La redazione del libro degli inventari

Ai sensi dell’art. 2214 del codice civile, l’’imprenditore che esercita un’attività commerciale deve tenere, tra gli altri documenti e le altre scritture contabili obbligatorie, anche il libro degli inventari. Rientrano nella definizione di imprenditore commerciale tutti quei soggetti esercitanti, ad esempio, attività industriale diretta alla produzione di beni o di servizi, ovvero attività intermediaria nella circolazione dei beni.
Dal punto di vista prettamente fiscale, invece, sono tenuti alla redazione del libro inventari (artt. 13 e 14, D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600) le società soggette all’IRES, gli enti privati e pubblici, diversi dalle società, soggetti all’IRES, che hanno quale oggetto esclusivo o principale l’esercizio di attività commerciali, le persone fisiche che esercitano imprese commerciali (ai sensi dell’art. 55 del T.U.I.R.), ovvero le società in nome collettivo, le società in accomandita semplice e le società ad esse equiparate ai sensi dell’art. 5 del T.U.I.R.
Sono esonerati, invece, dall’obbligo di tenere il libro degli inventari i piccoli imprenditori definiti tali ai sensi dell’art. 2083 c.c (coltivatori diretti del fondo, gli artigiani, i piccoli commercianti e coloro che esercitano un’attività professionale organizzata prevalentemente con il lavoro proprio e dei componenti della famiglia) e i soggetti che rientrano nei limiti per la tenuta della contabilità semplificata ai sensi dell’art. 18, D.P.R. n. 600/1973. Si tratta, in buona sostanza, di quei contribuenti che – nell’anno precedente – hanno realizzato ricavi inferiori ad € 400.000, per le imprese aventi per oggetto prestazioni di servizi e ad € 700.000, per le imprese aventi ad oggetto altre attività e che non hanno optato per il regime della contabilità ordinaria.
La funzione del libro degli inventari è sostanzialmente quella di fornire “la fotografia” della composizione e della valutazione del patrimonio aziendale al termine di un esercizio, con il fine principale di evitare occultamenti, a danno dell’Erario, dei creditori e, in generale, dei terzi, delle attività dell’impresa. Per la predetta ragione, il legislatore ha previsto che l’inventario debba contenere l’indicazione e la valutazione delle attività e delle passività relative all’impresa e delle attività e delle passività dell’imprenditore estranee alla medesima, nel caso di impresa individuale.
L’inventario in commento si chiude con il bilancio o il rendiconto economico (ivi inclusa la Nota integrativa, se redatta) con l’indicazione dell’utile conseguito o della perdita subita. Sul punto, è bene precisare che, la giurisprudenza consolidata è concorde nel ritenere che l’inventario e il bilancio d’esercizio costituiscono, comunque, scritture contabili distinte, aventi contenuto e finalità diverse, sicché l’omessa redazione dell’inventario non è sanata, né resa meramente formale, dall’avvenuta redazione del bilancio (sentenza della corte di Cassazione del 26.5.2003 n. 8273).
L’inventario deve essere sottoscritto dall’imprenditore – ovvero nel caso di società dal legale rappresentante della stessa – entro 3 mesi dal termine per la presentazione della dichiarazione dei redditi: solo con la firma dell’imprenditore apposta in calce all’inventario, vi sarà l’assunzione di responsabilità di quest’ultimo circa la correttezza e la veridicità di quanto in esso esposto. Peraltro, la sottoscrizione del registro degli inventari ha una grande rilevanza per il fatto che la giurisprudenza di legittimità ha ritenuto legittimo il comportamento dell’Amministrazione Finanziaria che procedere con l’accertamento induttivo del reddito dell’impresa, ai sensi dell’art. 39, co. 2, D.P.R. 600/1973, in caso di omessa …

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