Novità fiscali del 4 maggio 2012, tra cui sindaci revisori, collegi sindacali: le nuove norme sui controlli dei conti delle società dopo il “decreto semplificazioni”

Pubblicato il 4 maggio 2012



nuovo assetto dei controlli nelle S.p.a. e nelle S.r.l. dopo il decreto semplificazioni; pescatori autonomi: contributi 2012; valore dei ticket utile ai fini del TFR; il disoccupato perde il diritto a ricevere l’indennità se assunto con un contratto a chiamata?; dai Consulenti del Lavoro il punto sul mobbing

 

Indice:

1) Pescatori autonomi: contributi 2012

2) Valore dei Ticket utile ai fini del TFR

3) Il disoccupato perde il diritto a ricevere l’indennità se assunto con un contratto a chiamata?

4) Dai Consulenti del Lavoro il punto sul mobbing

5) Nuovo assetto dei controlli nelle S.p.a. e nelle S.r.l. dopo il decreto semplificazioni

 

1) Pescatori autonomi: contributi 2012

Il contributo mensile dovuto dai pescatori autonomi è commisurato al salario convenzionale per i pescatori della piccola pesca marittima e delle acque interne associati in cooperativa, ed è soggetto ad adeguamento annuale.

Pescatori “autonomi”: aliquota contributiva per l’anno 2012

In relazione ai lavoratori autonomi esercenti l’attività di pesca, l’Inps con la circolare n. 60 del 03.05.2012, ha fornito istruzioni riguardo ai seguenti temi:

- Adeguamento delle retribuzioni convenzionali;

- aliquota contributiva per l’anno 2012;

- proroga dello sgravio contributivo ex art. 2 della Legge n. 203/2008;

- modalità di versamento.

Adeguamento delle retribuzioni convenzionali

I lavoratori autonomi che svolgono l’attività di pesca, anche quando non siano associati in cooperativa, sono soggetti alla Legge n. 250/1958 e sono tenuti a versare all’Istituto un contributo mensile, soggetto ad adeguamento annuale, commisurato alla misura del salario convenzionale per i pescatori della piccola pesca marittima e delle acque interne associati in cooperativa.

Per il corrente anno la variazione percentuale ai fini della perequazione automatica delle pensioni è stata accertata dall’ISTAT nella misura del 2,7%. La misura del salario giornaliero convenzionale per i pescatori soggetti alla citata Legge n. 250, risulta come segue:

Anno 2011

Retribuzione convenzionale

misura giornaliera

25,39

misura mensile (25gg)

635,00

Su tale retribuzione mensile devono essere calcolati, per il 2012, i contributi dovuti dai pescatori “autonomi”.

Aliquota contributiva dovuta al FPLD

In base alle disposizioni di cui al Decreto interministeriale del 21.02.1996 e dell’art. 27, comma 2-bis, della Legge n. 30/1997, i pescatori autonomi sono soggetti all’aumento di 4,29 punti percentuali; tale incremento è applicato gradualmente in ragione di 0,50% ogni due anni a partire dal 01.01.1997, con ultimo aumento di 0,29 % dal 1° gennaio 2013.

Conseguentemente l’aliquota contributiva per l’anno 2012 resta ferma nella misura del 14,61%.

Tale aliquota risulta determinata come segue:

Gestione F.P.L.D.

Aliquote

Coefficienti di ripartizione

Base

0,11

0,007529

Adeguamento

14,50

0,992471

Totale

14,61

1,000000

Il contributo mensile per l’anno 2012, risultante dall’applicazione dell’aliquota contributiva alla retribuzione convenzionale, è pari a Euro 92,78, così suddiviso:

F.P.L.D.

Contributo mensile

base

0,70

adeguamento

92,08

Totale

92,78

Sgravio contributivo ex art. 2, comma 2, della Legge n. 203/2008

La Legge n. 185/2011 (legge di stabilità 2012)ha previsto una riduzione degli sgravi contributivi alle imprese che esercitano la pesca costiera e la pesca nelle acque interne e lagunari già previsti della Legge n. 30/1998; in particolare è stato disposto che i benefici contributivi per l’anno 2012, si applicano nel limite del 60% e, a decorrere dall’anno 2013, nel limite del 70% .

