riferimento ai contratti di collaborazione stipulati successivamente al 18 luglio 2012, data di entrata in vigore della più volte citata legge 92/2012.

Nel corso dell’accertamento, il funzionario di vigilanza che non ravvisi nel contratto uno specifico progetto o verifichi che l’individuazione del progetto si traduce in una vuota “clausola di stile”, finalizzata a dissimulare il reale rapporto di lavoro, procederà alla riqualificazione del rapporto di collaborazione in un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato.

A tal proposito viene posta l’attenzione sulla previsione originaria dell’art. 69, comma 1, del D.Lgs 276/2003 che, secondo l’interpretazione autentica fornita dal legislatore, introduce una presunzione assoluta di subordinazione: la mancata individuazione del progetto determina la costituzione di un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, sin dalla data di costituzione del rapporto.

Il funzionario di vigilanza dovrà pertanto accertare la sussistenza dei requisiti di ricorrenza del progetto che l’Inail riepiloga brevemente:

- collegamento funzionale a un determinato risultato finale;

- autonoma identificabilità nell’ambito dell’oggetto sociale del committente;

- non coincidenza con l’oggetto sociale del committente;

- svolgimento di compiti non meramente esecutivi o ripetitivi che possono essere individuati dai contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale.

In ordine a tale ultimo punto viene evidenziato che l’intervento della contrattazione, essendo meramente facoltativo, non condiziona l’applicabilità della presunzione.

In carenza dei requisiti, sopra indicati, il progetto dovrà ritenersi assente, con la conseguenza, dal punto di vista sanzionatorio, della trasformazione del rapporto in contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, fin dalla data di costituzione dello stesso.

Infine, viene posta l’attenzione su quanto disposto dal comma 2 dell’art 69, per l’ipotesi in cui il collaboratore a progetto svolga l’attività con modalità analoghe a quella svolta dai lavoratori dipendenti dell'impresa committente, fatte salve le prestazioni di elevata professionalità che possono essere individuate dai contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale.

In tale ipotesi, poiché opera una presunzione relativa di subordinazione, con effetto retroattivo, suscettibile di prova contraria da parte del committente, il personale ispettivo dovrà accertare che lo svolgimento da parte del collaboratore della propria attività avvenga in maniera prevalente, con carattere di continuità e con modalità analoghe a quelle dei lavoratori subordinati dell’impresa committente e che la prestazione non rientri tra quelle di elevata professionalità individuate dai contratti collettivi comparativamente più rappresentativi sul piano nazionale.

Prestazioni

In linea generale, le prestazioni dovranno essere liquidate sul corrispettivo effettivamente percepito dal lavoratore a progetto, secondo i principi stabiliti e, in particolare:

- per quanto riguarda la liquidazione della quota di rendita diretta per danno patrimoniale, nonché della rendita ai superstiti, dovrà essere preso per base il corrispettivo effettivo, fermo il rispetto del minimale e del massimale di rendita;

- per quanto riguarda la liquidazione dell’indennità di temporanea, dovrà essere preso per base il corrispettivo effettivo anche se superiore al massimale.

 

 

4) Autonomia del lavoratore essenziale nella associazione in partecipazione

Nell’ambito del contratto di associazione in partecipazione è essenziale la presenza dell’autonomia del lavoratore al fine di scongiurare che sia, invece, da instaurare di un rapporto di lavoro subordinato.

La Corte di Cassazione, nella sentenza n. 4070 del 19 febbraio 2013, predilige la verifica genuina dell’autenticità del rapporto di associazione in partecipazione.

Il fulcro dell’indagine deve, infatti, essere rivolto ad accertare la genuinità del rapporto. In tale ambito può risultare essenziale valutare gli spazi di autonomia concreta esercitati dall’associato.

Secondo la Corte Suprema, in tema di distinzione tra contratto di associazione in partecipazione con apporto di prestazione lavorativa da parte dell'associato e contratto di lavoro subordinato con retribuzione collegata agli utili della impresa, l’elemento distintivo delle due fattispecie risiede nel contesto regolamentare pattizio in cui si inserisce l’apporto della prestazione lavorativa, dovendosi verificare l'autenticità del rapporto di associazione, che ha come elemento essenziale, connotante la causa, la partecipazione dell’associato al rischio di impresa, dovendo egli partecipare sia agli utili sia alle perdite.

E’, quindi, possibile che l’espletamento della prestazione lavorativa assuma i caratteri del tutto simili a quelli della prestazione lavorativa svolta nel contesto di un rapporto di lavoro subordinato.

Ed allora l’elemento differenziale tra le due fattispecie risiede essenzialmente nel contesto regolamentare pattizio in cui si inseriscono rispettivamente l’apporto della prestazione lavorativa dell’associato e l’espletamento di analoga prestazione lavorativa da parte di un lavoratore subordinato.

Tale accertamento implica necessariamente una valutazione complessiva e comparativa dell’assetto negoziale, quale voluto dalle parti quale in concreto posto in essere. Ed anzi la possibilità che l’apporto della prestazione lavorativa dell’associato abbia connotazioni in tutto analoghe a quelle dell’espletamento di una prestazione lavorativa in regime di lavoro subordinato comporta che il fulcro dell’indagine si sposta soprattutto sulla verifica dell’autenticità del rapporto di associazione.

Nel caso di specie, riguardo alle modalità di svolgimento dell’attività lavorativa, si è pervenuti al convincimento della sussistenza dei tratti maggiormente tipici del rapporto di lavoro subordinato, ritenendo pertanto non determinante la qualificazione formale che le parti avevano dato al rapporto contrattuale.

