La tassazione degli arenili ai fini T.A.R.S.U.

la gestione di stabilimenti balneari rappresenta un’attività particolare da tassare, vediamo le specificità…

Alle luce delle attuali disposizioni in materia di smaltimento dei rifiuti urbani1, la tassazione degli arenili costituisce argomento di particolare complessità, nonostante il settore degli stabilimenti balneari negli ultimi anni abbia registrato un vero e proprio boom economico, cambiando ed ampliando radicalmente la natura dell’offerta dei servizi (da lidi da spiaggia a veri e propri locali serali in riva al mare).

Prima di addentrarci nello specifico, occorre distinguere l’arenile dalla battigia, intendendo con tale ultimo termine l’area demaniale sulla quale si infrangono le onde e che, in quanto bene pubblico non concedibile, deve sempre restare a disposizione dei bagnanti e non può essere attribuito ad esclusivo appannaggio dei privati. Diversamente l’arenile2 costituisce l’area della spiaggia data in concessione a privati per lo svolgimento dell’attività di balneazione e, in tali casi, nell’ambito della(e) normativa(e) in materia di rifiuti, esso rappresenta un’area scoperta ad uso privato, idonea alla produzione di rifiuti e, conseguentemente, alla realizzazione del presupposto imponibile per l’applicazione di tutte e tre le forme di prelievo.

Si tratta, tuttavia, di un’area sui generis per i seguenti motivi:

  1. per la tipologia di rifiuti che vi si producono (sia interni che esterni3);

  2. per i diversi utilizzi cui tali immobili sono destinati (lido balneare, ma anche attività diverse quali bar, ristorazione, edicola, negozi etc…);

  3. per il carattere stagionale delle concessioni demaniali (la stagione balneare è delimitata temporalmente dalla Capitaneria di porto), che ne riduce sensibilmente l’utilizzo.

 

Definite queste premesse, è nostra intenzione indagare sulla soggettività o meno delle aree in questione alla TARSU e, in caso affermativo, sulla misura della tassazione, con riguardo alle peculiarità in precedenza segnalate (precedenti punti sub. 1, 2 e 3).

 

Con riguardo alle disposizioni dettate dal D.Lgs. n. 507/1993, la tassazione delle aree scoperte ricade(va) sull’art. 66 dello stesso decreto, c. 1, che – tuttavia – ha subito molteplici vicende normative, peraltro mai entrate in vigore4. E’ rimasto, pertanto, sostanzialmente inalterato il regime di tassabilità previsto dal D.P.R. n. 917/1982 che classificava tali aree scoperte come “operative” per distinguerle da (differente trattamento fiscale previsto per) quelle pertinenziali o accessorie5: in vigenza della TARSU, pertanto, le aree scoperte operative scontano la tassazione per intero, sulla base dell’aliquota stabilita dal regolamento comunale.

Tuttavia, il carattere stagionale delle attività che normalmente insistono su tali superfici giustifica l’applicazione dell’agevolazione contenuta nell’art. 66 del d.lgs. 507/1993, c. 3 lett. c che consente – se recepita dal regolamento comunale – la riduzione della tariffa unitaria di un importo non superiore ad un terzo, se tali aree sono “adibite ad uso stagionale o ad uso non continuativo, ma ricorrente, risultante da licenza o autorizzazione rilasciata dai competenti organi per l’esercizio dell’attività”.

 

Non è trascurabile la circostanza che tali superfici abbiano formato oggetto di specifica menzione da parte del legislatore che le ha esplicitamente inquadrate nel citato art. 66, intitolato “Tariffe per particolari condizioni d’uso”.

D’altro canto, il presupposto della TARSU si riconduce alla presunzione di formazione di rifiuti urbani (ed assimilati) nei luoghi ove è individuabile la presenza umana con un minimo di apprezzabilità e sul conseguente obbligo per l’ente locale di provvedere alla raccolta e smaltimento degli stessi. Se quindi – come precisa l’art. 62 del d.lgs. 507/1993 – il presupposto impositivo si verifica con l’occupazione o detenzione di locali od aree scoperte esistenti nel territorio comunale suscettibili di produrre rifiuti, l’uso esclusivo o riservato di un immobile costituisce presunzione di potenzialità o attitudine a produrre rifiuti (i.e. concessione demaniale per l’uso dell’arenile), così generando il presupposto impositivo.

In modo assolutamente speculare rispetto alla nozione di presupposto impositivo dettata dal citato art. 62, l’esclusione6 dal tributo deriva dall’impossibilità degli immobili o delle aree scoperte di produrre rifiuti in ragione delle seguenti circostanze:

a) per loro natura;

b) per il particolare uso cui sono stabilmente destinati;

c) perché risultino in obiettive condizioni di inutilizzabilità nel corso dell’anno, qualora tali circostanze siano indicate nella denuncia7 e debitamente riscontrate in base ad elementi obiettivi direttamente rilevabili o ad idonea documentazione.

