Novità fiscali del 11 luglio 2011 (tra cui: regimi contabili alternativi per i "minimi")

 

 Indice:

 1) Mancato godimento dei permessi per riduzione orario: modalità operative per la gestione degli aspetti contributivi connessi

 2) L’elusione non esclude la violazione penale

 3) Sanzione ultra bassa per i ritardi minimi nel versamento dei tributi

 4) Addizionale provinciale sull’energia elettrica: problematiche applicative sollevate da Assonime

 5) Regime contabile alternativo per gli esclusi dal “regime dei contribuenti minimi”

 6) Contributo Unificato dovuto anche per i ricorsi nelle Commissioni Tributarie

 7) Rimborsi delle ritenute applicate sui dividendi corrisposti alle società e agli enti residenti nell’Unione europea

 

1) Mancato godimento dei permessi per riduzione orario: Modalità operative per la gestione degli aspetti contributivi connessi

Sui permessi per riduzione di orario (c.d. ROL) e per ex festività (mancato godimento, ovvero mancato pagamento delle indennità sostitutive. Termini e modalità di assolvimento dell’obbligazione contributiva. Istruzioni operative per la compilazione del flusso UNIEMENS) è intervenuta la circolare dell’Inps n. 92 del 08 luglio 2011.

In particolare, l’Inps, con tale circolare ha illustrato le modalità operative per la gestione degli aspetti contributivi connessi al mancato godimento dei permessi per riduzione orario (c.d. ROL) o per le ex festività, ovvero in caso di mancato pagamento delle relative indennità sostitutive, che tengono conto delle precisazioni fornite dal citato Dicastero.

Natura e caratteristiche dei R.O.L.

I permessi per riduzione di orario di lavoro consentono al lavoratore di astenersi dall’espletamento della prestazione lavorativa, senza subire alcuna decurtazione nell’entità della retribuzione.

La riduzione si attua mediante la concessione di permessi orari – la cui durata può anche coincidere con una o più giornate lavorative – fruibili sia individualmente che collettivamente; in tale ultimo caso, interessando la generalità dei lavoratori, i permessi costituiscono una forma di riduzione dell’orario di lavoro annuale, stabilita su base giornaliera o settimanale, in relazione ai diversi settori di appartenenza.

Il termine di godimento dei permessi in argomento può essere disciplinato e fissato da clausole contrattuali di livello nazionale nonché da parte della contrattazione collettiva aziendale, o direttamente dalle parti, nell’ambito della loro autonomia negoziale.

Laddove il lavoratore, entro l’arco temporale stabilito, non riesca a godere dei permessi, è in genere prevista la possibilità che gli venga erogata una indennità sostitutiva, calcolata in base alla retribuzione corrisposta alla scadenza del termine stabilito per la fruizione.

Riguardo alle ex festività, l’Inps ha osservato che, in sostituzione delle quattro ricorrenze religiose non più considerate festive agli effetti civili (S. Giuseppe, Corpus Domini, SS. Pietro e Paolo e Ascensione), la contrattazione collettiva prevede che i lavoratori abbiano diritto a fruire di permessi individuali che – secondo gli orientamenti ministeriali – costituiscono diritti disponibili, al pari dei ROL.

Disciplina contributiva

In merito alla problematica concernente il mancato godimento o pagamento dei permessi per riduzione di orario e per le ex festività, nonché all’insorgenza della connessa obbligazione contributiva, è stato affermato che, in presenza di una previsione contrattuale collettiva – sia essa nazionale che aziendale – ovvero di una pattuizione individuale, che regolamenti il termine di fruizione dei permessi per riduzione di orario (c.d. ROL) e delle ex festività, e che preveda la corresponsione di una indennità sostitutiva, la scadenza della relativa obbligazione contributiva nonché la collocazione temporale dei contributi coincidono con il predetto termine contrattuale o pattizio, indipendentemente dall’avvenuta corresponsione delle somme.

Modalità operative

L’ipotesi di assoggettamento a contribuzione delle indennità sostitutive per ROL o ex Festività non godute rientra nelle fattispecie contemplate dalla Deliberazione del Consiglio di Amministrazione INPS n. 5 del 26.3.1993, approvata con D.M. 7.10.1993, i cui adempimenti contributivi possono essere assolti nel mese successivo a quello in cui maturano i compensi.

