Novità fiscali del 26 settembre 2011 tra cui crediti d'imposta e direttiva qualifiche professionali

 

 Indice:

 1) Niente ispezioni della GdF basate su informazioni anonime

 2) In caso di operazioni fittizie le scritture contabili sia pure regolari non possono fare da scudo

 3) False certificazioni: solo responsabilità penale per le società di revisione

 4) Preavviso di fermo illegittimo: non spetta il risarcimento al contribuente

 5) Momento di utilizzo del credito d’imposta: rileva il momento dell’approvazione del bilancio

 6) Detrazioni fiscali: basta con la comunicazione

 7) Ampliati i soggetti autorizzati alla intermediazione nel mercato del lavoro

 8) Lecito il patto di demansionamento tra datore e lavoratrice madre

 9) Libro verde: modernizzare la direttiva sulle qualifiche professionali

1) Niente ispezioni della GdF basate su informazioni anonime

Sono illegittime le ispezioni della Guardia di Finanza basate su informazioni anonime.

In tale casi viene a mancare il requisito dei gravi indizi che fanno scattare l’autorizzazione da parte della Procura, valutabili anche dal giudice tributario

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 19338 del 22 settembre 2011, la quale, tuttavia, ha respinto il ricorso presentato dall’azienda (che contestava la validità delle ispezioni delle Fiamme Gialle) poiché formulato male.

L’accesso degli agenti era stato contestato perché fondato su informazioni anonime e per l’eccessiva permanenza in azienda superiore ai termini stabiliti dalla legge.

Sul primo punto, nonostante l’azienda avesse ragione, almeno sulla carta, la Suprema Corte ha respinto il ricorso perché mal formulato.

Sul secondo, invece, la Cassazione non ha ravvisato l’esistenza di termini perentori per le verifiche fiscali.

In particolare, questa è la motivazione dei giudici di legittimità “il giudice tributario può controllare l’atto autorizzativo del pm esteso alla valutazione della congruità degli elementi forniti di valenza indiziaria, non riconoscendo come tali le informazioni anonime e dichiarando illegittima la autorizzazione ispettiva fondata in via esclusiva su dette informazioni, con conseguente illegittimità derivata dell’avviso di accertamento o di rettifica che su tali prove, irregolarmente acquisite, trovi esclusivo fondamento”.

Riguardo i termini per la verifica, la Corte Suprema ha affermato che il contribuente può rivolgersi al Garante, previsto dallo statuto del contribuente, che sulla base della segnalazione ricevuta esercita i poteri istruttori richiesti dal caso, richiamando gli uffici del fisco al rispetto di quanto previsto dalla legge.

 

 

 

2) In caso di operazioni fittizie le scritture contabili sia pure regolari non possono fare da scudo

Il fatto che le scritture contabili possano risultare regolari non significa che poi non possano essere rinvenute operazioni fittizie.

Non fa una piega la sentenza n. 19332 del 22 settembre 2011, con la quale la Corte di Cassazione ha evidenziato come non possa essere sufficiente, per il contribuente, accusato dell’utilizzo di fatture false, fare constatare la regolare tenuta contabile e l’avvenuta registrazione delle fatture contestate, né il fatto che il pagamento sia avvenuto a mezzo assegni.

Ciò poiché in tali casi si potrebbe essere in presenza di comportamenti fittizi rivolti a fare apparire, invece, l’operazione come vera.

Quindi, per difendersi dalla contestazione di utilizzo di fatture false non basta appellarsi alla regolarità delle annotazioni contabili o al fatto che il pagamento sia avvenuto con assegni.

E’, invece, il contribuente che deve riuscire a dimostrare con fatti concreti che l’operazione sia reale, a tal fine, la stessa Corte di Cassazione, con la sentenza n. 19330 del 22 settembre 2011, ha ribadito che, nell’ipotesi di utilizzo di fatture soggettivamente false, la buona fede del cessionario non può essere presunta ma deve essere dallo stesso provata dimostrando di aver posto in essere tutti gli accorgimenti e le verifiche necessarie a supportare la propria mancanza di colpa.

 

 

 

3) False certificazioni: Solo responsabilità penale per le società di revisione

Niente responsabilità amministrativa per la società di revisione i cui revisori sono accusati di false certificazioni o comunicazioni.

Il D.Lgs. n. 231/2001 non contempla questa parte del Testo unico bancario tra i reati presupposti.

