L'istanza d'interpello sulle società di comodo apre una finestra sul contenzioso?

1. Premessa
L’istituto dell’interpello disapplicativo costituisce il principale viatico per evitare le pesanti penalizzazioni inflitte alle società “di comodo”: il presente contributo intende concentrare l’attenzione sugli aspetti procedurali connessi alla presentazione della relativa istanza, con particolare attenzione all’analisi della “finestra” che l’interpello apre sul contenzioso tributario, specie alla luce dei recenti sviluppi giurisprudenziali.
L’interpello disapplicativo della disciplina delle società non operative rappresenta, come si avrà modo di approfondire nel prosieguo, una sorta di “percorso obbligato” per tutti gli enti collettivi che ricadano sotto la scure della normativa antielusiva in esame.
E’ pertanto evidente la rilevanza che lo stesso assume in tali casi : per predisporre un interpello efficace, occorre far “aderire” l’istanza alla specificità della fattispecie operativa in esame, rendendo manifesta e concretamente delineata l’impossibilità di raggiungere i risultati “pretesi” dalla normativa.
I recenti sviluppi offerti dalla giurisprudenza di merito e di legittimità, inoltre, hanno fatto dell’interpello disapplicativo una fonte di “contenzioso inevitabile” per le società non operative: quanto precede, in aperto contrasto con quanto ripetutamente espresso dall’Agenzia delle Entrate.
Il presente lavoro intende definire le possibili strategie perseguibili dagli operatori, chiamati a prendere decisioni in tempi rapidi, a fronte di un contesto normativo di riferimento non sempre di facile interpretazione.
 
2. L’istanza di disapplicazione nell’evoluzione della normativa: prima mera facoltà, ora obbligo
La disciplina normativa delle società non operative è stata introdotta nel nostro ordinamento ad opera dell’art.30 della legge 23 dicembre 1994, n. 724, al fine “… di contrastare le c.d. società di comodo e, in particolare, di disincentivare il ricorso all’utilizzo dello strumento societario come schermo per nascondere l’effettivo proprietario dei beni, avvalendosi delle più favorevoli norme dettate per le società. In sostanza, la richiamata normativa intende penalizzare quelle società che, al di là dell’oggetto sociale dichiarato, sono state costituite per gestire il patrimonio nell’interesse dei soci, anziché per esercitare un’effettiva attività commerciale”1.
In verità, non si vede cosa vi sia di sconveniente, in seno ad una società, nel “… gestire il patrimonio nell’interesse dei soci…”: il “gestire” tra l’altro, non esclude di per sé, l’esercizio effettivo di attività d’impresa, costituendone anzi il presupposto, visto il significato lessicale attribuibile al termine, che riconduce all’effettuazione di investimenti ed all’assunzione di rischi, se pur di entità variabile.
Tralasciando le questioni terminologiche, si potrebbe affermare che la ratio della normativa in esame consista nel fissare una serie di misure afflittive da impartire alle società che risultino essere costituite al solo scopo di ottenere un trattamento fiscale di convenienza, rispetto a quello in cui sarebbero incorsi i singoli soci, operando in forma individuale.
A tal proposito pare interessante la riflessione portata dall’Istituto di Ricerca dei dottori commercialisti e degli esperti contabili (IRDCEC) che, con la propria circolare n°25/IR del 31 ottobre 2011, ha evidenziato come il Legislatore, perseguendo l’intento di penalizzare i presunti vantaggi fiscali degli enti collettivi, abbia finito per cadere in un paradosso opposto. In determinate circostanze, l’intestazione societaria di un patrimonio, infatti, non conduce al perseguimento di alcun vantaggio fiscale, generando, al contrario, un sovraccarico, rispetto a quanto si sarebbe …

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