Ai fini del versamento, i datori di lavoro sommeranno l’importo corrispondente al compenso per ROL e/o ex Festività non godute alla retribuzione del mese successivo a quello di scadenza e inseriranno il relativo ammontare nell’elemento <Imponibile> presente nella sezione individuale del flusso UniEmens.

Qualora, in un momento successivo a quello dell’assolvimento dell’obbligazione contributiva, i permessi a titolo di ROL o ex-festività vengano effettivamente fruiti, il contributo versato non è più dovuto e può essere recuperato.

A tal fine i datori di lavoro utilizzeranno la specifica variabile retributiva con la causale FERIE presente in <Dati retributivi> della sezione individuale del flusso UniEmens e si atterranno alla prassi già in uso per il recupero della contribuzione sul compenso ferie.

 

 

 

2) L’elusione non esclude la violazione penale

II risparmio di imposta ottenuto mediante una condotta elusiva o censurabile sotto il profilo dell’abuso del diritto non esclude a priori la violazione penale perché può comunque comportare la fattispecie delittuosa di dichiarazione infedele.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, sezione III penale, con la sentenza n. 26723 depositata il 07 luglio 2011, che, secondo dottrina, apre un varco alla criminalizzazione delle condotte elusive, intendendo per tali sia quelle commesse in violazione all’art. 37 bis del Dpr n. 600/73, sia quelle, più generali, di abuso del diritto.

La pronuncia trae origine dal ricorso per cassazione di un contribuente, indagato per il delitto di dichiarazione infedele, il quale si era visto sequestrare dal Gip – decisione poi confermata dal Tribunale del riesame – beni mobili ed immobili.

Secondo la tesi accusatoria il contribuente aveva posto in essere una complessa operazione attraverso un insieme di condotte e di atti negoziali, che, sebbene tutti di per sé leciti, apparivano finalizzati ad evadere Iva ed Irpef, “attraverso una vicenda riconducibile all’abuso del diritto in ambito tributario”.

Il delitto di dichiarazione infedele richiede un minimo di attitudine all’inganno nei confronti del fisco.

La Cassazione ha respinto il ricorso del contribuente precisando che, trattandosi di una fase cautelare, è irrilevante l’eventuale mancanza dell’elemento soggettivo (dolo specifico) essendo sufficiente, in questa fase, il fumus del reato per giustificare il sequestro adottato.

La sentenza ha poi fornito alcune interpretazioni, che, se dovessero trovare conferma nella giurisprudenza di legittimità penale, sono apparse in medesima dottrina del tutto allarmanti.

La Corte, ha affermato che certamente è ravvisabile il fumus in quanto il reato contestato non è quello di dichiarazione fraudolenta, ma di dichiarazione infedele che non richiede l’uso di particolari mezzi fraudolenti per essere perpetrato, oltre al superamento della soglia di evasione prevista per legge.

Anche se l’eventuale carattere elusivo potrà essere compiutamente accertato in sede di cognizione, nella specie, secondo la sentenza, la condotta illecita ha comunque comportato una dichiarazione infedele come previsto dall’art. 4 del D.Lgs. n. 74/2000, perché non sono sati indicati gli elementi attivi nel loro esatto ammontare.

 

 

 

3) Sanzione ultra bassa per i ritardi minimi nel versamento dei tributi

Sanzione bassa per i ritardi minimi nel versamento dei tributi: Fino a 14 giorni dalla scadenza lei termine, la sanzione edittale del 30% è stata, infatti, ridotta a 1/15 per ogni giorno di ritardo, ossia al 2% giornaliero.

Resta ferma, inoltre, la possibilità di avvalersi del ravvedimento operoso, che comporta l’ulteriore riduzione della sanzione a un decimo, e dunque allo 0,2% per ogni giorno di ritardo.

La novità è contenuta nel comma 31 dell’art. 23 del D.L. n. 98/2011 (si veda l’articolo sulle novità fiscali del 08 luglio 2011), che ha modificato l’art. 13 del D.Lgs. n. 47/1997.

