Novità fiscali del 3 aprile 2012, modificati i fogli avvertenze della cartella di pagamento a seguito dell’introduzione degli strumenti del reclamo e mediazione tributaria

Pubblicato il 3 aprile 2012



ACE spiegata dall’IRDCEC: tra gli argomenti trattati i chiarimenti per i soggetti IRPEF; è on line il “Cassetto Previdenziale per Artigiani e Commercianti”; diritto alla detrazione IVA non legato al versamento; risarcimento danni per il dipendente: tutti i chiarimenti fiscali; tutela amministrativa in materia di clausole vessatorie nei contratti tra imprese e consumatori; reclamo e mediazione tributaria: modificati i fogli avvertenze della cartella di pagamento

 

Indice:

1) ACE spiegata dall’IRDCEC: tra gli argomenti trattati i chiarimenti per i soggetti IRPEF

2) E’ on line il “Cassetto Previdenziale per Artigiani e Commercianti”

3) Diritto alla detrazione Iva non legato al versamento

4) Risarcimento danni per il dipendente: tutti i chiarimenti fiscali

5) Tutela amministrativa in materia di clausole vessatorie nei contratti tra imprese e consumatori

6) Reclamo e mediazione tributaria: modificati i fogli avvertenze della cartella di pagamento

 

 

1) ACE spiegata dall’IRDCEC: Tra gli argomenti trattati i chiarimenti per i soggetti IRPEF

L’IRDCEC, con un proprio documento di prassi spiega l’ACE (l’aiuto alla crescita economica).

Questi gli argomenti trattati dall’Istituto di Ricerca dei Commercialisti nella circolare n. 28/IR del 29.03.2012:

Ambito soggettivo; soggetti IRES; meccanismo di applicazione; presupposti dell’agevolazione; determinazione del nuovo capitale proprio; variazioni positive del patrimonio; conferimenti in denaro; accantonamenti a riserva di utili; variazione negative del patrimonio; momento di rilevanza delle variazioni; tassazione consolidata e regime di trasparenza; tassazione consolidata; regime di trasparenza fiscale; disposizioni antielusive; acquisto di aziende; acquisto di partecipazioni; conferimenti in denaro; conferimenti in denaro provenienti dall’estero; crediti da finanziamento; operazioni straordinarie e ACE; limite del patrimonio netto; soggetti IRPEF.

Vediamone di seguito alcuni di tali argomenti sopra elencati.

La Legge n. 214 del 22.12.2011 introduce un beneficio che si sostanzia in una deduzione dal reddito imponibile del rendimento figurativo degli apporti di capitale. E’ poi seguito il Decreto attuativo del 14.03.2012.

La misura, denominata ACE (aiuto alla crescita economica) costituisce, quindi, un incentivo alla capitalizzazione, sotto forma di conferimenti in denaro e di utili reinvestiti nell’impresa.

La misura, per quanto attiene alle finalità, ricorda la dual income tax (DIT) introdotta con il D.Lgs. n. 466/1997.

In considerazione delle analogie che caratterizzano alcuni aspetti della norma sull’ACE con le disposizioni già previste per la DIT, l’IRDEC, nel redigere i propri chiarimenti, si è avvalsa dei documenti di prassi amministrativa dell’epoca (come la circolare dell’allora Ministero delle finanze n. 76/E del 1998).

Il beneficio si applica già dal periodo di imposta in corso al 31.12.2011. La concreta determinazione della eventuale quota di reddito agevolabile avverrà, pertanto, già in sede di presentazione del Modello Unico 2012, per gli incrementi di capitale proprio formati nel corso del medesimo periodo.

Ambito soggettivo

Possono fruire dell’agevolazione:

- Le società e gli enti indicati nell’art. 73, comma 1, lett. a) e b), del Tuir;

- le società e gli enti commerciali (non residenti) di cui all’art. 73, comma 1, lettera d), del Tuir con riguardo alle stabili organizzazioni nel territorio dello Stato;

- le imprese individuali, le società in nome collettivo e in accomandita semplice in regime di contabilità ordinaria.

La norma individua, quindi, tra i beneficiari della disposizione agevolativa le società per azioni, in accomandita per azioni e a responsabilità limitata, le società cooperative, di mutua assicurazione, gli enti pubblici e privati aventi per oggetto esclusivo o principale l’esercizio di un’attività commerciale (ivi compresi i trust e i consorzi. Sono esclusi dall’ambito di applicazione gli enti non commerciali, ancorché esercenti un’attività commerciale.

In riferimento alle società di persone di natura commerciale e alle imprese individuali, la norma subordina l’applicazione della disciplina agevolativa ai soli soggetti in regime di contabilità ordinaria.

