Sui limiti della motivazione per relationem

continua l’analisi delle casistiche relative alla motivatione per relationem; in questo articolo approfondiamo le problematiche delle sentenze d’appello motivate per relationem

Con sentenza n. 26504 del 12 dicembre 2011 (ud. 21 settembre 2011), la Corte di Cassazione ha accolto le doglianze dell’Agenzia delle Entrate, tese a negare – nel caso di specie – la sussistenza di una motivazione per relationem nella sentenza appellata.

 

Il principio espresso

Facendo proprio il costante insegnamento della Suprema Corte, nella sentenza che si annota, i giudici affermano che “la motivazione per relationem della sentenza di appello è legittima purchè il giudice del gravame, facendo proprie le argomentazione di quello di prima istanza, esprima, sia pure in modo sintetico, le ragioni della conferma della pronuncia in relazione ai motivi di impugnazione proposti, di guisa che il percorso argomentativo, desumibile dal raffronto tra le parti motive di entrambe le sentenze, risulti appagante e corretto, in conformità al modello di sentenza prefigurato dal disposto dell’art. 132 c.p.c., n. 4. Tale correttezza del percorso motivazionale non può, per contro, essere ritenuta da questa Corte laddove il giudice di appello si limiti ad una laconica motivazione, formulata in termini di mera adesione alla motivazione dell’impugnata sentenza. E’ fin troppo evidente, infatti, che in siffatta ipotesi non è in alcun modo possibile inferire che alla condivisione del giudizio di primo grado il giudice di appello sia pervenuto sulla base dell’esame dei motivi di gravame, e di una valutazione di infondatezza degli stessi (Cass. 2268/06, 15483/08, 18625/10, 11138/11)”.

Nel caso sottoposto alla Suprema Corte, “l’impugnata sentenza ha addirittura letteralmente trascritto la motivazione della decisione di prime cure, come si evince dal riferimento – contenuto in più punti della decisione di appello – ai motivi di ricorso del contribuente ed alle controdeduzioni dell’Ufficio, anzichè ai motivi di appello proposti dall’amministrazione finanziaria. Ed è certamente significativo che la CTR – a p. 2 della decisione, a chiusura della parte narrativa della motivazione – abbia testualmente riportato la seguente affermazione: “chiede l’Ufficio che il ricorso venga rigettato perchè infondato”; laddove, rivestendo l’amministrazione finanziaria la qualità di appellante, la stessa non avrebbe logicamente potuto concludere per il rigetto del proprio ricorso in appello. Ma vi è di più. Il dispositivo dell’impugnata sentenza addirittura reca la pronuncia di accoglimento del ricorso della contribuente (“la Commissione accoglie il ricorso e dichiara compensate le spese”), anzichè quella di rigetto dell’appello proposto dall’amministrazione finanziaria. Sicchè è di palmare evidenza che la CTR, men che motivare per relationem la propria decisione, mediante richiamo a quella emessa in prime cure, si è limitata a riprodurre pedissequamente quest’ultima, senza effettuare esame alcuno dei motivi di appello proposti dall’Agenzia delle Entrate, che – in verità – non risultano neppure menzionati nella sentenza di appello”.

L’esame della pronuncia di primo grado, nell’ambito e nei limiti dei motivi di gravame, – costituente l’oggetto specifico del giudizio di appello, come si evince dal combinato disposto dell’art. 339 c.p.c., c. 1 e art. 342 c.p.c., c. 1 – risulta pertanto ristretta, nel caso di specie, alla seguente laconica ed apodittica affermazione: “la decisione della Commissione di primo grado appare logica, conforme a diritto e non deve perciò essere modificata“.

Se ne deve, pertanto, necessariamente inferire, a giudizio della Corte, la sussistenza del vizio motivazionale denunciato dall’Agenzia delle Entrate.

 

Brevi considerazioni

E difficile da commentare la sentenza che si annota, tanto è precisa e puntuale, facendo giustizia di una pronuncia di secondo grado che definire laconica non appare sufficiente.

Come è noto, in ordine alla legittimità o meno delle sentenze motivate per relationem, con sentenza n. 14814 del 19 febbraio 2008 (dep. il 4 giugno 2008) la Corte di Cassazione a Sezioni Unite ha risolto la questione – che aveva già visto…

Contenuto disponibile esclusivamente agli utenti abbonati
Per continuare a leggere il contenuto di questo articolo è necessario essere abbonati. Se sei già un nostro abbonato, effettua il login attraverso il modulo di autenticazione posto in cima alla pagina. Se non sei abbonato o ti è scaduto l'abbonamento, che aspetti?
Condividi:
Maggioli ADV
Gruppo Maggioli
www.maggioli.it
Per la tua pubblicità sui nostri Media:
maggioliadv@maggioli.it www.maggioliadv.it