Per il 2012 il beneficio consiste pertanto nell’esonero dal versamento dei contributi previdenziali ed assistenziali fino al 60% dell’ammontare stabilito.

Lo sgravio compete non solo al personale dipendente assicurato in base alle norme di cui alla legge n. 413/1984 (Riordinamento pensionistico dei lavoratori marittimi) ed a quello associato in cooperative o compagnie, ma anche ai pescatori “autonomi”.

Conseguentemente il contributo mensile, al netto della predetta agevolazione, deve essere corrisposto in misura pari a €. 37,11 così suddiviso:

F.P.L.D.

Contributo mensile

Base

euro 0,28

Adeguamento

euro 36,83

Totale

euro 37,11

Modalità di versamento

Nulla è mutato in materia di versamento del contributo che deve essere effettuato in rate mensili aventi scadenza il giorno 16 di ogni mese.

In seguito verrà comunicata la data di spedizione della lettera ai contribuenti contenente le istruzioni per procedere al versamento dei dovuti contributi.

In applicazione dell’attuale normativa l’Inps non procede all’invio dei modelli F24 ai pescatori autonomi titolari di partita IVA.

 

2) Valore dei Ticket utile ai fini del TFR

La Fondazione studi dei Consulenti del lavoro, in risposta (pubblicata il 03.05.2012) ad un quesito, ha precisato che:

L’art. 2120 c.c., c. 2, stabilisce che, salvo diversa previsione dei contratti collettivi, la retribuzione annua utile ai fini del calcolo del TFR comprende tutte le somme, incluso l’equivalente delle prestazioni in natura, corrisposte in dipendenza del rapporto di lavoro, a titolo non occasionale e con esclusione di quanto corrisposto a titolo di rimborso spese.

Oltre al rimborso spese, sono per converso esclusi dalla retribuzione da accantonare i compensi contraddistinti dall’occasionalità ossia quelli a carattere discontinuo o corrisposti dal datore di lavoro per mere liberalità quali, ad esempio, i premi aziendali corrisposti in particolari occasioni, lo sconto offerto ai dipendenti nell’acquisto, oppure l’utilizzazione di beni o servizi aziendali, nonché (a seguito del d.l. n. 333/1992, convertito in L. n. 359/1992) il valore del servizio mensa, comunque gestito ed erogato, e l’importo della prestazione pecuniaria sostitutiva di esso percepita da chi non usufruisce del servizio istituito dall’azienda.

In particolare la Commissione dei principi interpretativi delle leggi in materia di lavoro principio n. 9 sull’argomento ha affermato:

Il valore del servizio mensa e l'eventuale indennità sostitutiva - ai sensi dell'art. 6 comma 3 del d.l. 11 luglio 1992, n. 333, convertito nella legge 8 agosto 1992, n. 359 - non fanno parte della retribuzione a nessun effetto attinente agli istituti legali e contrattuali del rapporto di lavoro e, pertanto, non può essere computato ai fini del calcolo del T.F.R. salvo deroga della contrattazione collettiva (Cass. S.U. 1° aprile 1993 n. 3888).

Un orientamento più recente, peraltro, attribuisce natura retributiva alla mensa, come istituto contrattuale, soltanto quando sia accompagnata da un’indennità sostitutiva e solo in misura corrispondente al valore dell'indennità, dovendo in tal caso incidere sugli istituti indiretti legali e contrattuali se così dispone la contrattazione collettiva (Cass. 14 novembre 2001 n. 14198).”

 

3) Il disoccupato perde il diritto a ricevere l’indennità se assunto con un contratto a chiamata?

La Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro ha risposto al quesito. Pubblicazione avvenuta il 03.05.2012.

Alla domanda se una persona in stato di disoccupazione, che percepisce la relativa indennità, perda il diritto a riceverla se viene assunto con un contratto a chiamata, tale Fondazione ha così risposto.