L’art. 9 del decreto di attuazione ha poi previsto ulteriori ipotesi di esclusione soggettiva dalla disciplina, stabilendo che il beneficio non si applica alle società:

a) assoggettate alle procedure di fallimento, dall’inizio dell’esercizio in cui interviene la dichiarazione di fallimento;

b) assoggettate alle procedure di liquidazione coatta, dall’inizio dell’esercizio in cui interviene il provvedimento che ordina la liquidazione;

c) assoggettate alle procedure di amministrazione straordinaria delle grandi imprese in crisi, dall’inizio dell’esercizio in cui interviene il decreto motivato che dichiara l’apertura della procedura di amministrazione straordinaria sulla base del programma di cessione dei complessi aziendali;

d) che svolgono come attività prevalente quelle attività per le quali hanno esercitato l’opzione di cui all’art. 155 del Tuir (cd. tonnage tax), intendendosi per attività prevalente l’attività dalla quale deriva, nel corso del periodo d’imposta, il maggiore ammontare di ricavi (così come risultanti dal conto economico).

Viceversa, la norma non esclude dall’ambito di applicazione dell’ACE le società in liquidazione e quelle che hanno avviato procedure che prevedono, invece, la contlnuazione dell’attività d’impresa allo scopo di evitare l’instaurarsi di procedure concorsuali.

Nell’ipotesi di determinazione di un reddito presunto ai sensi della normativa sulle cd. società di comodo (art. 30 della L. n. 724 del 1994), si è posto il problema se la quota ACE possa essere portata in diminuzione del reddito minimo. Nel senso di potersi avvalere delle misure agevolative a decurtazione del reddito minimo presunto, si è peraltro espressa l’Agenzia delle Entrate nella circolare n. 53/E del 2009 concernente il c.d. “bonus capitalizzazione”

Al riguardo, l’IRDCEC ha rilevato che nel prospetto per la determinazione del reddito minimo delle società di comodo contenuto nel Modello Unico SP 2012 è stata inserita nel rigo RS 19 una casella nella quale è richiesta l’indicazione della quota ACE determinata in capo alla società e indicata nel rigo RS 45 col. 7. Nelle istruzioni al modello viene precisato che tale importo va portato in diminuzione del reddito minimo presunto determinato in base all’applicazione dei coefficienti previsti dalla legge. E’ questa una soluzione al dilemma che viene condivisa dall’IRDCEC.

Anche se analoga esplicita indicazione della quota ACE non viene richiesta nel prospetto relativo alle società di comodo contenuto nel Modello Unico SC del 2012, l’IRDCEC ritiene che anche per le società di capitali valga la medesima conclusione.

Soggetti IRES

Il meccanismo applicativo, in linea generale, è piuttosto semplice. Sull’incremento patrimoniale viene riconosciuto un rendimento calcolato con una determinata percentuale che incorpora il rischio di impresa.

Questo rendimento, che per i primi tre periodi di applicazione della norma è fissato al 3%, genera una deduzione dall’imponibile IRES valida nell’anno in cui si verifica l’incremento e in ciascun esercizio successivo fino a quando il patrimonio non diminuisce a seguito di ridu2ioni indicate come rilevanti dalla legge.

Poiché l’aliquota IRES è fissata nella misura del 27,50%, il risparmio fiscale effettivo generato dall’ACE (con il rendimento del 3%) è, per ogni anno, pari allo 0,825% dell’incremento patrimoniale.

Ad es., un incremento del capitale investito di 100.000 euro attribuisce, dopo tre anni, un risparmio di 2.475 euro.

Dal periodo di imposta 2014, il rendimento nozionale del nuovo capitale proprio verrà determinato mediante applicazione dell’aliquota percentuale individuata annualmente con decreto del MEF da emanare entro il 31 gennaio dell’anno successivo a quello di riferimento.

Presupposti dell’agevolazione

Concorrono alla formazione del nuovo capitale proprio:

a) come variazioni in aumento:

- i conferimenti in denaro;

- gli utili accantonati a riserva, ad esclusione di quelli destinati a riserve non disponibili;

b) come variazioni in diminuzione:

- le riduzioni di patrimonio netto con attribuzione ai soci, a qualsiasi titolo effettuate;

- gli acquisti di partecipazioni in società controllate;

- gli acquisti di aziende o di rami di aziende.

In ciascun periodo di imposta, il nuovo capitale proprio che assume rilevanza agli effetti della disciplina è l’incremento - pari alla somma algebrica delle variazioni in aumento e in diminuzione di cui sopra - rispetto al patrimonio netto esistente alla chiusura dell’esercizio in corso al 31.12.2010, come individuato dalle risultanze del relativo bilancio, con esclusione dell’utile di esercizio.

Difatti, nei modelli di dichiarazione il prospetto appositamente previsto per la determinazione della quota ACE non contiene alcun riferimento al patrimonio netto al 31.12.2010, ma occorre solo dare conto degli incrementi e dei decrementi realizzati nel periodo di imposta

Determinazione del nuovo capitale proprio

I conferimenti in denaro eseguiti in attuazione di una delibera di aumento di capitale rilevano solo se tale delibera sia stata assunta dopo l’esercizio in corso al 31.12.2010. Al riguardo, non rilevano i conferimenti in denaro relativi ad aumenti di capitale deliberati/sottoscritti entro la chiusura del periodo di imposta in corso al 31.12.2010, ancorché eseguiti successivamente a tale data.

