Riapertura della sanatoria per lavoro irregolare di cittadini stranieri

  1. Introduzione.

Il Governo, con il decreto legislativo 16 luglio 2012, n. 109, afferente all’impiego di cittadini di Paesi terzi con soggiorno irregolare, ha dato attuazione alla delega di cui all’articolo 21 della legge 15 dicembre 2012, n. 217 (la c.d. legge comunitaria 2010) recependo i contenuti della direttiva 2009/52/CE, del 18 giugno 2009, del Parlamento Europeo e del Consiglio1.

Un intervento legislativo assolutamente necessario, non solo per assolvere agli obblighi comunitari, ma per sanare importanti irregolarità presenti sul territorio nazionale che evidentemente creano nocumento alla libera e regolare concorrenza nel mercato del lavoro.

Non di meno, la riforma rappresenta un segno evidente di maturità culturale, uno strumento per ridare dignità ad una molteplicità di situazioni di silente sfruttamento lavorativo.

 

  1. Procedura di emersione.

Sinteticamente2, I datori di lavoro che, alla data di entrata in vigore del decreto, occupavano irregolarmente alle proprie dipendenze lavoratori stranieri potevano dichiarare la sussistenza del rapporto allo Sportello Unico per l’immigrazione, dal 15 settembre al 15 ottobre 2012.

La presenza sul territorio nazionale del lavoratore straniero doveva essere attestata da documentazione proveniente da organismi pubblici, quindi esibita dallo straniero, al momento della convocazione, presso il citato Sportello Unico

Al riguardo, come evidenziato nella Circ. 4 ottobre 2012, n. 6121 del Ministero dell’Interno, in armonia al parere espresso sul punto dall’Avvocatura di Stato con trattazione n. 328122 formalizzata in pari data, per organismo pubblico legittimato a rilasciare la documentazione rilevante ai sensi del decreto legislativo in rassegna deve intendersi qualunque soggetto, pubblico, privato o municipalizzato che istituzionalmente o per delega svolge una funzione o un’attribuzione pubblica o un servizio pubblico. Di conseguenza, nella documentazione de qua possono, ad esempio, farsi rientrare, di diritto:

  • la certificazione medica proveniente da struttura pubblica;

  • il certificato di iscrizione scolastica dei figli del lavoratore;

  • tessere nominative dei mezzi pubblici;

  • certificazioni provenienti dalle forze pubbliche, quali sanzioni stradali, amministrative, multe di ogni genere, etc.;

  • titolarità di schede telefoniche di operatori italiani (quali Tim, Vodafone, Wind, 3, etc.);

  • centri di accoglienza e/o di ricovero autorizzati o anche religiosi.

La suddetta documentazione, infatti, pur non provenendo da un’Amministrazione pubblica, è comunque rilasciata da soggetti che erogano servizi e/o intrattengono relazioni di carattere lato sensu pubblici, e ciò indipendentemente dalla condizione di regolarità dell’utente.

Infatti, secondo il citato parere dell’Avvocatura “opinare diversamente significherebbe contrastare la voluntas del legislatore che, nello scegliere il termine “organismo pubblico”, ha inteso indiscutibilmente ed anzi volutamente non restringere la categoria della documentazione legittimante la richiesta de qua soltanto a quella delle Amministrazioni pubbliche, inserendo così la novella normativa in esame in quel trend di apertura delle maglie del controllo e della regolarizzazione anche a quei soggetti che svolgono, comunque, diligentemente un lavoro, seppur irregolarmente presenti nel territorio italiano.

Ex pluribus, possono essere ritenute valide anche certificazioni rilasciate da autorità pubbliche non nazionali che svolgono attività istituzionale in Italia o nel territorio Schengen, come ad esempio:

  • passaporto del lavoratore recante il timbro Schengen di altro Paese, apposto in data antecedente al 31 dicembre 20113;

  • documentazione rilasciata da rappresentanze diplomatiche o consolari in Italia, sempre in data antecedente al 31 dicembre 2011.

 

La dichiarazione doveva essere presentata previo pagamento di un contributo forfettario di 1.000, 00 (mille) euro per ciascun lavoratore.

Attesa la…

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