 

Ciò premesso, non può sfuggire che, diversamente dalle esclusioni o dalle esenzioni, l’agevolazione di cui all’art. 66 del D. Lgs. 507/1993 (“particolari condizioni d’uso”) individua specifiche fattispecie cui riservare un trattamento di favore in conseguenza della minore produzione di rifiuti delle relative superfici e del conseguente minor “peso” di tali immobili nella gestione della TARSU.

Nel merito, l’orientamento prevalente della giurisprudenza (Cass. n. 18316/2004, n. 16785/2002, n. 15867/2004, 9309/2003, Cons. di Stato n. 122/1999 e n. 858/2006) concorda nell’operare una prima distinzione fra obiettiva inutilizzabilità dei locali (esclusione ex art. 62, secondo comma) e condizione di non utilizzo dipendente da esigenze del contribuente (immobili stagionali e arenili): in tale ultimo caso, poiché il presupposto del sorgere dell’obbligazione tributaria è costituito dalla detenzione di locali e aree scoperte e non lo svolgimento di attività in essi, l’ipotesi di mancata utilizzazione per alcuni mesi dell’anno di locali tassabili non può dare titolo al totale esonero dal tributo, ma semmai all’applicabilità dei contemperamenti e delle riduzioni di cui al citato art. 66.

In altre parole, precisa il giudice di legittimità (Cass. n. 18316/2004) che “l’ipotesi di inutilizzabilità per otto mesi all’anno, prospettata dalla società contribuente per ottenere una tariffa dimensionata solo sui tempi d’uso, non corrisponde una previsione legislativa in quanto la norma indica quale causa di esclusione dall’obbligo del tributo le condizioni di “obiettiva” inutilizzabilità che non possono certo essere individuate nella mancata utilizzazione legata alla volontà o alle esigenze dell’utente”. Tale orientamento è condiviso anche dal Consiglio di Stato, il quale osserva che, nel caso degli stabilimenti balneari “non si può invocare un’esclusione vera e propria dal tributo poiché, a tal fine, deve essere verificata “l’obiettiva inutilizzabilità”, come nel caso di luoghi impraticabili o interclusi o in stato di abbandono, mentre la mancata utilizzazione legata alla volontà p alle esigenze dell’utente esula completamente dal concetto di cui si parla”. Correttamente, quindi, la giurisprudenza di legittimità non ritiene applicabile alle aree in esame l’esenzione di cui all’art. 62, c. 2, del D.Lgs. n. 507/1993 di cui riafferma il carattere oggettivo.

Per completezza va citata la sentenza della CTR Campania n. 44/2006 che, invece, sostiene la tassazione degli stabilimenti balneari con riguardo alla loro effettiva potenzialità di produzione dei rifiutiin rapporto al tempo di utilizzazione delle aree medesime. Ne consegue che, in ragione degli obblighi gravanti sul concessionario circa lo smontaggio dello stabilimento balneare e l’ottenimento dell’autorizzazione urbanistica ad ogni inizio stagione, le aree scoperte ad arenile ed occupate da opere precarie devono ritenersi imponibili in misura del periodo di esercizio dell’attività.

 

Sulla misura della tassazione in regime di TARSU può essere utile il riferimento alla prassi ministeriale che, sebbene datata (ris. n. 8/474 del 04/07/1989 e ris. n. 147/E-III-5-134313 del 15/09/1998), offre interessanti spunti.

Premesso che l’uso privato di tali immobili (così discriminandoli dalle aree pubbliche o di uso pubblico) viene individuato con riguardo all’esistenza della concessione ai gestori per l’esercizio dell’attività di balneazione, il Ministero rileva che, qualora sulla superficie dello stabilimento insistano esercizi adibiti ad attività estranee alla balneazione, ancorché condotte dallo stesso gestore (ristoranti, edicole, negozi di abbigliamento etc…), trattandosi di usi diversi che comportano una differente attitudine a produrre rifiuti debbono essere stabilite distinte e differenziate misure tariffarie. D’altra parte, precisa sempre l’amministrazione finanziaria, “tenuto conto che la particolare natura dell’attività di balneazione richiede l’utilizzazione di ampi spazi nei quali, come già evidenziato con circ. n. 7 del 26 giugno 1987, la potenzialità di produzione dei rifiuti per unità di superficie si riduce sensibilmente, va prospettata l’esigenza di fissare una più moderna misura unitaria della superficie costituente l’arenile rispetto agli altri comparti dello stabilimento balneare”.

 

L’intervento di prassi successivo (ris. n. 147/1998) chiarisce ulteriormente che, mentre non appare accettabile l’applicazione di differenti tariffe applicabili alle aree coperte ed a quelle scoperte, se adibite all’unica attività di balneazione, tale soluzione sarebbe prospettabile solo se in tali aree insistano esercizi chiaramente adibiti ad attività estranee, anche se contigue, interferenti o svolte dallo stesso gestore poiché “trattandosi di attività diverse che comportano una differente attitudine a produrre rifiuti, sono assoggettabili a distinte misure tariffarie”.