Per le società di persone, occorre fare riferimento alla data di iscrizione nel registro delle imprese della delibera di aumento di capitale che prevede conferimenti dei soci, costituendo dette delibere modificazioni dell’atto costitutivo soggette all’obbligo di iscrizione.

Limite del patrimonio netto

Il decreto, in sede di attuazione, ha introdotto il limite del patrimonio netto.

In particolare, l’art. 11 stabilisce che, in ciascun esercizio, la variazione in aumento rilevante ai fini dell’ACE, così come risultante dalla somma algebrica delle variazioni positive e negative, non può comunque eccedere il patrimonio netto risultante dal relativo bilancio, con esclusione delle riserve per acquisto di azioni proprie.

Viene osservato che dalla compilazione dei modelli di dichiarazione Unico 2012 si evince che il limite del patrimonio netto opera dopo che alla somma algebrica delle variazioni positive e negative del capitale proprio sono state applicate le sterilizzazioni derivanti dall’applicazione delle norme antielusive (corrispettivi per acquisizione di aziende e partecipazioni, conferimenti infragruppo, incrementi dei crediti di finanziamento, ecc.)

Ai fini dell’ACE, si calcolano gli incrementi del capitale proprio (conferimenti in denaro e accantonamenti di utili a riserva, ad esclusione di quelle non disponibili), poi i decrementi pari alle attribuzioni ai soci e prima di applicare il limite del patrimonio netto si aggiungono ai decrementi le riduzioni derivanti dall’applicazione delle norme antielusive.

Soltanto dopo si applica il limite del patrimonio netto. La scelta effettuata, rispetto a quella del passato, è più favorevole alle imprese, in quanto può consentire di ottenere una maggiore quota ACE utilizzabile.

Soggetti IRPEF

Il decreto di attuazione si occupa anche della disciplina per le imprese assoggettate a IRPEF.

Il beneficio compete anche per il reddito d’impresa di persone fisiche, società in nome collettivo e in accomandita semplice in regime di contabilità ordinaria, in modo da assicurare un beneficio conforme a quello garantito ai soggetti IRES.

In particolate, l’art. 8 del decreto ha regolato l’applicazione dell’ACE per le imprese individuali e le società di persone in regime di contabilità ordinaria, per natura o per opzione.

Viene previsto che si assume quale entità agevolabile agli effetti dell’ACE il patrimonio netto così come risultante dalla contabilità al termine di ciascun esercizio.

Nessuna rilevanza assume, pertanto, la composizione della variazione del capitale proprio.

Tutto il patrimonio netto contabile costituisce la base su cui applicare il rendimento nozionale, non assumendo alcun rilievo che si tratti di capitale di vecchia formazione (vale a dire, risultante dall’esercizio 2010) ovvero di nuova formazione, anche derivante da apporti in natura.

Il riferimento al patrimonio netto include anche l’utile dell’esercizio; ovviamente tale entità va considerata al netto di eventuali prelevamenti in conto utili effettuati dall’imprenditore o dai soci.

Rilevano, altresì tutte le riserve di utile, a nulla influendo le specifiche disposizioni sul punto applicabili alle società di capitali e agli enti commerciali.

Infine, il comma 3 dell’art. 8 del decreto stabilisce che la quota ACE concorre alla formazione del reddito complessivo, ai fini della determinazione dell’IRPEF, nonché delle detrazioni spettanti.

In sostanza, la disposizione rende rilevante la quota ACE ai fini della individuazione delle aliquote per scaglioni di reddito di cui all’art. 11 del Tuir; pertanto, il reddito agevolato, in presenza di altri redditi imponibili, concorre alla formazione del primo scaglione e dei successivi fino a concorrenza del suo intero ammontare.

Gli eventuali altri redditi, rispetto a quello agevolato, si aggiungono a quest’ultimo ai fini della formazione degli scaglioni successivi.

Parimenti, ai fini della determinazione delle detrazioni per carichi di famiglia, di lavoro, per oneri e per canoni di locazione, la quota ACE concorre alla formazione del reddito complessivo, rilevando in tutti i casi in cui la misura di tali detrazioni è correlata all’importo di tale reddito.

 

2) E’ on line il “Cassetto Previdenziale per Artigiani e Commercianti”

E’ stato pubblicato il “Cassetto Previdenziale per Artigiani e Commercianti”.

L’Inps, con il messaggio n. 5769 del 02.04.2012, ha comunicato che a decorrere dal 02.04.2012, è stata messa in linea la nuova funzionalità Cassetto Previdenziale Artigiani e Commercianti.

Il Cassetto Previdenziale Artigiani e Commercianti nasce dall’esigenza di facilitare per i cittadini, iscritti alle gestioni autonome degli artigiani e commercianti, la consultazione dei dati contenuti negli archivi dell’Istituto, fornendo, in tempo reale, una situazione riassuntiva delle informazioni inerenti la propria posizione previdenziale.

Il Cassetto previdenziale, infatti, offre la visione d’insieme della situazione aziendale tramite un unico canale di accesso alle informazioni contenute negli archivi gestionali dell’INPS.

