La società in perdita sistemica per il Fisco non è credibile

Con sentenza n. 21810 del 5 dicembre 2012 (ud. 29 ottobre 2012) la Corte di Cassazione ha legittimato la rettifica dell’ufficio che aveva stigmatizzato, attraverso l’avviso di accertamento, la cd. antieconomicità, in presenza di una azienda in perdita sistemica.
 
Il processo
Con sentenza del 27 giugno 2007, la CTR della Lombardia ha rigettato l’appello proposto da una azienda di profumi, confermando l’avviso di accertamento per maggiori ricavi induttivamente rilevati nell’anno d’imposta 2001, ritenendo:
“a) che la situazione reddituale costantemente dichiarata in perdita per cinque esercizi continuativi era incompatibile con l’ottimo andamento aziendale, rilevato in sede di accertamento e confermato dalla consistenza degli acquisti di beni destinati alla rivendita e dagli oneri sostenuti per il personale dipendente;
b) che, a fronte del rilevante volume d’affari rilevato, erano ingiustificate le percentuali di ricarico inferiori a quelle di settore, tali da determinare presunte perdite di bilancio;
c) che l’accertamento D.P.R. n. 600, ex art. 39, lett. d), era legittimo in presenza di comportamenti contrari ai canoni dell’economia e in assenza di spiegazioni verosimili di scelte non in linea con i criteri di gestione economica della propria attività”.
 
Il ricorso del contribuente
Denunciando violazione dell’art. art. 39, c. 1, del D.P.R.n.600/73 dell’art.62-sexies del D.L. n. 331 del 1993, la società chiede “… se è legittimo ai sensi del combinato disposto del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, e D.L. n. 331 del 1993, art. 62 bis, il ricorso da parte dell’Agenzia delle entrate all’accertamento di carattere induttivo quando le scritture contabili dell’impresa soggetta a controllo sono corrette e non contestate e quando gli elementi di presunzione sono, tra di loro, contraddittori”.
In sintesi, nel contestare il ragionamento dell’Ufficio, lamenta che, senza ispezione e accesso, la percentuale media di ricarico del 34,49% fosse stata arbitrariamente innalzata al 55%, pur in assenza di contestazioni dei dati contabili e in presenza d’indicatori quanto meno equivoci.
Sostiene, pertanto, che l’Ufficio avrebbe dovuto procedere ad accertamento analitico, verificando le fatture d’acquisto e il libro inventario per riscontrare se i prodotti acquistati e commercializzati fossero o meno (per brand, tipologia e vetustà) di primissima fascia e valutare l’andamento al ribasso del ricarico nei due anni d’imposta successivi.
 
I motivi della decisione della Corte
In apertura, la Corte rileva che la circostanza che, come nella specie, “una impresa commerciale dichiari per più anni di seguito rilevanti perdite, nonchè un’ampia divaricazione tra costi e ricavi, costituisce una condotta commerciale anomala, di per sè sufficiente a giustificare da parte dell’erario una rettifica della dichiarazione, ai sensi del D.P.R. n. 600, art. 39, a meno che il contribuente non dimostri concretamente l’effettiva sussistenza delle perdite dichiarate (C. 21536/07)”.
In tali casi è consentito all’Ufficio dubitare della veridicità delle operazioni dichiarate e desumere, sulla base di presunzioni semplici, maggiori ricavi o minori costi, con conseguente spostamento dell’onere della prova a carico del contribuente (C. 6337/02, 1711/07, 26130/07). Infatti, ricorre l’ipotesi di “contabilità inattendibile per comportamenti economicamente ingiustificati” ogniqualvolta si rilevino esiti antieconomici (C. 26635/08), non ragionevoli (C. 23635/08) e contrari ai canoni imprenditoriali (C. 18875/07).
In particolare, costituiscono anomalie gravi (C. 11645/01) quelle nel rapporto tra ricavi e oneri del personale, ovvero tra ricavi ed immobilizzazioni; inoltre l’art. 39, lett. d, citato non impedisce che scritture regolarmente tenute siano contestabili in forza di valutazioni condotte sulla base di dati di settore, …

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