E, a parere di dottrina, vale anche per il passato. Nel testo antecedente alla manovra di stabilizzazione finanziaria, il citato art. 13, che prevede, com’è noto, la sanzione del 30% per gli omessi o ritardati versamenti dei tributi, stabiliva che “per i versamenti riguardanti crediti assistiti integralmente da forme di garanzia reale o personale previste dalla legge o riconosciute dall’amministrazione finanziaria” la predetta sanzione, oltre a quanto previsto dalla lettera a) del comma 1 dell’art. 13 del D.Lgs. n. 472/1997, fosse ulteriormente ridotta a un importo pari a un quindicesimo per ogni giorno di ritardo.

Con la modifica apportata dal D.L. n. 98/2011, consistente nell’eliminazione del riferimento ai crediti assistiti da garanzia, viene a configurarsi “in via generalizzata, una nuova misura della sanzione per i versamenti eseguiti entro 15 giorni dalla ordinaria scadenza, misura che cresce in ragione del maggior tempo trascorso. La modifica assolve pertanto alla finalità di rendere il sistema sanzionatorio più graduale rafforzando l’aderenza della sanzione stessa alla gravità dell’inadempimento”.

La novità è scattata dal 6 luglio 2011, data di entrata in vigore del decreto.

Tuttavia, in base al principio sancito dall’art. 3 del D.Lgs. n. 472/97, comunque, viene ritenuto da citata dottrina che la nuova previsione, giacché più favorevole, troverà applicazione anche per le violazioni commesse precedentemente, salvo che il provvedimento di irrogazione sia divenuto definitivo.

In definitiva, se al versamento tardivo effettuato entro 14 giorni si accompagna il contestuale pagamento spontaneo degli interessi legali e della sanzione ridotta, si applicano anche le disposizioni sul ravvedimento operoso.

In tale ultima ipotesi, la sanzione si ridurrà ulteriormente allo 0,20% per ogni giorno di ritardo fino al quattordicesimo.

E’ comunque da ritenere, a titolo personale, che se il contribuente pagherà in ritardo ma entro i 15 giorni dalla scadenza, in tale lasso di tempo non sarà più necessario procedere al ravvedimento operoso dal momento che la successiva sanzione applicata direttamente dall’Erario sarà assai bassa (non più il 30% ma solo il 2%).

 

 

 

4) Addizionale provinciale sull’energia elettrica: Problematiche applicative sollevate da Assonime

Assonime ha pubblicato, in data 08 luglio 2011, l’Approfondimento n. 6 del 2011, sul corretto trattamento fiscale da applicare, ai fini dell’addizionale provinciale sull’energia elettrica, ai consumi effettuati da soggetti terzi nei locali aziendali messi a loro disposizione da società.

Tale messa a disposizione può derivare da atti giuridici di diversa natura, a seconda delle varie fattispecie concrete.

A volte, si tratta di veri e propri contratti (c.d. di “services”), stipulati tra soggetti spesso appartenenti allo stesso “gruppo”, con cui una società si obbliga a prestare ad altre un particolare servizio, di contenuto complesso, consistente nella messa a disposizione, non solo dei locali aziendali, ma anche dei servizi necessari o connessi all’utilizzo degli stessi (quali, ad es., la pulizia, la vigilanza, la piccola manutenzione), nonché dell’energia elettrica, dell’acqua, ecc. necessarie a tale utilizzo.

Altre volte, l’obbligo di mettere a disposizione i propri locali a soggetti terzi – unitamente, tra l’altro, all’energia elettrica necessaria al loro utilizzo – è imposto a carico di una società da provvedimenti di natura legislativa o amministrativa, di norma per la realizzazione di interessi di ordine generale.

In relazione a dette fattispecie, è sorto il dubbio se il consumo dell’energia elettrica da parte dei soggetti terzi presenti nei locali aziendali possa costituire il presupposto per l’assoggettamento a separata tassazione, ai fini dell’addizionale provinciale sull’energia elettrica, del consumo di ciascuno di tali soggetti; con la conseguenza che, in caso di soluzione positiva, le società assumerebbero la qualifica di rivenditori di energia elettrica e, come tali, sarebbero tenute a versare l’addizionale sui consumi effettuati da ciascuno dei predetti soggetti, nonché ad adempiere agli obblighi dichiarativi e procedimentali previsti dalla normativa fiscale a carico dei rivenditori.