 

Per completezza, si ritiene opportuno segnalare che il citato intervento di prassi, nel rilevare la sproporzione della tariffa applicata dall’ente locale alla fattispecie segnalata dal contribuente8, invita l’ente locale ad apportare – con effetto retroattivo in via di autotutela – modifiche alla deliberazione tariffaria approvata “che presenta vizi di legittimità sotto il profilo della sproporzione tariffaria e quindi sarebbe suscettibile di disapplicazione in sede di ricorso presso le commissioni tributarie ai sensi dell’art. 7 del d.lgs. n. 546/1992 (anche se decorso il termine di impugnazione per l’annullamento presso la giurisdizione amministrativa)”.

 

23 luglio 2011

Valeria Fusconi

1 Come recentemente precisato su queste stesse pagine (cfr. FUSCONI, TARSU e TIA: le finanze provano a districare il complesso quadro normativo, in Commercialista Telematico del 17 febbraio 2011), in materia di rifiuti al momento coesistono ben tre diverse tipologie di prelievo e precisamente:

a) Tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani (TARSU), di cui agli artt. da 58 a 80 del d. lgs. 507/1993;

b) Tariffa di igiene ambientale (TIA 1), introdotta dall’art. 49 del d. lgs. 22/1997 che ha contemporaneamente soppresso la TARSU;

c) Tariffa integrata ambientale (TIA 2), di cui all’art. 238 del d. lgs. 152/2006 che – a sua volta – ha soppresso la TIA1.

2 Meglio sarebbe parlare di spiaggia data in concessione a privati, considerato che l’arenile – almeno secondo Wikipedia – rappresenta “la parte della spiaggia destinata al libero transito delle persone e dei veicoli di soccorso. Ne consegue la facoltà per tutti di transitarvi e l’obbligo, per chi ha una concessione per uno stabilimento balneare, di permettere gratuitamente l’accesso all’arenile da parte di chiunque lo desideri; ne consegue, altresì, il divieto per chi lo attraversa, di sostarvi o di ingombrare il passaggio”.

3 Mentre i primi derivano direttamente dall’uso cui sono adibite le diverse superfici e, pertanto, sono direttamente collegati al soggetto che li produce, i rifiuti esterni originano dallo spazzamento delle vie ed aree pubbliche e sono indivisibili per natura. In tema di rifiuti interni ed esterni ed al fine di meglio comprenderne la diversa rilevanza, cfr. la ris. n. 158/E del 5/11/1999, concernente lo smaltimento delle alghe che si depositano sulle spiagge.

4 I primi due commi dell’articolo 66 così disponevano: “1. E’ facoltà dei comuni assoggettare a tassazione le aree scoperte adibite a verde per la parte eccedente i 200 metri quadrati. Tale parte è comunque da computare nel limite del 25 per cento. 2. Le aree scoperte a qualsiasi uso adibite indicate nell’articolo 62 sono computate nel limite del 50 per cento”. Entrambi i commi sono stati abrogati dall’art. 2, c. 4-bis, D.L. 25 novembre 1996, n. 599, convertito dalla L. 24 gennaio 1997, n. 5, come sostituito dall’art. 6, D.L. 29 settembre 1997, n. 328, convertito dalla L. 29 novembre 1997, n. 410, ferme restando per il 1997 ed il 1998 l’imponibilità delle superfici scoperte operative e l’esclusione dal tributo delle aree scoperte pertinenziali od accessorie a locali tassabili. Ai sensi dell’art. 1, c. 3, D.L. 26 gennaio 1999, n. 8, convertito con L. 25 marzo 1999, n. 75, il disposto dell’art. 6, D.L. n. 328/1997, continua ad applicarsi anche successivamente al 1998.

5 La denominazione “operative” si rende necessaria per differenziare tali superfici dalle aree accessorie o pertinenziali le quali, ai sensi dell’art. 66, c. 2, del D. Lgs. 507/1993, dovevano essere computate solo per metà. Tale disposizione, come già precisato, non è mai entrata in vigore, per cui le predette superfici devono essere tassate interamente.

6Nel campo tributario in generale, mentre le esclusioni definiscono l’ambito applicativo del tributo, delineandone con maggior precisione il presupposto e la base imponibile e concorrendo, quindi, all’identificazione del fatto, della situazione e dei soggetti sottoposti ad imposizione, le esenzioni, al contrario, introducono delle deroghe alle regole disegnate dal legislatore in ordine al presupposto del tributo, esonerando (in tutto o in parte) da contribuzione fattispecie che altrimenti rientrerebbero a pieno titolo nella sfera di applicazione del tributo.

7 Come ho avuto modo di osservare (FUSCONI e altri, L’accertamento fiscale, IV ed., Milano 2010, pag. 593), vertendosi in tema di esclusioni e non di agevolazioni, l’eventuale mancata indicazione in denuncia originaria o di variazione dovrebbe comportare soltanto l’inversione dell’onere della prova a carico dell’utente, che può offrirla anche successivamente, con diritto allo sgravio o al rimborso della tassa già pagata.

8 Precisa la ris. 147/1998: “essendo evidente la sproporzione della tariffa applicata rispetto alla potenzialità di produzione dei rifiuti delle superfici tassate, trattandosi di tariffa a suo tempo determinata in funzione delle sole aree coperte, senza tenere conto della presenza degli arenili a bassa attitudine a produrre rifiuti”.

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