Sono nulli i patti vietati

Sono nulli i patti idonei a trasferire il debito d’imposta Invim nei confronti della parte alienante.

E’ questa la massima che si ritrae dalla lettura della sentenza n. 17576 del 23 agosto 2011 (ud. del 26 maggio 2011) della Corte di Cassazione.

 

Il processo

Con ricorso del 1999, A.L. chiedeva ed otteneva dal giudice di pace di Vittoria, decreto ingiuntivo per L. 4.726.000 nei confronti di N. e D.D.M., adducendo che tale importo le era stato richiesto quale maggiore imposta sull’incremento di valore conseguente alla diversa qualificazione catastale conseguita al frazionamento di un immobile da lei promesso al padre delle predette.

Proponevano opposizione le ingiunte assumendo di nulla dovere atteso che per legge l’imposta gravava sull’alienante e che ogni patto contrario era nullo per contrasto con la legge.

Con sentenza del 2001, l’adito giudice aveva respinto l’opposizione; avverso tale decisione avevano proposto appello le D.M., cui aveva resistito la controparte.

Con sentenza in data 16/22.10.2004, il tribunale di Ragusa aveva respinto l’impugnazione. “Osservava quel giudicante che il patto intercorso tra l’alienante ed il compratore non era da considerarsi in violazione della legge, giacchè con lo stesso si era stabilito, per venire incontro ad un desiderio dell’acquirente, di frazionare l’immobile compravenduto, con conseguente variazione catastale in aumento, maggior onere che, su consiglio dell’impiegato dello studio notarile, si era pattuito che avrebbe gravato sulle acquirenti”.

Per il giudice, in tal modo, non si era voluto operare la traslazione dell’imposta sulla parte non obbligata, ma ovviare al maggior onere tributario conseguito per volere dell’acquirente. La L. aveva infatti corrisposto l’imposta per intero e aveva chiesto alle D.M. la restituzione di quanto pagato in più.

Per la cassazione di tale sentenza ricorre la parte soccombente, facendo leva, innanzitutto, sulla violazione e falsa applicazione del D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 643 – artt. 4 e 27 -, in ragione del chiaro dettato delle norme suddette, in forza del quale l’imposta sull’incremento di valore degli immobili è dovuta dall’alienante a titolo oneroso e che qualsiasi patto diretto a trasferire ad altri l’onere dell’imposta è nullo.

 

Motivi della decisione

 

La Corte ricostruisce la questione. Nella specie, la L. ha agito per la restituzione della somma pagata in più a tal titolo in ragione della suddivisione del suo immobile (promesso in vendita) in due distinte unità immobiliari, per espresso desiderio del promissario acquirente.

Le parti, all’atto della stipula avevano convenuto che il maggior onere tributario sarebbe stato pagato dalle acquirenti.

La sentenza impugnata ha ritenuto “che non v’era stata alcune elusione dell’obbligo fiscale gravante sulla venditrice a titolo oneroso, ma un risarcimento della maggior somma che era stata corrisposta in ragione della suddivisione dell’immobile, originariamente unico, in due distinte unità immobiliari, come richiesto dal promissario acquirente”.

In sentenza, la Corte precisa che non era stata mai prospettata la questione di un risarcimento del danno, e che, in ogni caso, “il dettato delle norme applicabili è categorico nel senso che deve ritenersi nullo ogni patto volto a riversare l’onere del tributo su soggetti diversi da quelli indicati dall’art. 4, senza che rilevi la finalità pratica che le parti intendono conseguire (v. Cass. 10.5.1994, n. 4556; 14.9.1991, n. 9608)”.

Inoltre, il fatto che la maggiore entità dell’imposta dovuta fosse da ascriversi ad un desiderio della parte acquirente (dovuto al frazionamento), “non elide la debenza della stessa e la attribuzione dell’onere relativo alla parte alienante; la sanzione di nullità comminata in relazione a qualsiasi patto volto a trasferire su altri l’onere dell’imposta in questione opera pertanto in un caso del genere, atteso che l’oggetto della compravendita era risultato diverso, sotto il profilo fiscale, rispetto a quello compromesso, cosa questa che comportava l’applicazione di una imposta più elevata, in ragione del ritenuto maggior valore del bene”.

Il fatto che le parti del contratto si fossero accordate nel senso di trasferire il maggior onere fiscale su chi aveva richiesto la suddivisione, costituisce un patto volto ad elidere la tassativa disposizione di cui ai citati artt. 4 e 27, e quindi nullo.

 

Brevi note

Ai sensi dell’art. 4, del DPR n.643/1972, l’imposta è dovuta dall’alienante a titolo oneroso o dall’acquirente a titolo gratuito o per usucapione. Specificatamente, l’art. 27, del citato DPR, dispone la nullità di qualsiasi patto diretto a trasferire ad altri l’onere dell’imposta prevista dal presente decreto.

La disposizione rinviene un antecedente nell’art. 40 della legge 5 marzo 1963, n. 246, che sanzionava con la nullità ogni patto inteso a trasferire su soggetti diversi da quelli tenuti per legge, l’onere dell’imposta sul plusvalore delle aree fabbricabili ed è in linea con altre norme tributarie che, sia pure nel quadro di previsioni di più ampia portata, egualmente comminano la nullità delle convenzioni aventi ad oggetto la traslazione dell’imposta (art. 23 del D.P.R. 26 ottobre 1942 per l’imposta di bollo; art. 60 D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633 per l’imposta sul valore aggiunto). Sul punto cfr. Cass. n.4556/94.

Da ciò ne deriva che il tributo dovuto dai soggetti indicati nell’art. 4 del D.P.R. n. 643/72 non può essere fatto ricadere su soggetti diversi e pertanto, nei trasferimenti a titolo oneroso, unico soggetto debitore dell’imposta è l’alienante.

La stessa imposta di registro, oggi, per effetto dell’art. 62 del Dpr 131/1986, ritiene nulli, anche fra le parti, i patti contrari alle disposizioni del presente testo unico del Registro, compresi quelli che pongono l’imposta e le eventuali sanzioni a carico della parte inadempiente.

Si rammenta, da ultimo, che la Corte Costituzionale, chiamata a pronunciarsi sulla legittimità della norma, con ordinanza n. 134 del 16 marzo 1990 (ud. del 7 marzo 1990), ha dichiarato manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale, sollevata con riferimento all’art. 76 della Costituzione, dell’art. 60 del D.P.R. n. 634/1972, nella parte in cui, disponendo che i patti contrari alle disposizioni del D.P.R. stesso sono nulli anche tra le parti, inciderebbe, limitandole, sull’autonomia privata dei contraenti ed invaderebbe un campo in ordine al quale il legislatore tributario non avrebbe avuto i necessari poteri. “Considerato che la norma impugnata, nello stabilire la nullità anche fra le parti di patti contrari alle disposizioni dello stesso decreto, indubbiamente costituisce un rafforzamento degli obblighi gravanti su entrambi i contraenti, al fine evidente di assicurare la prevenzione e repressione dell’evasione così come appunto previsto dalla legge di delega (art. 10 della L. 9 ottobre 1971, n. 825)“, non si rinvengono eccessi di delega.

 

30 settembre 2011

Francesco Buetto

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