Il Ministero del Lavoro, rispondendo ad un interpello (n. 48 del 3 ottobre 2008) sulla riconoscibilità dell’indennità di disoccupazione in favore dei lavoratori assunti con contratto di lavoro intermittente, a tempo determinato, senza obbligo di risposta alla chiamata, ha ribadito che ove l’obbligo del lavoratore di rispondere alla chiamata non sia pattuito, al medesimo deve essere riconosciuto, limitatamente ai periodi di non lavoro, lo stato di disoccupazione indennizzabile con la relativa indennità ordinaria o a requisiti ridotti, sempre che nel caso di specie ricorrano le relative condizioni di natura contributiva ed assicurativa.

Non è così per il contratto di lavoro intermittente avente la caratteristica dell’obbligo di risposta alla chiamata, nel cui caso infatti si dovrà ritenere esclusa la corresponsione del trattamento di disoccupazione durante il quale il lavoratore resta disponibile a prestare la propria attività, percependo però la relativa indennità di chiamata.

L’indennità di disoccupazione potrà essere riconosciuta, in questo caso, solo a seguito di cessazione del rapporto di lavoro.

 

4) Dai Consulenti del Lavoro il punto sul mobbing

Il Consiglio Nazionale dei Consulenti del lavoro, il 03.05.2012, ha pubblicato sul proprio sito internet un documento di studio che fa il punto sul mobbing:

È assegnato ai tribunali e poi alla Cassazione il compito di sopperire all’assenza di una norma specifica dedicata alle vessazioni sul posto di lavoro sempre in crescita.

Sul mobbing i tentativi di legiferare sono numerosi (venti disegni di legge in due legislature, ma non c’è ancora nessuna certezza giuridica).

Nel nostro codice penale, nonostante la delibera del Consiglio d’Europa del 2000 che vincolava gli Stati membri a dotarsi di una normativa adeguata, non esistono norme che contrastino la pratica del mobbing dal punto di vista penale.

Resta pertanto percorribile la strada del procedimento civile per risarcimento del danno eventualmente patito dal lavoratore a seguito delle condotte e degli atteggiamenti persecutori del datore o del preposto.

Il termine mobbing descrive un fenomeno individuato e studiato dalla sociologia e dalla psicologia, non riconducibile però a una specifica definizione legislativa.

Violazione degli obblighi di sicurezza e di protezione dei dipendenti previsti dall’art.2087 del codice civile.

Questa norma impone al datore di adottare tutte le misure necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei lavoratori, garantendo assenza di situazioni che danneggino benessere psico fisico e dignità della persona.

Il termine mobbing deriva dal verbo inglese “to mob” che significa attaccare, assalire. In materia di lavoro, la parola mobbing viene utilizzata per definire il comportamento di quei soggetti che, nel contesto aziendale, operano, nei confronti di altri, soprusi diretti ad isolarli o ad espellerli dal ciclo produttivo o

dall’organizzazione aziendale.

In questo modo causando un grave pregiudizio all’equilibrio psichico della vittima, menomandone le capacità lavorative e la fiducia in se stessa.

Si tratta dunque di una pratica di violenza morale, che può essere fonte di responsabilità civile contrattuale o extracontrattuale, qualora sia provato il nesso causale tra la condotta vessatoria ed il danno.

Corte di Cassazione: sentenza n. 12048/11

Elementi che devono sussistere per ravvisare una condotta lesiva del datore: molteplicità di comportamenti persecutori, evento lesivo della salute o della personalità del dipendente, nesso causale tra condotta e pregiudizio dell’integrità del lavoratore, prova dell’intento persecutorio. Bisognerà dare prova di aver effettivamente subito il danno, patrimoniale o no.

Corte di Cassazione: sentenza n. 7382/10

Ha diritto al risarcimento del danno per mobbing da parte del datore, il lavoratore che viene preso di mira e ridicolizzato da un capo davanti ai colleghi. Il datore di lavoro deve tutelare il dipendente dall’atteggiamento di un direttore che insulta, umilia, rimprovera e lo adibisce a lavori sempre più gravosi.