La Corte di Cassazione, a Sezioni Unite penali, con la sentenza n. 34476 del 22 settembre 2011, ha, infatti, stabilito che le società di revisione non incorrono in responsabilità amministrativa (Decreto Legislativo n. 231 del 2001) se i revisori sono accusati di false certificazioni o comunicazioni.

Tale norma non contempla detta parte del Testo unico bancario tra i reati presupposti.

I giudici hanno respinto il ricorso della Procura di Milano che accusava una società per le false informazioni e certificazioni rilasciate da un responsabile della revisione dell’azienda.

Il procuratore aveva chiesto che l’azienda fosse messa sotto processo per la responsabilità amministrativa degli enti, contemplata dal D.L.gs. n. 231/2001.

 

 

 

4) Preavviso di fermo illegittimo: Non spetta il risarcimento al contribuente

Non ha diritto al risarcimento del danno il contribuente che ha ricevuto un preavviso di fermo illegittimo (poiché il credito contestato dall’Amministrazione finanziaria è inesistente).

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 19315 del 22 settembre 2011, ha, così, accolto il ricorso di una società di riscossione che aveva, per errore, notificato un avviso di fermo.

Secondo i giudici  supremi non ha diritto al risarcimento del danno il contribuente che ha ricevuto un preavviso di fermo illegittimo. Ciò in quanto il credito del fisco è inesistente. Per ottenere un risarcimento non basta, dunque, un avviso di fermo illegittimo. Il provvedimento avrebbe dovuto essere eseguito.

Mentre nel caso di specie è, invece, emerso che il provvedimento di fermo non è mai stato eseguito, essendo solo stata data comunicazione del preavviso.

Viceversa, il contribuente aveva ritenuto l’esattore responsabile per non aver revocato detto provvedimento emesso dal fisco e, peraltro, giudicato errato nel corso del contenzioso fiscale.

 

 

 

5) Momento di utilizzo del credito d’imposta: Rileva il momento dell’approvazione del bilancio

Il credito d’imposta derivante dalla trasformazione delle attività per imposte anticipate iscritte in bilancio può essere utilizzato, senza limiti di importo, a partire dalla data di approvazione del bilancio dall’assemblea dei soci.

L’utilizzo di tale credito andrà poi indicato in dichiarazione dei redditi e dal momento della trasformazione.

Lo ha chiarito l’Agenzia delle Entrate, con la risoluzione n. 94/E del 22 settembre 2011.

Il cd. decreto milleproroghe (D.L. 225/2010) ha previsto la trasformazione in credito d’imposta delle attività per imposte anticipate stanziate in bilancio, a fronte delle divergenze temporanee tra imposte pagate e di competenza generatesi con riguardo a determinate fattispecie fiscali.

In particolare, per le banche e gli enti finanziari, sono trasformabili in credito d’imposta le imposte anticipate relative alle svalutazioni dei crediti e, anche per gli enti diversi, quelle connesse alla valutazione dell’avviamento e delle altre attività immateriali i cui componenti negativi sono deducibili in più periodi d’imposta.

La trasformazione in esame è ammessa solo nel caso in cui, in bilancio, sia evidenziata una perdita d’esercizio e può essere effettuata al massimo per un ammontare pari a quello risultante, moltiplicando la stessa perdita d’esercizio per il rapporto tra le attività per imposte anticipate, oggetto di agevolazione, e la somma del capitale sociale e delle riserve.

A parere dell’Agenzia delle Entrate, poiché la norma stabilisce che la trasformazione in credito d’imposta “decorre dalla data di approvazione di bilancio”, la disposizione contenuta nel milleproroghe 2010 è applicabile con riferimento a tutti i bilanci la cui approvazione sia avvenuta dopo la data di entrata in vigore del decreto stesso.

Tale disciplina è applicabile da tutti i soggetti Ires la cui forma giuridica preveda, per legge, l’approvazione del bilancio da parte dell’assemblea dei soci o altro organo competente.

Inoltre, la trasformazione delle imposte anticipate in credito d’imposta comporta che, a partire dal periodo d’imposta successivo a quello in cui la stessa ha efficacia (ovvero quello in corso alla data di approvazione del bilancio), non siano più ammesse le variazioni in diminuzione corrispondenti all’ammontare di imposte anticipate trasformate.

