La dichiarazione integrativa: ipotesi e recente giurisprudenza di Cassazione

Aspetti generali

La rettifica della dichiarazione fiscale (possibile nei termini dell’art. 13 del D.Lgs. 18.12.1997, n. 472, nonché dei commi 8 e 8–bis del D.P.R. 22.07.1998, n. 322) dovrebbe necessariamente ricollegarsi alla commissione di errori (di fatto, di diritto…), ovvero a omissioni, e non già a un’erroneità generale di quanto dichiarato, o, ancora, a una semplice situazione di indebito oggettivo, che si verifica quando la dichiarazione presentata è suscettibile di generare un prelievo totalmente o parzialmente non dovuto.

Ciò nonostante, la prassi ha nel tempo ammesso ipotesi di utilizzo della procedura di rettifica della dichiarazione (a favore) per ovviare alle situazioni nelle quali il contribuente subisce incolpevolmente effetti svantaggiosi e imprevisti, cioè a quelle situazioni che legittimerebbero il ricorso all’istanza di rimborso per la ripetizione di tributi indebitamente versati.

A tale riguardo, è però necessario tenere concettualmente distinti i due momenti della dichiarazione: la dichiarazione può infatti essere rettificata anche se il tributo non è stato (indebitamente) versato. Per questo motivo, il diritto alla rettifica della dichiarazione non sembra interferire con quello al rimborso dei tributi, in particolare secondo l’art. 38 del D.P.R. 29.09.1973, n. 602.

Secondo la recente sentenza della Corte di Cassazione 20.04.2012 n. 6253, in presenza di errori in dichiarazione, se non viene presentata la dichiarazione integrativa per correggere gli errori può sempre essere inoltrata oltre i termini una successiva istanza di rimborso, giacché il decorso del termine previsto per l’integrazione non pregiudica il diritto al rimborso.

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