Corte di Cassazione: sentenza n. 4063/10

Se il demansionamento finisce per rovinare la salute al lavoratore si tratta di mobbing. Il passaggio a una inattività o a compiti mortificanti comportano una violazione di specifici obblighi di protezione dei lavoratori.

Corte di Cassazione: sentenza n. 18668/10

Il giudizio promosso dal lavoratore che chiede il risarcimento del danno da mobbing non deve essere sospeso in attesa della fine della causa penale promossa dal datore di lavoro che contesta al dipendente degli illeciti. Non è sufficiente che i due processi rilevino gli stessi fatti.

Corte di Cassazione: sentenza n. 9477/09

Non si tratta di mobbing il clima di conflitto e di scontro che capi e colleghi instaurano nei confronti di un lavoratore che ha difficoltà caratteriali. Il trasferimento del lavoratore ad altro reparto è stato giudicato lecito e non vessatorio, così come le lettere di richiamo per errori professionali.

Corte di Cassazione: sentenza n. 22858/08

La Cassazione ha stabilito che il diritto al risarcimento non richiede un’esposizione prolungata alle molestie di colleghi e superiori. Il mobbing può realizzarsi attraverso una condotta istantanea e un periodo di sei mesi potrebbe essere più che sufficiente per integrare l’idoneità lesiva della condotta nel tempo.

Corte di Cassazione: sentenza n. 24293/08

Si tratta di mobbing anche quando viene lesa l’immagine e la professionalità di un lavoratore mediante uno spostamento a incarichi meno importanti. Le mansioni di destinazione, infatti, per essere lecite devono consentire al lavoratore l’utilizzazione o il perfezionamento e l’accrescimento del corredo di esperienze, nozione e perizia acquisite nella precedente fase del rapporto di lavoro.

Corte di Cassazione: sentenza n. 27469/08

Gli atti vessatori che giustificano una condanna possono essere costituiti anche da molestie o abusi sessuali nell’ambiente di lavoro. Sul fronte civile l’intervento sarà quello di ottenere il risarcimento del danno, in sede penale si può configurare il delitto di maltrattamenti.

Corte di Cassazione: sentenza n. 33624/07

Il mobbing non è un reato. L’unico strumento a disposizione del lavoratore per contrastare le discriminazioni e le vessazioni del capo e dei colleghi è una causa civile per ottenere il risarcimento del danno. La via del processo penale può essere intrapresa solo attraverso una denuncia per maltrattamenti.

Corte di Cassazione: sentenza n. 4774/07

L’illecito del datore nei confronti del lavoratore deve consistere in una condotta protratta nel tempo con le caratteristiche della persecuzione, finalizzata ad emarginare il lavoratore. La sussistenza delle lesioni e delle sue conseguenze devono essere però verificati effettuando una valutazione complessiva degli episodi lesivi.

Corte di Cassazione: Sentenza n. 16148/07

Il datore di lavoro deve garantire un adeguato ambiente di lavoro. Il datore risponde, infatti, dei danni subiti dal lavoratore mobbizzato dai colleghi, se non ha vigilato e se non si è fatto parte attiva per far cessare i soprusi di cui era stato messo al corrente.

 

5) Nuovo assetto dei controlli nelle S.p.a. e nelle S.r.l. dopo il decreto semplificazioni

Il c.d. Decreto semplificazioni si é inserito nel complesso normativo che ha visto la nascita della figura del c.d. sindaco unico.

E’ stata confermata la possibilità di nominare un organo di controllo monocratico esclusivamente nelle S.r.l., con la previsione di rilevanti modifiche.

Il Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili, con la nota interpretativa di aprile 2012, ha esaminato le ulteriori trasformazioni degli assetti dei controlli di società di capitali, al fine di fornire un primo contributo interpretativo in merito alla corretta configurazione degli organi di controllo, nonché all’attribuzione delle relative funzioni.