Per suo tramite, i contribuenti hanno a disposizione la possibilità di verificare la propria posizione assicurativa e previdenziale, nonché di stampare i mod. F24 utili al versamento della contribuzione dovuta alla gestione di competenza.

A tale funzione si potrà accedere, direttamente o per il tramite di un intermediario delegato, attraverso il sito dell’Istituto www.inps.it, nell’ambito della sezione dedicata ai “Servizi online”, autenticandosi con il PIN di accesso abbinato al proprio codice fiscale.

Attraverso questo nuovo strumento, i titolari iscritti alle gestioni autonome degli artigiani e degli esercenti attività commerciali, potranno utilizzare le varie attività di consultazione previste per:

- Visualizzare la posizione anagrafica del titolare e dei componenti il nucleo aziendale, inserendo o modificando i recapiti presenti, selezionando il link “modifica”;

- Conoscere la propria situazione debitoria/creditoria;

- Conoscere la propria situazione assicurativa (estratto conto previdenziale);

- Visualizzare l’elenco dei versamenti della singola posizione Artigiano o Commerciante;

- Effettuare attività di utility quali ad esempio: calcolo della contribuzione dovuta oltre il minimale di reddito – generazione del codice inps per i versamenti alla gestione previdenziale – consultazione delle quote contributive dovute;

- Conoscere la situazione delle iscrizioni a ruolo (estratto Cartelle/Avvisi di Addebito) e degli avvisi bonari ricevuti;

- Gestire l’attività di delega all’accesso alle funzioni previste dal Cassetto Previdenziale a soggetto di propria fiducia, con le funzioni di inserimento e cancellazione di eventuali deleghe;

- Conoscere i codici da utilizzare per il versamento della contribuzione corrente a mezzo Mod. F24.

Riguardo l’emissione dei modelli F24, l’Inps comunica che a partire dal pagamento della prima rata per l’anno 2012 (I rata della contribuzione dovuta entro il minimale di reddito 2012 con scadenza 16.05.2012) l’Istituto non invierà più i modelli F24 ma la sola lettera informativa corredata delle avvertenze.

Ovviamente, l’accesso a dette funzionalità viene consentito solo ai soggetti titolari di una o più posizioni previdenziali, mentre l’accesso da parte di un soggetto coadiuvante/coadiutore consente esclusivamente la consultazione del proprio estratto conto previdenziale.

Gli iscritti e gli intermediari delegati potranno ricevere assistenza chiamando il n. verde 803164.

 

3) Diritto alla detrazione Iva non legato al versamento

Il diritto alla detrazione dell’Iva può essere esercitato a prescindere dell’effettivo versamento dell’imposta dovuta da parte del titolare del diritto a detrazione.

E’ quanto contenuto nella sentenza della Corte UE del 29.03.2012 nel procedimento C-414/10.

Il caso di specie ha riguardato l’interpretazione dell’art. 17 della sesta direttiva comunitaria (n. 388 del 1977).

Dalla lettura del citato art. 17 emerge che ogni soggetto passivo è autorizzato a detrarre l’Iva per i beni importati nel territorio dello Stato.

I soggetti passivi, pertanto, possono detrarre l’Iva per i beni di loro proprietà o che saranno ceduti. Quindi, la detrazione è prevista sia per l’imposta già versata sia per quella da versare in futuro.

Dal combinato disposto dell’articolo 17, con l’art. 10 della sesta direttiva deriva che il diritto a detrazione Iva sia indipendente dall’avvenuto pagamento del corrispettivo versato per i beni importati.

Per conseguenza il diritto a detrazione dell’Iva all’importazione non può essere subordinato all’effettivo pagamento dell’Iva.

A tale conclusione si perviene richiamando anche l’articolo 18 della sesta direttiva rubricato “Modalità di esercizio del diritto a deduzione”, per il quale il diritto a detrazione non viene subordinato affatto all’effettivo previo pagamento dell’imposta all’importazione. Tale interpretazione, si conforma ai principi della sesta direttiva Iva secondo cui il diritto a detrazione non può essere limitato in quanto parte integrante del più complesso meccanismo dell’imposta sul valore aggiunto. Questo è vero, a maggior ragione, tanto più se si fa riferimento al principio della neutralità fiscale che il ricordato sistema comune dell’Iva è finalizzato a garantire. Diversamente, consentire la detrazione soltanto previo effettivo pagamento significherebbe far gravare sul soggetto passivo, seppur temporaneamente, l’onere dell’imposizione economica che il meccanismo della detrazione è invece finalizzato a non consentire. Quanto al pericolo di frode o evasione fiscale, il rischio è scongiurato in quanto il soggetto che si avvale della detrazione è tenuto a dimostrare la sussistenza dei presupposti del diritto a detrazione.

A conclusione della disamina della questione pregiudiziale i giudici comunitari ritengono che una normativa nazionale, come quella di cui alla causa principale, non è compatibile con le disposizioni della sesta direttiva Iva e, in particolare, con l’art. 17, paragrafo 2, lettera b).

