Studi di settore: una chance per il contribuente inerte?

Con la sentenza n. 1864 dell’ 8 febbraio 2012, la Corte di Cassazione ha stabilito che l’accertamento, fondato sugli studi di settore, può essere annullato anche nel caso in cui il contribuente, risultato congruo, non partecipi al contraddittorio.
La conclusione, come vedremo, deriva dal principio enunciato dalla stessa Corte nella sentenza n. 26635 /2009.
 
Il ricorso
Il ricorso proposto davanti la Corte di Cassazione, contro l’Agenzia delle Entrate, tende all’annullamento della sentenza con cui la CTR di Roma dichiarava legittimo un avviso d’accertamento Irpef – IVA e SSN col quale erano stati determinati maggiori ricavi, per l’anno d’imposta 1996, in base ai parametri.
 
I giudici di seconde cure, avevano giustificato il decisum contestato, “nella sostanziale considerazione della legittimità e congruità dei coefficienti parametrici, utilizzati dall’Ufficio per la determinazione del reddito ed, altresì, rilevando che il contribuente, sul quale incombeva il relativo onere, non aveva adempiuto all’onere probatorio”.
Il ricorrente impugna la sentenza per violazione e falsa applicazione dell’art. 360, nr. 3 e 5 c.p.c. L’Agenzia resiste con controricorso e chiede che l’impugnazione venga dichiarata inammissibile e, comunque, rigettata.
 
La sentenza
La Corte di Cassazione richiama il principio affermato nella sentenza n. 26635/2009, secondo cui “La procedura di accertamento tributario standardizzato mediante l’applicazione dei parametri o degli studi di settore costituisce un sistema di presunzioni semplici, la cui gravità, precisione e concordanza non è “ex lege” determinata dallo scostamento del reddito dichiarato rispetto agli “standards” in sé considerati – meri strumenti di ricostruzione per elaborazione statistica della normale redditività – ma nasce solo in esito al contraddittorio da attivare obbligatoriamente, pena la nullità 1 dell’accertamento, con il contribuente.
In tale sede, quest’ultimo ha l’onere di provare, senza limitazione alcuna di mezzi e di contenuto, la sussistenza di condizioni che giustificano l’esclusione dell’impresa dall’area dei soggetti cui possono essere applicati gli “standards” o la specifica realtà dell’attività’ economica nel periodo di tempo in esame, mentre la motivazione dell’atto di accertamento non può esaurirsi nel rilievo dello scostamento, ma deve essere integrata con la dimostrazione dell’applicabilità in concreto dello “standard” prescelto e con le ragioni per le quali sono state disattese le contestazioni sollevate dal contribuente.
L’esito del contraddittorio, tuttavia, non condiziona l’impugnabilità dell’accertamento, potendo il giudice tributario liberamente valutare tanto l’applicabilità degli “standards” al caso concreto, da dimostrarsi dall’ente impositore, quanto la controprova offerta dal contribuente che, al riguardo, non è vincolato alle eccezioni sollevate nella fase del procedimento amministrativo e dispone della più ampia facoltà, incluso il ricorso a presunzioni semplici, anche se non abbia risposto all’invito al contraddittorio in sede amministrativa, restando inerte. In tal caso, però, egli assume le conseguenze di questo suo comportamento, in quanto l’Ufficio può motivare l’accertamento sulla sola base dell’applicazione degli “standards”, dando conto dell’impossibilità di costituire il contraddittorio con il contribuente, nonostante il rituale invito, ed il giudice può valutare, nel quadro probatorio, la mancata risposta all’invito – CONF. N 23602/2008, n.26459/2008, n.4148/2009;”
 
Alla luce di tale principio la Corte, in assenza di considerazioni da parte dell’Agenzia delle entrate che permettessero di superare le obiezioni sollevate dal contribuente, in particolare l’osservazione che metteva in …

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