Partite I.V.A. inattive, la chance della Manovra Estiva 2011

vediamo come è possibile chiudere le partite I.V.A. inattive e quali vantaggi derivano dall’adesione alla sanatoria

Tra le novità fiscali introdotte dal decreto legge 98/2011 (“Disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria”), l’art. 23, cc. 22 e 23, prevedono la possibilità di regolarizzare, “in economia”, le partite Iva inattive.

 

1Sanatoria dell’omessa presentazione della “dichiarazione di cessazione attività”

I titolari di una posizione Iva che non svolgono più un’attività, hanno l’obbligo, ai sensi dell’art. 35 c. 3, del d.p.r. 633/1972 di darne comunicazione all’Agenzia delle Entrate entro 30 giorni.

La legge prescrive, infatti, tale obbligo nei casi di inizio, variazione e cessazione di attività.

Il comma 23 dell’articolo 23 del D.L. 98/2011 porge ai contribuenti, che non hanno posto in essere tale adempimento, la possibilità di sanare la propria posizione versando una sanzione ridotta di 129 euro, pari cioè ad ¼ della sanzione minima attualmente prevista.

 

Articolo 23, commi 22 e 23, D.L. 6.07.2011, n.98

22. A fini di chiarimento in relazione a partite IVA inattive da tempo, all’articolo 35 del decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 633, dopo il comma 15-quater è aggiunto il seguente: “15-quinquies. L’attribuzione del numero di partita IVA è revocata d’ufficio qualora per tre annualità consecutive il titolare non abbia esercitato l’attività d’impresa o di arti e professioni o, se obbligato alla presentazione della dichiarazione annuale in materia d’imposta sul valore aggiunto, non abbia adempiuto a tale obbligo. Il provvedimento di revoca è impugnabile davanti alle Commissioni tributarie.”.

23. I titolari di partita IVA che, sebbene obbligati, non abbiano tempestivamente presentato la dichiarazione di cessazione di attività di cui all’articolo 35, comma 3, del decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 633, possono sanare la violazione versando, entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, un importo pari alla sanzione minima indicata nell’articolo articolo 5, comma 6, primo periodo, del decreto legislativo 18 dicembre 1997, n. 471, ridotta ad un quarto. La disposizione si applica sempre che la violazione non sia stata già constatata con atto portato a conoscenza del contribuente.

 

La chance offerta dal Fisco non è solo “conveniente” ma anche opportuna: il rischio, infatti, è quello di incorrere in una sanzione che può variare da 516 € a 2.065 € se a “chiudere” la partita Iva ci pensa il Fisco.

Lo stesso art. 23, c. 22, dispone infatti la revoca della partita Iva se il contribuente non presenta la dichiarazione Iva annuale per tre anni consecutivi, o se, in occasione di verifiche, constata che l’attività relativa non viene più esercitata.

Sempre che la violazione in argomento non sia stata già contestata, a partire dal 6 luglio scorso – data di entrata in vigore del D.L. 98/2011 – i contribuenti hanno 90 giorni di tempo per regolarizzare spontaneamente la propria posizione.

Per aderire alla norma basta quindi versare, entro il prossimo 4 ottobre, tramite il mod. F24 – “ F24 Versamenti con elementi identificativi” – l’importo complessivo di 129 euro senza che sia necessario inviare la dichiarazione omessa (Mod. AA7, soggetti diversi dalle persone fisiche e mod. AA9, imprese individuali e lavoratori autonomi).

Con la risoluzione 72/E dell’11 luglio 2011, l’Agenzia delle entrate ha reso noto il codice tributo appositamente istituito, “8110”, denominato “Sanzione per l’omessa presentazione della dichiarazione di cessazione attività di cui all’ art. 35,c.3, del d.p.r. 633/1972 – Sanatoria di cui all’articolo 23, c.23, d.l. n. 98/2011”.

Ecco come si compila l’attestazione di versamento:

  • Nella sezione “CONTRIBUENTE” vanno indicati i dati anagrafici ed il codice fiscale di chi versa

  • Nella sezione “ERARIO ED ALTRO”:

– nel campo tipo va indicata la lettera “R”;

– nel campo Elementi identificativi, la partita Iva da cessare;

– nel campo Codice, il codice 8110;

– nel campo Anno di riferimento, l’anno di cessazione dell’ attività nel formato AAAA.

 

Quadro normativo: l’art. 35 del d.p.r. 63371972 “Disposizione regolamentare concernente le dichiarazioni di inizio, variazione e cessazione attività”.

A norma dell’art. 35 del D.P.R. 633/72, i soggetti che intraprendono l’esercizio di un’impresa, arte o professione nel territorio dello Stato o vi stabiliscono una stabile organizzazione, devono farne dichiarazione ad un ufficio dell’Agenzia delle Entrate entro 30 giorni. Come “inizio attività” non deve intendersi il compimento della prima operazione attiva, bensì l’effettuazione di qualunque operazione, quindi anche passiva, riconducibile all’attività, professionale o d’impresa, che si intende cominciare a svolgere.

La dichiarazione di inizio attività può essere rivolta, direttamente all’Ufficio delle Entrate anche a mezzo servizio postale, purché sia garantita l’identità del soggetto dichiarante, in via telematica (direttamente oppure tramite un intermediario abilitato), ovvero, ma soltanto per i soggetti obbligati all’iscrizione nel registro delle imprese ed al REA (repertorio notizie economiche e amministrative), alla Camera di Commercio.