Nuovo assetto dei controlli nelle S.p.a.

Una delle più rilevanti novità del Decreto Semplificazioni, come modificato in sede di conversione in legge, è rappresentata dall’abrogazione dell’art. 2397, co. 3, c.c. che consentiva la nomina del sindaco unico anche nelle S.p.a..

Il legislatore ha, dunque, ripristinato la previgente disciplina dell’assetto dei controlli delle S.p.a., confermando la necessaria composizione pluripersonale (tre o cinque membri effettivi e due supplenti) dell’organo di controllo interno.

Venuta, dunque, meno la possibilità di nominare l’organo di controllo monocratico, non si presenterà più alcuna incertezza in ordine ai collegi sindacali “in scadenza” nelle prossime assemblee di approvazione dei bilanci. In tale occasione, i soci delle S.p.a. - come nel passato - dovranno provvedere esclusivamente alla nomina dei componenti del collegio sindacale, rinnovando l’incarico ai sindaci uscenti oppure sostituendoli in tutto o in parte.

Nuovo assetto dei controlli nelle S.r.l.

Il Decreto Semplificazioni ha nuovamente trasformato l’assetto dei controlli nelle S.r.l., già oggetto di un precedente intervento modificativo ad opera della Legge di Stabilità.

La norma di riferimento rimane dunque l’art. 2477 c.c., così come novellata dal Decreto Semplificazioni, con il quale il legislatore ha ulteriormente ampliato l’autonomia organizzativa dei soci di S.r.l., i quali potranno scegliere fra diverse forme di controllo.

Per quanto riguarda il sistema di controllo facoltativo, l’art. 2477, co. 1, c.c. dispone che l’atto costitutivo può prevedere, determinandone le competenze e poteri, ivi compresa la revisione legale dei conti, la nomina di un organo di controllo o un revisore.

La novella precisa, altresì, che qualora lo statuto non disponga diversamente, l’organo di controllo è costituito da un solo membro effettivo.

Per quanto riguarda il sistema di controllo obbligatorio, pur rimanendo inalterati i presupposti che rendono necessaria la nomina di un “controllore”, il nuovo art. 2477 c.c. dispone che le S.r.l. potranno scegliere dotarsi di un organo di controllo interno, vale a dire del sindaco unico ovvero del collegio sindacale, oppure alternativamente di un revisore.

Nel dettaglio, il novellato art. 2477, co. 2 e 3 c.c., dispone che l’organo di controllo o il revisore dovrà essere obbligatoriamente nominato quando la S.r.l.:

- è dotata di un capitale sociale non inferiore a quello minimo stabilito per le società per azioni, ovvero quando il capitale sociale è pari o superiore a 120.000 euro;

- è tenuta alla redazione del bilancio consolidato;

- controlla una società obbligata alla revisione legale dei conti;

- ha superato, per due esercizi consecutivi, almeno due dei limiti previsti dall’art. 2435-bis, co. 1, c.c. per la redazione del bilancio in forma abbreviata (cioè il limite di euro 4.400.000 per l’attivo dello stato patrimoniale, di euro 8.800.000 per i ricavi delle vendite e delle prestazioni e di 50 dipendenti occupati in media durante l’esercizio).

Parallelamente, il riferimento all’organo di controllo e al revisore è stato introdotto, in luogo del collegio sindacale, anche nelle disposizioni che disciplinano:

- la cessazione dell’obbligo di nomina del “controllore” per mancato superamento, per due esercizi consecutivi, dei limiti per la redazione del bilancio in forma abbreviata (art. 2477, co. 4, c.c.);

- il procedimento di nomina del “controllore” al ricorrere dei presupposti previsti dalla legge, ivi compresa la nomina da parte del tribunale (art. 2477, co. 6, c.c.).

La norma ha cura di precisare, infine, che nel caso di nomina dell’organo di controllo, anche monocratico, trovano applicazione le disposizioni in tema di società per azioni (art. 2477, co. 5, c.c.).