 

 

 

5) Regime contabile alternativo per gli esclusi dal “regime dei contribuenti minimi”

Gli imprenditori e i professionisti che verranno esclusi dal regime agevolato saranno esonerati dall’Irap e dalla tenuta delle scritture contabili, ma saranno soggetti agli studi di settore e verseranno l’Iva nella dichiarazione annuale.

Ciò poiché dal 1° gennaio 2012 il regime dei minimi sarà utilizzabile solo dalle persone fisiche che intraprendono un’attività d’impresa, arte o professione o che l’hanno intrapresa dopo il 31 dicembre 2007.

Infatti, l’art. 27 del D.L. n. 98/2011 (manovra correttiva estiva) prevede che gli attuali regimi forfettari vengono riformati e concentrati al fine di favorire la costituzione di nuove imprese da parte di giovani ovvero di coloro che perdono il lavoro e, inoltre, al fine di incrementare la costituzione di nuove imprese.

Nuovo regime fiscale per l’imprenditoria giovanile e per i lavoratori in mobilità

Pertanto, a partire dal 1° gennaio 2012, il regime di cui all’art. 1, commi da 96 a 117 della legge 24 dicembre 2007, n. 244, si continua ad applicare, per il periodo d’imposta in cui l’attività è iniziata e per i quattro successivi, soltanto alle persone fisiche:

– Che iniziano un’attività d’impresa, ovvero una professione;

– che l’hanno intrapresa dopo il 31 dicembre 2007.

L’imposta sostitutiva dell’imposta sui redditi e delle addizionali regionali e comunali (prevista dal comma 105 dell’art. 1 della Legge n. 244/2007) viene ridotta al 5%.

Tale beneficio viene riconosciuto a condizione che:

– Il contribuente non abbia esercitato, nei tre anni precedenti l’inizio, attività professionale ovvero d’impresa, anche in forma associata o familiare;

– l’attività da esercitare non costituisca, in nessun modo, mera prosecuzione di altra attività precedentemente svolta sotto forma di lavoro dipendente o autonomo, escluso il caso in cui l’attività precedentemente svolta consista nel periodo di pratica obbligatoria ai fini dell’esercizio di arti o professioni;

– qualora venga proseguita un’attività d’impresa svolta in precedenza da altro soggetto, l’ammontare dei relativi ricavi, realizzati nel periodo d’imposta precedente quello di riconoscimento del predetto beneficio, non sia superiore a 30.000 euro.

In tale ipotesi gli adempimenti a carico dei contribuenti restano del tutto semplificati, quindi, non devono presentare gli studi di settore e non devono versare Iva, neppure nella dichiarazione annuale.

Soggetti fuoriusciti dal regime dei minimi

Coloro, che iniziano l’attività d’impresa, ovvero che l’hanno iniziata dopo il 31 dicembre 2007, che pur avendo le caratteristiche di cui ai commi 96 e 99 dell’art. 1 della legge 24 dicembre 2007, n. 244, ma che non possono beneficiare del regime semplificato per i contribuenti minimi ovvero ne fuoriescono, fermi restando l’obbligo di conservare (art. 22 del DPR n. 600/1973), i documenti ricevuti ed emessi e, se prescritti, gli obblighi di fatturazione e di certificazione dei corrispettivi, sono esonerati dagli obblighi di registrazione e di tenuta delle scritture contabili, rilevanti ai fini delle imposte dirette e dell’Iva, nonché dalle liquidazioni e dai versamenti periodici rilevanti ai fini dell’Iva. Tali soggetti sono anche esenti dall’Irap.

Tuttavia, per tali soggetti esclusi dall’ex regime dei minimi e che, quindi, non possono accedere al neo regime fiscale per l’imprenditoria giovanile e per i lavoratori in mobilità, viene concesso un regime semplificato alternativo al precedente regime dei minimi. Rispetto a prima dovranno però versare l’Iva anche se solo annualmente, in seno alla dichiarazione, e particolarmente, dovranno nuovamente osservare gli adempimenti previsti per gli studi di settore, tra cui la compilazione e la presentazione del modello degli studi di settore da allegare al Modello Unico annuale.

