Imprenditore condannato per bancarotta: stop all’attività

Il condannato per bancarotta fraudolenta è interdetto dall’esercizio dell’impresa e dagli incarichi direttivi in azienda per dieci anni e tanto, a prescindere dalla misura della pena principale; è quanto affermato dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 30347 del 24 luglio scorso.
Occorre ricordare che le “pene accessorie sono delle pene previste per accompagnare la pene principali collegate agli illeciti penali”. Da qui appunto l’accessorietà, queste pene infatti non possono essere comminate da sole ma possono solo accompagnare. I loro scopi sono appunto quelli di colpire determinati soggetti che a causa della loro condotta penalmente rilevante si ritiene non siano più in grado, o meglio non debbano più, ricoprire certi ruoli o esercitare determinati diritti che per le loro caratteristiche richiedono uno standard di sicurezza elevato. Generalmente le pene accessorie sono applicate automaticamente e costituiscono uno degli effetti della condanna. Ci sono però dei casi in cui l’ordinamento vincola l’applicazione di tali pene alla libera discrezionalità del Giudice. In tal caso, ai fini della loro applicabilità, è necessaria una dichiarazione diretta da parte del Giudice in sentenza che ne determinerà anche la durata.
 
Il fatto
La vicenda riguarda la condanna nei confronti di tre persone per bancarotta fraudolenta per distrazione in relazione al fallimento di una società a responsabilità limitata. Quello che però interessa l’argomento oggetto del presente commento è la durata della pena accessoria inflitta ad uno degli imprenditori; detta pena è stata fissata nella misura di anni 10, vale a dire in misura nettamente superiore a quella della pena principale, con un’interpretazione secondo il ricorrente della legge che, se confermata, si vorrebbe in contrasto con i principi costituzionali di cui agli articoli 3, 27, 35 e 41 della Carta fondamentale.
 
Cenni sulla bancarotta documentale
Il reato di bancarotta documentale è previsto dal n. 2, del comma 1, dell’art. 216 della legge fallimentare, che punisce con la reclusione da tre a dieci anni l’imprenditore fallito che abbia:

sottratto;

distrutto o falsificato,

in tutto o in parte, per procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto ovvero per recare pregiudizio ai creditori, i libri o le altre scritture contabili o li abbia tenuti in modo tale da rendere impossibile la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari.
Se pure la richiamata disposizione della legge fallimentare configura tale fattispecie di bancarotta documentale come ipotesi delittuosa distinta dalla bancarotta fraudolenta patrimoniale, delineata dal n. 1 del comma 1, dello stesso articolo 216 della L.F., in rispetto alla differenziazione fra reati sui libri e i documenti contabili e reati sui beni è stata, pur tuttavia, adeguatamente individuata una significativa relazione tra le due ipotesi delittuose, tratta dal rilievo dell’inclusione, fra le specie di bancarotta elencate nell’art. 216, c. 1, L.F., dell’ipotesi di falsa esposizione o di riconoscimento di passività inesistenti, con espressa indicazione normativa, quindi, della peculiare fattispecie di falsificazione ideologica compiuta sui libri e sulle scritture contabili.
Dal punto di vista puramente economico la sopraindicata distinzione si affievolisce ancor più in quanto, se da un lato non si discute il presupposto secondo il quale la bancarotta patrimoniale attiene ai beni dell’impresa, mentre quella documentale concerne essenzialmente i libri tenuti dall’imprenditore, dall’altro, non può passare inosservato che anche questi ultimi, per la particolare funzione economica che certamente trattano, altro non rappresentano anch’essi che veri e propri beni, dipendendo, per l’appunto, da essi, il valore di specifici beni …

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