Ai fini dell’analisi del nuovo quadro normativo, viene prima precisato che con l’espressione “organo di controllo” il legislatore ha inteso riferirsi alla possibilità di adottare:

- un assetto dei controlli interni monocratico: il sindaco;

oppure, laddove previsto dallo statuto,

- un assetto dei controlli interni pluripersonale: il collegio sindacale.

La norma attualmente in vigore consente, dunque, di introdurre assetti dei controlli societari assai diversificati, non solo nella forma ma anche nella sostanza.

I soci di S.r.l., sia nel caso di nomina facoltativa sia nel caso di nomina obbligatoria, avranno la possibilità di scegliere tra:

- il sindaco;

- il collegio sindacale;

- il revisore (più correttamente, il revisore legale dei conti o la società di revisione legale).

La scelta del soggetto al quale affidare il controllo determina, evidentemente, anche la possibilità da parte dei soci di scegliere il sistema dei controlli cui assoggettare la società:

- vigilanza concomitante alla gestione ex art. 2403 c.c. e funzione di revisione legale ex art. 14 del D.Lgs. n. 39/2010 cumulativamente affidate al sindaco o al collegio sindacale;

- esclusiva funzione di revisione ex art. 14 del D.Lgs. n. 39/2010 affidata al revisore legale o alla società di revisione legale.

Viene poi rimarcato che l’organo di controllo interno (sindaco o collegio sindacale) è dotato di rilevanti poteri strumentali allo svolgimento di dette funzioni, nonché di poteri-doveri di intervento per la rimozione delle irregolarità eventualmente riscontrate.

Mentre in capo all’organo di controllo interno potranno dunque cumularsi la funzione di vigilanza e quella di revisione legale, al contrario, il revisore legale o la società di revisione potrà esercitare esclusivamente l’attività di revisione volta a verificare la regolare tenuta della contabilità sociale e la corretta rilevazione dei fatti di gestione nelle scritture contabili, nonché a esprimere il proprio giudizio sul bilancio di esercizio.

Quanto ai requisiti professionali, viene precisato che nei confronti dell’organo di controllo, tanto nella sua declinazione monocratica che pluripersonale, trovano applicazione le disposizioni sul collegio sindacale previste per le S.p.a..

Ne consegue che nel caso in cui l’organo di controllo (sindaco o collegio sindacale) svolga anche la funzione di revisione legale dei conti, tale organo dovrà essere necessariamente composto da soggetti che, oltre ad essere dotati dei medesimi requisiti professionali previsti dall’art. 2397, co. 2, c.c. per i sindaci di S.p.a., dovranno essere scelti tra i revisori legali dei conti (persone fisiche) iscritti nell’apposito registro, in applicazione di quanto previsto dall’art. 2409-bis c.c.

Per conseguenza, viene esclusa la possibilità che la società di revisione legale svolga, oltre alla funzione di revisione legale dei conti, anche la funzione di vigilanza sulla gestione ex art. 2403 c.c.

Adeguamento degli statuti esistenti

In sede di adeguamento degli statuti alle norme attualmente in vigore, salvo il caso in cui vi sia un semplice rinvio alla disciplina legale, riguardo ai casi di nomina obbligatoria di cui al secondo e terzo comma dell’art. 2477 c.c., lo statuto potrà prevedere:

- un sistema “opzionale” per la scelta dell’organo di controllo interno, rimettendo all’assemblea dei soci, in sede di conferimento dell’incarico, la scelta di nominare di volta in volta l’organo di controllo interno, nell’assetto monocratico o pluripersonale ovvero il revisore (persona fisica o società di revisione legale);

- un sistema “vincolante” che imponga l’adozione del sindaco unico o del collegio sindacale oppure del revisore. Qualora le disposizioni statutarie impongano la nomina di un organo di controllo interno, ma i soci preferiscano esternalizzare la funzione di revisione, lo statuto potrà, altresì, prevedere che tale funzione sia attribuita al revisore legale o alla società di revisione.