A tal fine, tali ex minimi potranno decidere di optare per l’applicazione del regime contabile ordinario.

L’opzione, valida per almeno un triennio, è comunicata con la prima dichiarazione annuale da presentare successivamente alla scelta operata. Trascorso il periodo minimo di permanenza nel regime ordinario, l’opzione resta valida per ciascun anno successivo, fino a quando permane la concreta applicazione della scelta operata.

Con uno o più provvedimenti del direttore dell’Agenzia delle entrate saranno meglio disciplinate le disposizioni necessarie per l’attuazione delle novità.

Vengono soppressi: Il primo e il secondo periodo del comma 117 dell’art. 1 della legge 24 dicembre 2007, n. 244.

Infine, nel terzo periodo le parole “Ai fini dell’applicazione delle disposizioni del periodo precedente,” sono soppresse.

 

 

 

6) Contributo Unificato dovuto anche per i ricorsi nelle Commissioni Tributarie

Anche per i ricorsi principale ed incidentale proposti avanti le Commissioni Tributarie Provinciali e Regionali è adesso dovuto il contributo unificato nei seguenti importi:

Valore della lite

Contributo Unificato

Fino a euro 2.582,28

€ 30,00

da euro2.582,28 a5.000

€ 60,00

da euro5.000 a25.000

€ 120,00

da euro25.000 a75.000

€ 250,00

da euro75.000 a200.000

€ 500,00

oltre 200.000

€ 1.500,00

L’art. 37 del D.L. n. 98 del 06 luglio 2011 (manovra estiva) ha, infatti, introdotto una serie di novità in materia di giustizia, destinate a produrre effetti dirompenti anche sul sistema tributario.

Anche per i ricorsi amministrativi vige la regola per cui la mancata indicazione, sugli atti, del numero di fax, dell’indirizzo di posta certificata e del Codice Fiscale comporta l’aumento della metà del Contributo Unificato.

Inoltre, la norma ha precisato che il Contributo deve essere versato tanto per il ricorso principale, quanto per quello incidentale, quanto ancora per i motivi aggiunti.

Infine, riguardo al processo tributario, il Contributo Unificato rientra adesso anche in tale particolare disciplina.

Ecco le altre principali novità contenute in tale art. 37:

Sono stati ridotti i casi di esenzione. Quindi, non sono più esenti: Il processo esecutivo per consegna e rilascio; i processi in materia di separazione personale dei coniugi; i giudizi di lavoro e quelli in materia di previdenza ed assistenza obbligatorie (qualora la parte ricorrente abbia un reddito IRPEF superiore a € 21.256,32).

In base agli aumenti previsti dall’art. 37 della manovra, il Contributo Unificato sarà dovuto nella seguente misura:

Valore della lite

C.U.

C.U. precedente

Fino a euro 1.100 e per i processi in materia di previdenza ed assistenza obbligatorie

37

33

da euro1.101 a5.200, per i processi di volontaria giurisdizione e per i processi in materia di famiglia e stato

85

77

da euro5.201 a26.000

206

187

da euro26.001 a52.000

450

374

da euro52.001 a260.000

660

550

da euro260.001 a520.000

1.056

880

oltre 520.000

1.466

1.221

Esecuzioni immobiliari

242

220

Esecuzioni mobiliari

fino a 2.500 €

37

30

Opposizioni agli atti esecutivi

146

132

Controversie di lavoro

½ del C.U.

ESENTE

Procedura fallimentare (dalla sentenza dichiarativa di fallimento in poi)

740

672

Ulteriore importante, ma soprattutto discutibile, modifica appare la introduzione del comma 3-bis, nell’art. 13 del T.U. Tale comma prevede una sorta di sanzione per gli avvocati e, dunque, per le parti patrocinate, nel caso di mancata indicazione, sugli atti, del numero di fax, dell’indirizzo di posta certificata e del Codice Fiscale. Difatti, il Contributo Unificato viene aumentato della metà. Fin qui il processo civile. Per quanto attiene al processo amministrativo, questi gli importi aggiornati:

Materia del ricorso

C.U.

