Simulare un credito IVA rischia di diventare un reato

Con la sentenza n.45730 del 22 novembre 2012 la Corte di Cassazione ha affermato che la creazione di un credito Iva, nell’ambito di un piano di riorganizzazione aziendale, genera il reato di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte, di cui all’art. 11, del D.Lgs.n.74/2000.

 

Il fatto

Con la impugnata ordinanza il Tribunale ha confermato il decreto di sequestro preventivo emesso dal G.I.P. nei confronti dei beni delle società (X) S.r.l. della (Y) S.p.A., della (Z) S.r.l. e della (W) S.r.l. in relazione al reato di cui all’art. 11 del DLgs. n. 74/2000, di cui sono indagati i legali rappresentanti delle società.

Secondo l’ipotesi dell’accusa gli indagati, nelle rispettive qualità, “allo scopo di sottrarre la società (K) S.p.A. al pagamento dell’IVA e delle sanzioni amministrative accertate dall’Agenzia delle Entrate per gli anni di imposta 2006 e 2007 per un ammontare di 27.904.058,00 euro avevano allenato simulatamente i beni della predetta società o compiuto atti fraudolenti idonei a rendere in tutto o in parte inefficace la procedura di riscossione coattiva”.

In pratica, “la (K) S.p.A. negli anni 2006 e 2007 aveva creato un credito IVA inesistente per un ammontare di € 7.000.000,00 mediante una serie fittizia di preliminari di vendita, mai sfociati in contratti definitivi, intercorsi tra le società del Gruppo (X) aventi ad oggetto il medesimo complesso immobiliare che veniva di volta in volta artificiosamente rivalutato. Successivamente agli accertamenti della GG.FF. effettuati nel marzo e nel giugno 2009, con il pretesto di un’apparente riorganizzazione aziendale del gruppo e con una serie di negozi di trasferimento tra le società che ne facevano parte, simulati o comunque fraudolenti, la (K) era stata svuotata di ogni sua attività in favore di soggetti riconducibili all’originarla proprietà del gruppo in modo da lasciare residuare in capo alla prima quale unico rapporto giuridico pendente il debito fiscale”. Nel prosieguo dell’ordinanza vengono analiticamente decritti i vari atti di conferimento, trasferimento ed altro tra le società del gruppo che avevano portato allo svuotamento della (K), da ultimo ceduta a due soggetti ottantenni e subito dopo messa in liquidazione.

Il Tribunale ha ravvisato, attraverso la analitica ricostruzione dei vari passaggi societari, l’esistenza del fumus del reato ed affermato le esigenze cautelari, potendo la libera disponibilità del beni appartenenti alle società di cui sono rappresentanti gli indagati far venir meno le garanzie di un’efficace riscossione dei tributi da parte dell’erario.

 

La difesa delle società

Avverso la sentenza hanno proposto analoghi ricorsi per cassazione gli istanti per il riesame, deducendo, “che la pretesa dell’Agenzia delle Entrate, che si definisce abnorme, a fronte di un presunto credito di imposta di 7.000.000,00 di euro, è stata preceduta da altri atti di accertamento, conclusisi in sede di giudizio tributario in termini favorevoli per i ricorrenti”. Viene, inoltre, denunciato il mancato esame da parte del Tribunale delle argomentazioni difensive, con le quali si dava conto della effettività delle operazioni di ristrutturazione aziendale, determinate dalle esigenze produttive e di mercato, poste in essere dalle società facenti parte del gruppo; operazioni che non potevano essere dettate dal fine di sottrarre beni alle pretese dell’erario, sia in considerazione dei costi di tali operazioni, sia perché effettuate proprio mentre erano in corso gli accertamenti della GG.FF..

 

La sentenza

Osserva il Collegio che “secondo l’ormai consolidato indirizzo interpretativo di questa Corte il delitto di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte è reato di pericolo e non di danno, sicché, ai fini del perfezionamento, non è richiesta la sussistenza di una procedura di riscossione in atto (sez. 3, Sentenza n. 36290 del 18/05/2011, C., Rv. [Omissis]; sez. 5, Sentenza n. 7916 del 10/01/2007, C., Rv. [Omissis]; sez. 3, Sentenza n. 14720 del…

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