 

4) Risarcimento danni per il dipendente: Tutti i chiarimenti fiscali

Sul dilemma, di quale sia il trattamento fiscale delle somme riconosciute al dipendente quale risarcimento in una causa di lavoro, ha posto rimedio la Fondazione studi dei Consulenti del Lavoro, con il parere n. 12 del 27.03.2012.

Il reddito di lavoro dipendente è costituito, secondo l’art. 51 del TUIR dalle “somme e i valori in genere, a qualunque titolo percepiti nel periodo d'imposta, anche sotto forma di erogazioni liberali, in relazione al rapporto di lavoro”. Bisogna, tuttavia, tener conto che costituiscono redditi di lavoro dipendente anche somme conseguite in sostituzione di tali redditi.

Infatti, il comma 2 dell’art. 6 del TUIR prevede che i proventi conseguiti in sostituzione di redditi, anche per effetto di cessione dei relativi crediti, e le indennità conseguite, anche in forma assicurativa, a titolo di risarcimento di danni consistenti nella perdita di redditi, esclusi quelli dipendenti da invalidità permanente o da morte, costituiscono redditi della stessa categoria di quelli sostituiti o perduti.

Alla luce delle suddette disposizione normativa deve essere valutata la rilevanza fiscale dei risarcimenti disposti dal giudice in contenziosi in cui è parte in causa il dipendente, nell’ipotesi in cui a quest’ultimo venga riconosciuto un risarcimento.

A parte quanto viene precisato in seguito, costituisce reddito il risarcimento che deriva da un danno da lucro cessante, ossia il provento che sostituisce il reddito di lavoro, mentre non rileva ai fini fiscali il risarcimento del danno emergente.

Il trattamento fiscale del risarcimento dipenderà, pertanto, dal titolo riconosciuto con la sentenza alla somma liquidata.

Peraltro, il confine tra le due fattispecie si presenta spesso labile e talvolta le pronunce della giurisprudenza non del tutto univoche.

Quando il risarcimento costituisce reddito

Secondo la Cassazione, in base al dettato dell’art. 6, comma 2 del TUIR, devono essere considerati redditi da lavoro dipendente, assoggettati ad IRPEF, tutti i proventi e le indennità derivanti da un rapporto di lavoro, pur se conseguiti in sostituzione di redditi o a titolo di risarcimento di danni consistenti nella perdita di redditi, esclusi quelli dipendenti da invalidità permanente o da morte (Cassazione n. 16014 del 2004), ciò anche quando tali somme vengano percepite a seguito di transazione.

Pertanto, il risarcimento costituisce reddito imponibile se e nei limiti in cui abbia la funzione di reintegrare un danno che consiste nella mancata percezione di redditi (cosiddetto principio sostitutivo); non è invece, tassabile ogni risarcimento inteso a riparare un pregiudizio di natura diversa da quella reddituale (Cassazione n. 9893 del 1997; n. 12798 del 2002, n. 14241 del 2000 e n. 1467 del 2001).

Ad esempio:

- In caso di ingiustificato licenziamento in cui, in seguito a sentenza è riconosciuto un risarcimento anche per gli stipendi non pagati nelle more del giudizio, cui segue il reintegro nella posizione lavorativa, l’importo liquidato a tale titolo costituisce indubbiamente reddito di lavoro dipendente e come tale soggetto a tassazione;

- l’indennità di preavviso che spetta al dipendente per la risoluzione del rapporto di lavoro costituisce il ristoro per mancato guadagno direttamente correlato al licenziamento.

La Cassazione, inoltre, ha affermato in caso di transazione in cui resti ferma la cessazione del rapporto di lavoro (viene ritenuto che il principio possa essere esteso anche alle somme liquidate in sentenza), che esiste una presunzione relativa della natura reddituale delle somme liquidate al dipendente.

La Corte ha stabilito, infatti, che alla somma versata al lavoratore deve essere presuntivamente attribuita, al di là delle qualificazioni formalmente adottate dalle parti, la natura di ristoro della perdita delle retribuzioni che la prosecuzione del rapporto avrebbe implicato.

Si tratta, tuttavia, di una presunzione relativa che può essere superata nel caso in cui si adduca e risulti una diversa causale del relativo esborso.

La prova della natura risarcitoria di danno emergente da attribuire alla somma costituisce frutto dell’interpretazione data dal giudice di merito ad un atto negoziale sulla base degli elementi acquisiti al processo (Cassazione n. 12798 del 2002)

Quando il risarcimento non costituisce reddito

La Cassazione sembra aver definito un concetto “residuale” del risarcimento che non costituisce reddito per il dipendente, stabilendo dei criteri per accertare la natura non reddituale delle somme liquidate.