 

 

5) Irap: possibile ricorrere contro la cartella di pagamento quale primo atto con cui la pretesa viene portata a conoscenza del contribuente

Il contribuente può contestare una pretesa del fisco relativa all’Irap anche in sede di impugnazione della cartella emessa sulla base delle sue dichiarazioni non essendo affatto necessario che il contribuente versi quanto chiesto in cartella, per poi presentare domanda di rimborso e ricorrere contro il silenzio o il diniego. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 4003 del 19 febbraio 2013.

Un contribuente ha dovuto ricorrere in cassazione al fine di contestare la sentenza della Commissione Tributaria Regionale della Lombardia 1/32/10 del 12 gennaio 2010 che aveva rigettato l’appello del medesimo contribuente affermando che il ricorso (nel quale aveva sostenuto il non assoggettamento ad Irap dei suoi redditi professionali relativi all’attività svolta nell’anno 2003) doveva essere respinto poiché rivolto contro la cartella di pagamento emessa a seguito della denuncia dei redditi presentata dal contribuente stesso.

Ebbene la Suprema Corte ha accolto il ricorso giacché ritiene pacifico che il contribuente possa contestare una pretesa tributaria anche in sede di impugnazione della cartella emessa sulla base delle sue dichiarazioni; purché ovviamente tale cartella costituisca il primo atto con cui la pretesa viene portata a conoscenza del contribuente.

E non è affatto necessario che il contribuente versi quanto chiesto in cartella, e quindi, presenti domanda di rimborso, impugnando il silenzio-rigetto.

Infatti la Corte di Cassazione, con sentenza n. 9872 del 5 maggio 2011, ha affermato che il contribuente può contestare, anche emendando le dichiarazioni presentate all’Amministrazione finanziaria, l’atto impositivo che lo assoggetti ad oneri diversi e più gravosi di quelli che, per legge, devono restare a suo carico; e tale contestazione deve farla proprio impugnando la cartella esattoriale, non essendogli consentito di esercitare l’azione di rimborso dopo il pagamento della cartella.

Omessa dichiarazione Iva società semplici

La Corte di Cassazione, inoltre, con la sentenza n. 4074 del 2013, ha stabilito che i soci di capitale delle società semplici non devono pagare le sanzioni fiscali per la mancata presentazione della dichiarazione Iva.

Ciò poiché, secondo la Suprema Corte, non possono essere ritenuti responsabili coloro che non hanno partecipato alla gestione della società. Confermata, quindi, la decisione della C.T.R. Lombardia che aveva accolto il ricorso di una contribuente che figurava solo come socio di capitale di una immobiliare, mai interessatasi della gestione dell’azienda, condotta esclusivamente dall’altro socio.

 

 

6) Modello F24: tris di causali contributo

Ciò a seguito della convenzione firmata tra Agenzia e Inps per la riscossione tramite Modello F24 dei contributi diretti all’Istituto e di quelli previsti dalla legge 311/1973

Istituite, dunque, tre causali contributo il 20 febbraio 2013 con le risoluzioni nn. 12/E e 13/E. La prima del trio è “ART1” per il versamento, con F24, delle somme che vanno a finanziare un Ente bilaterale, il “Fondo di assistenza sanitaria integrativa per i lavoratori dell’ artigianato – SAN.ARTI”, le altre due, “IADP” e “SADP” servono, invece, per pagare rispettivamente l’incremento dell’addizionale comunale sui diritti di imbarco e la sanzione amministrativa in caso di inadempienza agli obblighi di comunicazione. Si tratta dell’incremento di tre euro a passeggero stabilito dalla legge n. 92/2012 e della relativa sanzione prevista per la mancata comunicazione all’Inps, da parte dei gestori dei servizi aeroportuali, delle somme riscosse.

Denominatore comune è la convenzione stipulata tra l’Agenzia delle Entrate e l’Inps il 18 giugno 2008. Oggetto dell’accordo, la disciplina del servizio di riscossione, mediante il modello F24, dei contributi di pertinenza dell’Istituto e di quelli previsti dalla legge 311/1973, norma, quest’ultima, con la quale fu contemplata la possibilità, per gli enti previdenziali, di provvedere all’esazione dei contributi associativi dovuti dagli iscritti e di quelli per assistenza contrattuale stabiliti dai contratti di lavoro.

Le sigle devono essere indicate nel campo “causale contributo” della sezione “INPS” del modello F24, in corrispondenza degli “importi a debito versati”. All’interno della stessa sezione, negli appositi spazi, inoltre, devono essere inseriti il codice della sede Inps competente, la matricola Inps dell’azienda o della filiale, il mese e l’anno cui si riferiscono le somme versate. In particolare, per quanto riguarda “IADP” e “SADP”, occorre inserire il mese e l’anno di riscossione dell’incremento dell’addizionale comunale.

Software di compilazione Iva/2013

Pubblicata la versione software: 2.0.0 del 20/02/2013 di aggiornamento del software Iva 2013 che consente la compilazione della dichiarazione modello Iva 2013 e della dichiarazione modello Iva Base 2013 da presentare in via autonoma. L’applicazione mediante una serie di domande determina quale sia il modello Iva più adatto alle esigenze dell'utente e predispone i relativi quadri per la compilazione. Tale scelta può comunque essere variata in qualunque momento selezionando (o deselezionando) l’apposita casella presente nel Frontespizio.

I motivi dell’aggiornamento sono i seguenti:

E’ stato introdotto un controllo bloccante che prevede l’obbligatorietà del campo VX4 colonna 3 se compilato il campo a colonna 1 dello stesso rigo.

Sono state risolte alcune anomalie relative alla stampa del mod. IVA base.

 

Vincenzo D’Andò