Sempre a norma dell’art. 35 (n.3) del citato decreto, un’apposita dichiarazione deve essere presentata entro 30 giorni dalla variazione di almeno uno dei dati originariamente dichiarati in sede di “inizio”, nonché – entro 30 giorni – in caso di cessazione dell’attività, art. 35 (n.4), intesa quest’ultima come fine delle operazioni di liquidazione dell’azienda.

La “cessazione”, come l’inizio dell’attività, nei casi prima indicati, può essere dichiarata tramite la Camera di Commercio, la variazione, invece, va comunicata solo direttamente all’Agenzia delle Entrate.

Sulla base della presentazione della dichiarazione di inizio attività l’Ufficio dell’Agenzia delle Entrate attribuisce al contribuente un numero di partita Iva che resterà immutato, anche in caso di variazione di domicilio fiscale, fino al momento della cessazione dell’attività.

L’attribuzione del numero di partita Iva comporta l’esecuzione di riscontri automatizzati (se necessario anche attraverso un apposito accesso) per l’individuazione di elementi di rischio connesse all’apertura della citata posizione IVA, ai sensi dell’art. 37, c. 18, D.L. 4.7.2006 convertito con modificazioni dalla L. 4.8.2006, n.248 con riferimento alle richieste effettuate a decorrere dal 1.11.2006.

L’applicazione di questa disposizione è stata attuata a seguito del decreto del Direttore dell’Agenzia delle Entrate, emanato in data 21/12/2006.

Tale provvedimento ha modificato i modelli AA/7 e AA/9 e previsto, nella loro compilazione,l’indicazione di alcuni elementi che servono,appunto, all’Amministrazione Finanziaria per accertare preventivamente e selezionare possibili elementi di “rischio” connessi al rilascio dello stesso.

Recentemente, l’art. 27, c. 1, del D.L. 78/2010, convertito dalla L. 122/2010, rubricato “Adeguamento alla normativa europea in materia di operazioni intracomunitarie ai fini del contrasto delle frodi” ha apportato significative modifiche al decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 633, in particolare all’art. 35 in cui sono stati inseriti le seguenti disposizioni:

a) al comma 2, della lettera e-bis: “per i soggetti che intendono effettuare operazioni intracomunitarie di cui al Titolo II, Capo II del decreto-legge 30 agosto 1993, n. 331, convertito, con modificazioni, dalla legge 29 ottobre 1993, n. 427, la volontà di effettuare dette operazioni”;

b) del comma 7-bis: “Per i soggetti che hanno effettuato l’opzione di cui al comma 2, lettera e bis) entro trenta giorni dalla data di attribuzione della partita IVA, l’Ufficio può emettere provvedimento di diniego dell’autorizzazione a effettuare le operazioni di cui al Titolo II, Capo H del decreto-legge30 agosto 1993, n. 331, convertito, con modificazioni, dalla legge 29 ottobre 1993, n. 427 “;

c) del comma 7-ter: “Con provvedimento del direttore dell’Agenzia delle entrate sono stabilite le modalità di diniego o revoca dell’autorizzazione di cui al comma 7-bis “;

d) del comma 15-quater: “Ai fini del contrasto alle frodi sull’IVA intracomunitaria, con provvedimento del direttore dell’Agenzia delle entrate sono stabiliti i criteri e le modalità di inclusione delle partite IVA nella banca dati dei soggetti passivi che effettuano operazioni intracomunitarie, ai sensi dell’articolo 22 del Regolamento (CE) del 7 ottobre 2003, n. 1798.

Il 29 dicembre scorso, il direttore dell’Agenzia delle Entrate ha emesso i provvedimenti previsti rispettivamente dai citati comma 7-ter (Provvedimento prot. n. 2010/188376: Modalità di diniego o revoca dell’autorizzazione ad effettuare operazioniintracomunitarie ai sensi del comma 7-bis dell’articolo 35 del d.p.r. n. 633 del 1972,come modificato dall’articolo 27 del d.l. n. 78 del 2010 per l’adeguamento allanormativa europea in materia di operazioni intracomunitarie ai fini del contrastodelle frodi) e comma 15-quater (Provvedimento prot. n. 2010/188381: Criteri e modalità di inclusione delle partite IVA nell’archivio informatico deisoggetti autorizzati a porre in essere operazioni intracomunitarie ai sensi del comma15- quater dell’articolo 35 del decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 633 e dell’articolo 22 del Regolamento (UE) del 7 ottobre 2010, n.904/2010).

Quanto al regime sanzionatorio, la norma di riferimento è l’art. 5, del d.lgs, 471/1997 “Sanzioni in materia di imposta sul valore aggiunto”, che al comma 6 prevede: “Chiunque, essendovi obbligato, non presenta una delle dichiarazioni di inizio, variazione o cessazione di attività, previste nel primo e terzo comma dell’articolo 35 del decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 633, o la presenta con indicazioni incomplete o inesatte tali da non consentire l’individuazione del contribuente o dei luoghi ove è esercitata l’attività o in cui sono conservati libri, registri, scritture e documenti è punito con sanzione da lire un milione a lire quattro milioni. La sanzione è ridotta ad un quinto del minimo se l’obbligato provvede alla regolarizzazione della dichiarazione presentata nel termine di trenta giorni dall’invito dell’ufficio”.

 

16 luglio 2011

Cinzia Bondì

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