Infatti, la Suprema Corte ritiene che al fine di poter negare l’assoggettabilità ad Irpef di un’erogazione economica effettuata a favore del prestatore di lavoro da parte del datore di lavoro, è necessario:

- accertare che l’erogazione non trovi la sua causa nel rapporto di lavoro, e, se ciò non viene positivamente escluso;

- accertare che l’erogazione, in base all’interpretazione della concreta volontà manifestata dalle parti, non trovi la fonte della sua obbligatorietà in:

a) redditi sostituiti;

b) risarcimento di danni consistenti nella perdita di redditi futuri, cioè successivi alla cessazione od all’interruzione del rapporto di lavoro.

Qualora dall’applicazione dei suddetti criteri non emerga la natura reddituale del risarcimento, lo stesso sarà considerato conseguito in ristoro di un danno patrimoniale che, come tale, non costituisce reddito per il dipendente (Cassazione n. 16014 del 2004).

Resta, tuttavia, da stabilire in cosa consista il “danno patrimoniale” e, a tal fine, è necessario analizzare il titolo con cui il risarcimento è liquidato in sentenza.

Danno per pregiudizio all’immagine

La corresponsione di una ulteriore somma a titolo di risarcimento del danno per il pregiudizio all’immagine, conseguente al licenziamento cagionato al patrimonio professionale del lavoratore, ristora il danno emergente rappresentato dall’ingiusta diminuzione del valore professionale del lavoratore conseguita allo scioglimento del rapporto lavorativo senza giusta causa (Cassazione n. 4099 del 2000).

Sul punto, anche l’Agenzia delle entrate ha confermato che le somme erogate, che trovino titolo nella necessità di ristorare danni all’immagine propriamente detti, devono considerarsi non imponibili (Agenzia delle Entrate, risoluzione n. 106 del 2009)

Perdita di chance

Altra fattispecie di danno patrimoniale è rappresentata dalla “perdita di chance”, che consiste nella privazione della possibilità di sviluppi o progressioni nell’attività lavorativa; la chance, infatti, è stata considerata una entità patrimoniale giuridicamente ed economicamente valutabile.

La lesione di tale diritto costituisce, per questo motivo, un danno patrimoniale risarcibile consistente non in un lucro cessante, bensì nel danno emergente da perdita di una possibilità attuale (Cassazione n. 29579 del 2011).

Anche per l’Agenzia delle entrate le somme liquidate a titolo di perdita di chance professionali possono essere correttamente qualificate alla stregua di risarcimenti di danno emergente(Agenzia delle Entrate, risoluzione n. 106 del 2009).

Reintegrazione di energie psicofisiche e danno biologico

Non è assoggettabile a tributo neanche l’indennità corrisposta dal datore di lavoro, a titolo di risarcimento del danno, per la reintegrazione delle energie psicofisiche spese dal lavoratore oltre l’orario massimo di lavoro da lui esigibile(Cassazione n. 28887 del 2008), allo stesso modo delle varie forme di danno biologico.

Quest’ultimo, infatti, anche conseguito in base a transazione, non costituisce reddito imponibile in quanto non destinato a reintegrare un danno concretatosi nella mancata percezione del reddito ma si risolve in un risarcimento del danno

corrisposto per riparare un pregiudizio diverso costituente il cd. danno emergente (CTR Sicilia, sentenza n. 57 del 2005)

Indennità per ingiustificato licenziamento

Altra fattispecie presa in esame dalla Cassazione è il risarcimento conseguente al licenziamento ingiustificato. Se il datore di lavoro recede anticipatamente ed unilateralmente dal contratto contro la volontà ed “in danno”del prestatore di lavoro subordinato, la natura risarcitoria è in re ipsa; nel fatto stesso che il dipendente sia stato ingiustificatamente licenziato. Da ciò discende che con la somma erogata il datore di lavoro non corrisponde la retribuzione o somme accessorie alla retribuzione, ma risarcisce al dipendente il danno che egli subisce a causa del licenziamento ingiustificato.

Tuttavia, secondo la Suprema Corte, l’indennità supplementare per licenziamento ingiustificato corrisposta, sulla base della contrattazione collettiva, ai dirigenti di azienda incorsi in licenziamento ingiustificato, in tanto può essere considerata tassabile, in quanto risulti accertata la relativa fattuale destinazione a coprire un danno consistito nella perdita di redditi (retribuzioni che sarebbero state percepite nell’ipotesi di prosecuzione del rapporto di lavoro), e non un pregiudizio diverso (Cassazione n. 1467 del 2001).

Il trattamento fiscale della stessa indennità è stato, quindi, condizionato a seconda della natura che il giudice del merito ha ritenuto di attribuire all’erogazione stessa, con apparente disparità di trattamento per casi identici.

Ad esempio:

- La natura reddituale della indennità supplementare è stata negata in quanto erogata “a titolo di risarcimento del danno a seguito di un illegittimo comportamento dello stesso datore di lavoro". (Cassazione n. 16014 del 2004);

- la Corte di cassazione, tuttavia, in altre sentenze, ad esempio la recentissima n. 2196 del 2012, si è pronunciata per la tassabilità dell’indennità sostitutiva perché scaturita dalla non giustificata risoluzione del contratto di lavoro subordinato.