C.U. precedente

Ricorsi in materia di accesso agli atti, ricorsi avverso il silenzio, per quelli aventi ad oggetto il diritto di cittadinanza, di residenza, di soggiorno e di ingresso nel territorio dello Stato e per i ricorsi di esecuzione nella sentenza o di ottemperanza del giudicato

300

250

Ricorsi in materia di pubblico impiego

½ del C.U.

civile

ESENTE

Riti abbreviati relativi a speciali controversie

1.500

1.000

Ricorsi in materia di procedure di affidamento di lavori, servizi e forniture, nonché di provvedimenti delle Autorità

4.000

2.000

Tutti gli altri casi

600

 

 

 

7) Rimborsi delle ritenute applicate sui dividendi corrisposti alle società e agli enti residenti nell’Unione europea e nei Paesi aderenti all’Accordo sullo spazio economico europeo

L’Agenzia delle Entrate, con la circolare n. 32/E del 08 luglio 2011 ha fornito chiarimenti in merito ai criteri di valutazione delle istanze di rimborso concernenti le ritenute sui dividendi in uscita, corrisposti alle società e agli enti residenti nell’Unione europea e nei Paesi aderenti all’Accordo sullo spazio economico europeo, alla luce di quanto stabilito dalla Corte di giustizia con la sentenza del 19 novembre 2009.

Questi i punti su cui il documento di prassi invita a soffermarsi di fronte alle istanze di rimborso:

– Il campo di applicazione della citata sentenza della Corte di giustizia va limitato alle partecipazioni transfrontaliere non “qualificate” ai sensi della direttiva “madre-figlia”. Se, infatti, le ritenute sono relative a dividendi che rientrano nell’ambito della direttiva 90/435/CE (la madre-figlia) permane una particolare procedura, contenuta nell’art. 27-bis del Dpr 600/1973, e solo a questa occorre far riferimento;

– la Corte si è espressa in relazione ai dividendi in uscita verso Stati membri e non anche in relazione a quelli diretti nei Paesi aderenti all’accordo SEE;

– vanno prese in considerazione solo le istanze relative a ritenute su dividendi soggetti al nuovo regime tributario, in vigore a partire dal 1° gennaio 2004. Il Tribunale europeo ha, infatti, bollato come discriminatori gli effetti derivanti dal regime pex. Regime che quando vigeva l’Irpeg non era presente;

– anche ai rimborsi basati sul diritto comunitario si applicano le decadenze di diritto interno: L’istanza di rimborso deve essere stata, quindi, presentata entro 48 mesi dall’effettuazione della ritenuta perché il differente trattamento tributario si traduca in una violazione della libertà di circolazione dei capitali è necessario che i percettori esteri siano assoggettati a imposte societarie, anche se poi godono di particolari esenzioni oggettive o territoriali. Perciò, se il soggetto straniero non sconta tale tassazione non sussiste disincentivo a investire in Italia e, quindi, non vi è il diritto al rimborso;

– l’onere di provare la spettanza del rimborso è, per diritto interno, a carico di chi lo richiede. Dovranno essere, cioè, le società interessate a dimostrare, tramite certificazione dello Stato di residenza (verificabile avvalendosi delle regole di collaborazione transfrontaliera tra i vari Paesi, previste dalla direttiva 77/799/Cee), di essere soggetti passivi dell’imposta sul reddito delle società. Infine, viene precisato che l’istanza va respinta (per assenza del rischio di imposizione a catena – sentenza 8 novembre 2007, causa C-379/05) se il soggetto straniero può fruire, nel proprio Paese, di un credito di imposta pieno in relazione alla ritenuta subita; a prescindere se per norma interna o in base a Convenzione bilaterale;

– stabilimento della società richiedente il rimborso in un altro Stato Ue e/o transazione avente ad oggetto le partecipazioni non devono essere una “costruzione di puro artificio”. Condizione, questa, che deve essere l’Amministrazione a provare.

 

 

Vincenzo D’Andò

 

 

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