Sopravvenienze da riduzione dei debiti: è ancora preferibile il concordato preventivo

Il novellato art. 88, c. 4, del D.P.R. n. 917/1986, così come recentemente sostituito dal Decreto Crescita ed applicabile a partire dal periodo d’imposta in corso al 12 agosto 2012, stabilisce, in primo luogo, che – in sede di determinazione del reddito d’impresa – non si considerano sopravvenienze attive la riduzione dei debiti dell’impresa a seguito di concordato preventivo o fallimentare.
Il legislatore fiscale ha, inoltre, considerato che la decurtazione delle passività del debitore può derivare da altri strumenti di soluzione della crisi d’impresa, i cui effetti sono sostanzialmente assimilabili a quelli del concordato preventivo:

il piano di risanamento dell’impresa, attestato da un professionista indipendente – nominato dal debitore, tra gli iscritti al registro dei revisori legali dei conti in possesso dei requisiti per la nomina a curatore (art. 67, c. 3, lett. d, del R.D. n. 267/1942) – e pubblicato presso il registro delle imprese;

l’accordo di ristrutturazione dei debiti, raggiunto con i creditori rappresentanti almeno il 60% delle passività, omologato ai sensi dell’art. 182-bis della predetta Legge Fallimentare.

 
Qualora la sopravvenienza attiva contabile derivi da una di queste due fattispecie, non rappresenta un componente positivo di reddito la parte della stessa che eccede le perdite pregresse e di periodo di cui all’art. 84 del Tuir: in altri termini, si è voluto evitare che, in virtù della variazione in diminuzione relativa alla detassazione integrale della sopravvenienze attiva, emerga una perdita fiscale.
Conseguentemente, le sopravvenienze attive da riduzione delle passività dell’impresa – derivanti da un piano attestato di risanamento pubblicato o un accordo di ristrutturazione dei debiti omologato – sono ritenute, a differenza di quelle emergenti da un concordato preventivo o fallimentare, assimilate ai proventi esenti di cui all’art. 84, c. 1, per. 3, del D.P.R. n. 917/1986, sino a concorrenza dei quali le perdite fiscali non sono utilizzabili.
Si consideri, inoltre, che il limite delle perdite fiscali contenuto nel novellato articolo 88, c. 4, del Tuir non riguarda soltanto le eccedenze pregresse, ma anche quella di periodo, la quale, a propria volta, è influenzata dal trattamento delle sopravvenienze attive da riduzione dei debiti. Sul punto, nel silenzio della norma, ed in attesa di chiarimenti dell’Agenzia delle Entrate, una soluzione potrebbe essere rappresentata dalla necessità di individuare l’eventuale esistenza della perdita “teorica” di periodo, computando anche la variazione in diminuzione figurativa ascrivibile all’intero importo della sopravvenienza attiva da riduzione dei debiti dell’impresa.
Si osservi altresì che l’art. 88, c. 4, del D.P.R. n. 917/1986 richiama genericamente le perdite di cui all’art. 84 del Tuir, trascurando le modalità di utilizzo delle stesse, che – nel caso di quelle non maturate nei primi tre periodi d’imposta dalla costituzione – sono soggette al vincolo di impiego dell’80% del reddito imponibile dal quale il contribuente intende scomputare: in altre parole, le sopravvenienze attive da riduzione dei debiti in parola sono qualificate come imponibili sulla base dell’intero importo delle perdite, le quali potrebbero, però, essere soltanto parzialmente utilizzabili nel periodo d’imposta del conseguimento di tali componenti positivi.
Si riscontra pure un’imprecisa formulazione della norma, poichè fa riferimento esclusivamente alle perdite dei soggetti Ires, ma le riduzioni dei debiti da piano attestato di risanamento ed accordo di ristrutturazione dei debiti possono interessare anche gli imprenditori individuali e le società di personale qualificabili come …

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