Modalità di pagamento della somma liquidata dal giudice

Infine, viene evidenziato che ai fini della individuazione della natura reddituale o meno delle somme liquidate non rilevano le modalità di determinazione del risarcimento. Il titolo del risarcimento, e dunque il trattamento fiscale della somma liquidata, non cambia, infatti, se nella determinazione del quantum il giudice fa riferimento al maggior stipendio non conseguito.

La modalità di calcolo del risarcimento, rileva esclusivamente ai fini della determinazione del quantum e non muta il titolo di attribuzione (Cassazione n. 29579 del 2011)

Interessi maturati sulle somme liquidate

Ai sensi dell’art. 6, comma 2 (secondo periodo) del TUIR gli interessi moratori e gli interessi per dilazione di pagamento costituiscono redditi della stessa categoria di quelli da cui derivano i crediti su cui tali interessi sono maturati. La sorte fiscale degli interessi segue, dunque, quella delle somme su cui gli stessi sono maturati.

Ad es., gli interessi su somme spettanti per crediti di lavoro hanno natura risarcitoria e costituiscono anch’essi crediti di lavoro, quindi redditi di lavoro dipendente, come tali tassabili, senza possibilità di distinguere tra le cause del ritardo nell’adempimento (Cassazione, sentenza n. 6543 del 2003).

Allo stesso modo gli interessi percepiti su emolumenti arretrati di lavoro dipendente costituiscono redditi della stessa natura del credito principale e, pertanto, sono tassabili (Cassazione, sentenza n. 1381 del 2004).

Invece, gli interessi legali maturati sulla somma liquidata a titolo di risarcimento del danno biologico, avendo natura meramente accessoria rispetto a tale somma, sono soggetti allo stesso trattamento fiscale che ne prevede l’esclusione da tassazione (C.T.P. Lecce, sentenza n. 1794 del 2012).

 

5) Tutela amministrativa in materia di clausole vessatorie nei contratti tra imprese e consumatori

Assonime, con la circolare n. 9 del 02.04.2012, ha illustrato il nuovo sistema di tutela amministrativa in materia di clausole vessatorie nei contratti di massa o standardizzati tra imprese e consumatori, introdotto dal Decreto Legge n. 1/2012 come modificato dalla Legge di conversione n. 27/2012

Modifiche alle competenze dell’AGCM

Oltre all’art. 5 sulla tutela amministrativa contro le clausole vessatorie, vi sono nel citato D.L. n. 1/2012, come modificato in sede di conversione, altre disposizioni che incidono sulle competenze dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato.

Controllo delle concentrazioni

Con una modifica dell’art. 16, comma 1, della Legge n. 287/1990 - che sarà operativa a partire dal 01.01.2013 - viene ridotto l’insieme delle operazioni di concentrazione soggette ad obbligo di notifica preventiva all’Autorità.

In particolare, i due requisiti in termini di soglie di fatturato previsti da tale disposizione, che attualmente costituiscono condizioni alternative tra loro per il sorgere dell’obbligo di notifica, diventeranno condizioni cumulative (art. 5 bis, comma 2, lettera c, del D.L. n. 1/2012, introdotto in sede di conversione).

In sostanza, le operazioni di concentrazione dovranno essere notificate all’Autorità quando il fatturato totale realizzato a livello nazionale dall’insieme delle imprese interessate supera una determinata soglia (468 milioni di euro in base all’ultimo aggiornamento disposto dall’Autorità) e il fatturato totale realizzato a livello nazionale dall'impresa di cui è prevista l'acquisizione è a sua volta superiore a una determinata soglia (47 milioni di euro in base all’ultimo aggiornamento).

Rating di legalità delle imprese

L’articolo 5 ter del decreto legge, che è stato introdotto dalla legge di conversione, assegna all’Autorità il compito di segnalare al Parlamento le modifiche normative necessarie al fine di “promuovere l’introduzione di principi etici nei comportamenti aziendali”, anche in rapporto alla tutela dei consumatori.

L’Autorità è inoltre chiamata a procedere, in raccordo con i Ministeri della giustizia e dell’interno, all’elaborazione di un rating di legalità per le imprese che operano nel territorio nazionale. Del rating attribuito si tiene conto in sede di concessione di finanziamenti alle imprese da parte delle pubbliche amministrazioni, nonché in sede di accesso al credito bancario.

Promozione della concorrenza nei servizi pubblici locali

L’art. 25 del D.L. n. 1/2012, come modificato in sede di conversione, contiene disposizioni in materia di servizi pubblici locali che vengono integrate nel D.L. n. 138/2011, convertito con modificazioni dalla legge n. 148/2011.

In particolare, viene rafforzato il ruolo dell’Autorità nella supervisione della scelte compiute dagli enti locali riguardo alla gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica.

Si prevede, infatti, che gli enti territoriali con popolazione superiore a 10.000 abitanti debbano adottare la delibera quadro che illustra i motivi dell’attribuzione di diritti di esclusiva e dell’eventuale scelta di procedere all’affidamento simultaneo con gara di una pluralità di servizi pubblici locali “previo parere obbligatorio dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato”.