Effetti del nuovo assetto dei controlli sui collegi sindacali in carica

Quanto all’efficacia del nuovo assetto dei controlli, il legislatore ha precisato che nelle S.r.l. i collegi sindacali in carica alla data del 31.12.2011 rimangono in carica fino alla loro naturale scadenza (vale a dire fino alla data dell’assemblea convocata per l’approvazione del bilancio relativo al terzo esercizio della carica).

Effetti del nuovo assetto dei controlli sui collegi sindacali in scadenza

La novella dell’art 2477 c.c. solleva inoltre la questione relativa alla possibilità di modificare, in senso monocratico, la struttura dei collegi sindacali in scadenza nelle prossime assemblee per l’approvazione dei bilanci (e analogamente in caso di cessazione di tutti i sindaci per contestuale rinuncia all’incarico).

Occorre preliminarmente rammentare che il nuovo testo dell’art. 2477 c.c. prevede che l’organo di controllo interno è costituito da un solo membro effettivo “se lo statuto non dispone diversamente”.

Al fine di individuare il corretto assetto dei controlli, occorrerà analizzare caso per caso quanto disposto dagli attuali statuti sociali.

In proposito, vengono distinti i casi in cui gli statuti esistenti:

- in applicazione della disciplina previgente, prevedano la nomina del collegio sindacale, ossia dell’organo di controllo interno pluripersonale;

- nulla prevedano in materia di assetti dei controlli ovvero contengano un generico rinvio alla disciplina legale.

Nel primo caso, viene ritenuto che la possibilità di nominare il sindaco unico (ovvero esclusivamente il revisore legale) non sia immediatamente applicabile. A fronte dell’attuale regime statutario, si renderà infatti necessaria una preventiva modificazione dello statuto. In altre parole, ai fini della legittima introduzione della figura del sindaco unico (o del solo revisore legale), i soci dovranno decidere di mutare pattiziamente la struttura dei controlli, adeguandola al regime legale introdotto dalla nuova formulazione dell’art. 2477 c.c..

Non viene, pertanto, condivisa la prassi di consentire l’iscrizione nel registro delle imprese della nomina del sindaco unico, anche quando gli statuti sociali continuano a prevedere e disciplinare la nomina del collegio sindacale.

In tali ipotesi, la nomina del sindaco unico si pone in contrasto con quanto disposto dall’art. 2477 c.c. che consente la nomina dell’organo di controllo monocratico solo se non diversamente disposto dallo statuto.

Viceversa, nel caso in cui lo statuto non contenga specifiche previsioni in materia di controlli o si limiti a rinviare alle norme di legge, la nuova disciplina è da intendersi integrativa degli esistenti regimi statutari e dunque immediatamente applicabile, senza necessità di alcuna modifica statutaria (fermo restando che i collegi sindacali esistenti rimangono in carica fino alla loro naturale scadenza).

Effetti dell’irregolare composizione dell’organo di controllo

Sotto il profilo operativo, si pone il problema delle conseguenze derivanti dalla scelta di nominare un sindaco unico in luogo di un collegio sindacale e, in particolare, degli effetti che potrebbero derivarne nei confronti della società.

A tal proposito viene evidenziato che secondo l’uniforme orientamento della giurisprudenza, nel funzionamento e nella costituzione del collegio sindacale è insito un meccanismo di reciproca integrazione che non si riduce alla semplice espressione di voto, ma si realizza invece in forme di integrazione di competenze professionali diverse, che rendono l’attività di ciascun componente complementare a quella degli altri.

Per queste ragioni, in caso di “non ortodossa” composizione dell’organo di controllo, quest’ultimo non può dirsi regolarmente costituito: ne deriva che tutti gli atti decisi o eseguiti di sua competenza e quelli nei quali risulta essenziale l’apporto soggettivo e/o oggettivo dello stesso devono considerarsi illegittimi.

Nel caso di nomina di sindaco unico in luogo del collegio sindacale, laddove tale organo di controllo interno sia previsto dal regime statutario attualmente vigente, saranno quindi illegittime le deliberazioni dell’organo di controllo interno e tutti i documenti, relazioni e pareri da quest’ultimo prodotti.