Pertanto, la trasformazione delle attività per imposte anticipate decorre dalla data di approvazione del bilancio da parte dell’assemblea dei soci ed è, quindi, da tale data che la società potrà utilizzare tale credito d’imposta attraverso il codice tributo “6834” (istituito con la risoluzione n. 57/E del 2011).

Per ultimo, il credito d’imposta che si è venuto a creare a seguito della trasformazione delle attività per imposte anticipare dovrà poi essere indicato dalla società nel Modello Unico SC, nel quadro RU, con codice credito 80.

Tale credito d’imposta potrà essere utilizzato in compensazione senza particolari limiti di utilizzo.

 

 

 

6) Detrazioni fiscali: Basta con la comunicazione

Dal 13 luglio 2011 i lavoratori e i pensionati non devono più comunicare ogni anno le detrazioni d’imposta per i familiari carico.

Lo ha ricordato l’Inps, con il messaggio n. 17506 del 2011.

La legge n. 106/2011, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 160 del 2011 ha disposto questa abolizione. L’obbligo di comunicazione sussiste solo in caso di variazione dei dati.

La legge è entrata in vigore dal 13 luglio 2011. Pertanto, precisa l’Inps, dopo la suddetta data è divenuta non più necessaria l’acquisizione dei modelli per il corrente 2011.

 

 

 

7) Ampliati i soggetti autorizzati alla intermediazione nel mercato del lavoro

Il Consiglio Nazionale dei Consulenti del Lavoro, con un documento pubblicato, sul proprio sito web, il 23 settembre 2001, ha reso noto che il Ministro Sacconi ha firmato il Decreto Ministeriale che definisce i dettagli operativi dell’allargamento della platea dei soggetti autorizzati alla intermediazione nel mercato del lavoro.

In tal modo è stato completato il processo di liberalizzazione del collocamento e dei servizi per il lavoro.

Tale decreto costituisce l’ultimo tassello di un disegno riformatore avviato con le leggi Biagi e Treu che ora giunge a compimento.

Sulla base di tale novità, viene precisato che accedono in maniera attiva (e non più solo formale) nei servizi per il lavoro anche le scuole e le università.

Ciò consentirà di garantire anche il monitoraggio dei fabbisogni professionali e il buon funzionamento del mercato del lavoro.

Infine, viene precisato che dall’entrata in vigore del decreto – dopo la ‘registrazione della Corte dei Conti e la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale – per mantenere l’autorizzazione all’intermediazione e non incorrere nelle sanzioni previste sarà necessario il collegamento a www.cliclavoro.gov.ite, per scuole e università, la pubblicazione dei curriculum vitae.

 

8) Lecito il patto di demansionamento tra datore e lavoratrice madre

Il Ministero del Lavoro, con interpello n. 39 del 21 settembre 2011, ha risposto ad un quesito del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro, in merito alla corretta interpretazione del disposto di cui all’art. 56 del D.Lgs. n. 151/2001, in particolare ha sostenuto che possa considerarsi lecito il patto di demansionamento sottoscritto tra il datore e la lavoratrice madre, rientrante in servizio in epoca antecedente al compimento di un anno di età del bambino.

In tal caso, occorre tuttavia verificare che il contesto aziendale sia tale che, per fondate e comprovabili esigenze tecniche, organizzative e produttive o di riduzione di costi, non sussistano alternative diverse per garantire la conservazione del posto di lavoro e per consentire aliunde l’esercizio delle mansioni.

Lo ha reso noto il Consiglio Nazionale dei Consulenti del lavoro, con un documento pubblicato, sul proprio sito, il 23 settembre 2011.

Viceversa, non é lecito, finché dura il periodo in cui vige il divieto di licenziamento, che dalla soluzione sopra indicata consegua anche la decurtazione della retribuzione, poiché tale soluzione si palesa in contrasto con la finalità della norma che comunque preclude il recesso datoriale anche nelle ipotesi di soppressione del posto di lavoro (a meno che non si verifichi la cessazione dell’attività dell’azienda).

 

9) Libro verde: Modernizzare la direttiva sulle qualifiche professionali

Con il Green Paper sulla modernizzazione delle qualifiche professionali, l’Unione Europea intende perseguire essenzialmente l’obiettivo di favorire una maggiore mobilità dei cittadini dell’U.E. che forniscono servizi professionali.