Disciplina delle relazioni commerciali in materia di cessione di prodotti agricoli e agroalimentari

L’art. 62 del D.L. n. 1/2012 disciplina le relazioni commerciali in materia di cessione di prodotti agricoli e agroalimentari con particolare riferimento alla forma e al contenuto dei contratti stipulati tra gli operatori della filiera agroalimentare ad esclusione del consumatore finale.

L’art. 62 individua inoltre una serie di condotte vietate nelle relazioni commerciali tra gli operatori e stabilisce una particolare disciplina per i pagamenti dei corrispettivi, accompagnata da sanzioni amministrative pecuniarie.

L’Autorità Garante per la concorrenza e il mercato è incaricata della vigilanza sull’applicazione delle disposizioni previste dall’art. 62 e dell’accertamento, d’ufficio o su segnalazione di qualunque soggetto interessato, delle violazioni.

La disciplina ha efficacia decorsi sette mesi dalla data di pubblicazione della legge di conversione del decreto (ossia dal 24.03.2012); le modalità applicative saranno definite con decreto del Ministro delle politiche agricole, di concerto con il Ministro dello sviluppo economico, da emanare entro il 24.06.2012.

 

6) Reclamo e mediazione tributaria: Modificati i fogli avvertenze della cartella di pagamento

Un Provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle Entrate del 30.03.2012 (Prot. n. 2012/46586), ha modificato le avvertenze di cui agli allegati 1, 2 e 3 del precedente Provvedimento del Direttore dell’Agenzia del 18.10.2011.

Tutto questo poiché l’art. 39, comma 9, del D.L. n. 98/2011, convertito dalla legge n. 111/2011, ha introdotto la rilevante novità in tema di procedimento dinanzi alle Commissioni Tributarie Provinciali, inserendo l’art. 17-bis rubricato “Il reclamo e la mediazione” nel D.Lgs. n. 546/1992.

Tale articolo prevede che, nel caso in cui il contribuente intenda proporre ricorso avverso il ruolo a seguito del quale è stata emessa una cartella di pagamento notificata a partire dal 01.0.2012, per le impugnazioni di valore non superiore a ventimila euro, è tenuto a presentare preliminarmente reclamo alla Direzione provinciale o regionale che ha emesso il ruolo.

La nuova disposizione normativa precisa che la presentazione del suddetto reclamo è condizione di ammissibilità del ricorso stesso, rilevabile d’ufficio in ogni stato e grado del giudizio.

Il reclamo può contenere una motivata proposta di mediazione, completa della rideterminazione dell’ammontare della pretesa, a meno che la stessa non venga formulata d’ufficio da parte dell’organo destinatario qualora non intenda accogliere in tutto o in parte il reclamo.

Per il procedimento di reclamo-mediazione la norma fa espressamente rinvio all’applicazione del disposto degli artt. 12, 18, 19, 20, 21, 22 comma 4, del D.Lgs. n. 546/1992, in quanto compatibile.

Infatti, decorsi novanta giorni senza che sia intervenuto l’accoglimento dell’istanza o senza che sia stata conclusa la mediazione, il reclamo-mediazione produce gli effetti del ricorso. Ne deriva che, in relazione alla successiva fase di costituzione in giudizio, nel caso di presentazione di reclamo-mediazione, il contribuente deve costituirsi nel termine di trenta giorni dal decorso dei novanta giorni dalla presentazione dell’istanza o, se anteriore, dalla data di ricevimento del diniego o dalla notifica dell’atto di accoglimento parziale della stessa.

Sempre con riguardo alle modalità di presentazione del ricorso, è stata altresì inserita, nel foglio Avvertenze, la precisazione concernente i ricorsi avverso i ruoli emessi dal Centro Operativo di Pescara a seguito delle attività di controllo e accertamento realizzate con modalità automatizzate: Nelle suddette ipotesi, infatti, il contribuente deve notificare il ricorso alla Direzione provinciale competente in base al proprio domicilio fiscale.

Inoltre, è stato evidenziato, sempre nel foglio Avvertenze - sezione “Richiesta di informazioni e di riesame del ruolo in autotutela”, che nel caso in cui il ruolo riguardi somme dovute a seguito di controllo automatizzato (art. 36-bis del DPR n. 600/1973 e/o art. 54-bis del DPR n. 633/1972) è possibile chiedere informazioni e presentare richiesta di riesame sia al Call Center sia a qualsiasi Direzione provinciale dell’Agenzia delle Entrate.

Poiché l’art. 25 del D.P.R. n. 602/1973, come modificato dall’art. 11 del D.Lgs. n. 46/1999, prevede che la cartella di pagamento sia redatta in conformità al modello approvato con decreto del Ministero delle Finanze (alias, Provvedimento del Direttore dell’Agenzia), al fine di dare attuazione alla citata norma il Direttore delle Entrate ha provveduto ad apportare le suindicate rettifiche alle Avvertenze di cui agli allegati 1, 2 e 3 del provvedimento del Direttore dell’Agenzia del 18.10.2011.

Vincenzo D’Andò