In particolare, sarà illegittima la delibera di approvazione del bilancio perché la relazione del sindaco unico costituisce un elemento indefettibile del procedimento.

Per le stesse ragioni, a titolo meramente esemplificativo, saranno illegittime la deliberazione del compenso spettante all’amministratore, se commisurato agli utili risultanti dal bilancio, nonché il conferimento dell’incarico di revisione legale dei conti; ed ancora, la deliberazione di determinazione dei compensi agli amministratori investiti di particolari cariche ai sensi dell’art. 2389, co. 3, c.c.

Verrebbe in definitiva a cadere una delle componenti fondamentali dell’assetto organizzativo delle società di capitali, le quali si ritroverebbero prive di un organo sociale correttamente formato e in particolare di quello deputato alla funzione di controllo; in tal caso potrebbe configurarsi l’impossibilità di legittimo funzionamento della struttura di governance.

La disciplina applicabile al sindaco unico

Alla luce dell’attuale formulazione dell’art. 2477 c.c. viene ritenuto che il “sindaco unico” costituisca il modello di default dell’organo di controllo interno, ferma restando la possibilità per lo statuto di imporre, anche in tali casi, la nomina di un organo di controllo pluripersonale.

Quanto alla disciplina applicabile, in virtù del richiamo alle norme delle S.p.a., al sindaco unico delle S.r.l. si applicheranno, in quanto compatibili, le disposizioni in tema di collegio sindacale (artt. 2397-2409 c.c.), nonché le Norme di comportamento del collegio sindacale elaborate dal Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili.

Al sindaco competono, dunque, i medesimi doveri, poteri e responsabilità attualmente attribuiti al collegio sindacale.

Quanto ai requisiti professionali del sindaco unico, pur nel silenzio della legge, viene ritenuto che nel caso di nomina obbligatoria, dovendo svolgere anche la funzione di revisione legale dei conti, il sindaco, oltre ovviamente ad essere in possesso dei requisiti professionali di cui all’art. 2397 c.c., dovrà essere necessariamente scelto tra i revisori legali dei conti (persone fisiche), in analogia con quanto previsto dall’art. 2409-bis c.c. in tema di S.p.a.

Viene poi osservato che il legislatore non ha previsto la nomina di alcun supplente del sindaco unico.

Se ne potrebbe dedurre che la nomina del supplente non debba essere obbligatoriamente prevista dallo statuto, né deliberata in sede di nomina del sindaco unico.

Tuttavia, viene evidenziato che la nomina di un sindaco supplente consentirebbe, ai sensi dell’art. 2401 c.c., la sostituzione automatica dell’unico sindaco che dovesse venir meno nel corso dell’incarico, garantendo in tal modo la continuità di svolgimento delle funzioni di controllo.

Ammissibilità della nomina di società di revisione

Infine, viene osservato che l’art. 2477 c.c. si riferisce alla possibilità di nominare un “revisore”.

A tal fine, si pone la questione se l’attuale assetto dei controlli della S.r.l. contempli anche la possibilità di designare una società di revisione legale, in luogo di una persona fisica.

A seguito dell’entrata in vigore del D.Lgs. n. 39/2010, il legislatore ha provveduto a distinguere il “revisore legale”, persona fisica, dalla “società di revisione”.

Dalla scelta della generica espressione di “revisore” adottata nell’art. 2477 c.c. viene dedotto che il legislatore abbia voluto riferirsi indifferentemente alla possibilità di affidare la revisione legale dei conti sia alle persone fisiche sia alle persone giuridiche iscritte nell’apposito registro.

Sul punto viene comunque auspicato un intervento correttivo volto ad armonizzare, quantomeno sul piano lessicale, l’art. 2477 c.c. con quanto disposto dal D.Lgs. n. 39/2010 in tema di revisione legale dei conti.

La società di revisione legale potrà esercitare esclusivamente la funzione di revisione legale dei conti e non anche la funzione di vigilanza ex art. 2403 c.c..

 

Vincenzo D’Andò