Sul delicato tema, il Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili, ha pubblicato, sul proprio sito web, il 23 settembre 2011, un documento, recante osservazioni su “modernizzare la direttiva sulle qualifiche professionali”, che reputa necessario tenere distinta la materia inerente alla disciplina del lavoro autonomo in generale, da quella specificatamente dedicata alle professioni intellettuali, parti specifiche del lavoro autonomo e caratterizzate non solo dalla intellettualità necessaria per fornire le prestazioni, ma anche dalla regolamentazione all’accesso per l’esercizio di tali attività.

Abuso di diritto ed elusione della normativa comunitaria

Viene, quindi, rilevato che nella proposta di modernizzazione della direttiva qualifiche è stato completamente trascurato il tema dell’abuso del diritto comunitario.

Il citato documento si riferisce alla sentenza della Corte di Giustizia Europea del 29 gennaio 2009 – Causa pregiudiziale C-311/06, Consiglio Nazionale degli ingegneri contro Ministero della Giustizia Marco Cavallera – con la quale è stato ribadito il principio che impone l’acquisizione della sostanziale formazione significativa nel Paese nel quale si è conseguito il titolo professionale, al fine di non dar luogo a casi di semplice omologazione di titoli di studio che nel Paese di origine non consentono l’acquisizione di una qualifica professionale, impedendo di fatto agli Stati membri di stabilire il livello minimo di qualifica necessario allo scopo di garantire la qualità delle prestazioni fornite sul loro territorio.

Il concetto di “qualifiche professionali conseguite in un altro paese” va inteso in senso sostanziale ed effettivo.

Pertanto, può parlarsi dell’esistenza di una qualifica professionale, solo nel momento finale di un intero o comunque significativo percorso formativo che nel paese di origine legittima all’esercizio di una professione regolamentata.

Nel corpo della direttiva, quindi, dovrebbe essere introdotto il principio di “formazione sostanziale e prevalente” e il concetto di “conseguimento” in senso sostanziale.

In tal senso la “nazionalità” del titolo conseguito non può essere determinata dalla sola nazionalità dell’autorità di certificazione che ha rilasciato il diploma o titolo, ma piuttosto dallo svolgimento di un significativo periodo formativo e professionale (nel senso di concreto esercizio di una attività regolamentata) nel Paese di riferimento, al fine di poter, correttamente qualificare tale Paese come Paese di origine.

Risposte a vari quesiti

Il documento del CNDCEC passa poi alla trattazione delle risposte alle singole domande poste.

Conclusioni contenute nel documento del CNDCEC

In definitiva si vuole evidenziare alla Commissione che la proposta, così come articolata, riflette un tentativo di sistemare e correggere solo alcune delle problematiche emerse nel corso degli ultimi anni di applicazione della direttiva senza sufficiente attenzione ad altre gravi distorsioni e problematiche, altrettanto significative, e senza avanzare nessuna considerazione in merito al raccordo con la direttiva servizi.

Rimarcata poi l’importanza della distinzione che dovrebbe essere importata nell’ambito delle direttive comunitarie tra prestatore d’opera intellettuale e professionista.

Tale differenziazione consentirebbe di chiarire alcuni aspetti di criticità a livello comunitario e avrebbe il pregio di risolvere non poche questioni che sono sorte nei Paesi membri – e tra Paesi membri – circa il riconoscimento di qualifiche professionali effettivamente non possedute e soprattutto non possedute.

Tale distinzione, in ossequio al principio di libera circolazione dei cittadini del’U.E., se per un verso non limiterebbe l’esercizio della professione in paesi differenti da quello d’origine, per altro verso consentirebbe di escludere dall’ esercizio di attività tipizzanti le professioni (regolamentate) soggetti che non possono esercitarle perché non qualificati.

Viene, pertanto, auspicata l’indicazione come professionista solamente per il soggetto che abbia conseguito un’abilitazione all’esercizio di una professione regolamentata previo superamento di un esame di Stato e dopo aver previo espletato un congruo periodo di tirocinio e che è costantemente assoggettato ad un efficiente un sistema di controlli, preventivi e successivi, delle competenze necessarie per l’esercizio della professione, finalizzato principalmente alla tutela dei fruitori che fanno affidamento su prestazioni di qualità rese da tali professionisti.

 

 

Vincenzo D’Andò

 

 

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