Novità fiscali del 23 giugno 2011

 

 Indice:

 1) Per gli enti pubblici niente “spesometro”

 2) Libere agevolazioni per gli autotrasportatori

 3) Riforma della tassazione dei fondi comuni

 4) Detassazione 2011: Non occorre adesione all’associazione e nessun parere preventivo ente bilaterale

 5) Sedi uniche per Inps, Inail e DPL: In GU il decreto che le regolamenta

 6) Comunicazioni per i lavori usuranti: On line il modello per i datori di lavoro

 7) Rimborsi IVA ai soggetti non residenti: Natura del termine semestrale per la richiesta di rimborso

 8) Ok al connubio tra studi di settore e redditometro

 

1) Per gli enti pubblici niente “spesometro”

Lo Stato, le regioni, le province, i comuni e gli altri organismi di diritto pubblico

sono esclusi dall’obbligo di comunicazione dei dati Iva (cd. elenchi clienti e fornitori).

A ciò ha posto rimedio il Provvedimento del direttore dell’Agenzia delle Entrate del 21 giugno 2011, che ha integrato il precedente 22 dicembre 2010, con il quale è stata (“re”)introdotta la normativa sullo spesometro, vale a dire l’obbligo di comunicazione telematica delle operazioni rilevanti ai fini dell’Iva di importo non inferiore a € 3.000,00, voluto dal D.L. 78 del 2010.

Tali organismi vengono esclusi da ogni adempimento collegato allo speso metro per le particolari modalità “di tenuta della contabilità previste in capo a tali soggetti, che possono rendere particolarmente onerosa l’individuazione delle suddette operazioni rilevanti ai fini IVA, in ragione della difficoltà ad effettuare una preliminare separazione delle operazioni effettuate”.

Infine, il Provvedimento ha anche sostituito le specifiche tecniche contenute nel citato Provvedimento del 22.12.2010 “al fine di semplificare ulteriormente gli obblighi di comunicazione da parte dei contribuenti e di migliorare la qualità delle informazioni trasmesse” (Vin. D’Andò).

 

 

 

2) Libere agevolazioni per gli autotrasportatori

Accesso libero alle agevolazioni per gli autotrasportatori. Anche quest’anno il fisco ha confermato loro gli importi già erogati nel 2010.

In particolare, l’Agenzia delle Entrate, con il comunicato stampa del 21 giugno 2011, ha così dettagliato:

Le imprese di autotrasporto merci (conto terzi e conto proprio) possono recuperare nel 2011, fino a un massimo di euro 300 per ciascun veicolo (tramite compensazione in F24), le somme versate nel 2010 come contributo al Servizio Sanitario Nazionale sui premi di assicurazione per la responsabilità civile per i danni derivanti dalla circolazione dei veicoli a motore adibiti a trasporto merci di massa complessiva a pieno carico non inferiore a 11,5 tonnellate.

Per i trasporti effettuati personalmente dall’imprenditore oltre il Comune in cui ha sede l’impresa (autotrasporto merci per conto di terzi) è prevista una deduzione forfetaria di spese non documentate (art. 66, comma 5, primo periodo del Tuir), per il periodo d’imposta 2010, nelle seguenti misure:

– 56,00 euro per i trasporti all’interno della Regione e delle Regioni confinanti.

La deduzione spetta anche per i trasporti personalmente effettuati dall’imprenditore all’interno del Comune in cui ha sede l’impresa, per un importo pari al 35% di quello spettante per gli stessi trasporti nell’ambito della Regione o delle Regioni confinanti;

– 92,00 euro per i trasporti effettuati oltre questo ambito (V. D’Andò).

 

 

 

3) Riforma della tassazione dei fondi comuni

Si sono conclusi i lavori per l’implementazione della riforma fiscale della tassazione dei fondi comuni che dal 1° luglio 2011 eliminerà l’asimmetria di trattamento fiscale che per anni ha penalizzato i prodotti di diritto italiano rispetto a quelli comunitari.

Lo rende noto la nota di Assogestioni del mese di giugno 2011.

Dopo l’approvazione della Legge di conversione del Decreto n. 225 del 2010  (cd. Milleproroghe), Assogestioni, con la collaborazione dei rappresentanti dell’Agenzia delle Entrate, ha potuto individuare i risvolti applicativi per gli intermediari coinvolti e proporre soluzioni alle eventuali problematiche.

Il direttore generale di Assogestioni, Fabio Galli, ha messo in risalto l’eccellente risultato raggiunto nonostante i tempi strettissimi intercorsi dalla conversione in legge del D.L. ad oggi.

Novità: Riforma della tassazione dei fondi comuni di investimento di diritto italiano

Il 16.02.2011 è stato, infatti, approvato dal Senato il DDL di conversione del D.L. 29 dicembre 2010, n. 225, recante “Proroga di termini previsti da disposizioni legislative ed interventi urgenti in materia tributaria e di sostegno alle imprese e alle famiglie” (c.d. “decreto Milleproroghe”) nel quale è prevista la riforma della tassazione dei fondi comuni di investimento di diritto italiano. La tassazione dei fondi italiani viene finalmente allineata a quella degli omologhi prodotti comunitari mediante abrogazione della tassazione dei redditi del fondo per maturazione e in capo allo stesso e applicazione dell’imposta sui medesimi redditi in capo ai partecipanti al momento del disinvestimento.

Le norme contenute nel DDL di conversione del D.L. c.d. “decreto Milleproroghe” riconoscono ai fondi italiani e a quelli lussemburghesi storici lo stesso regime fiscale attualmente previsto i fondi con sede in un altro Stato membro dell’Unione europea e conformi alle direttive comunitarie (“fondi comunitari armonizzati”).

L’equiparazione del trattamento fiscale dei fondi italiani a quello degli omologhi prodotti comunitari, consente peraltro di evitare distorsioni nell’applicazione del c.d. “passaporto europeo”, la cui introduzione è prevista dalla direttiva 2009/65/CE del 13 luglio 2009 (direttiva UCITS IV) e che gli Stati membri dovranno recepire a livello nazionale entro il 1° luglio 2011.

Il passaporto europeo permetterà, infatti, alle società di gestione del risparmio di istituire e gestire fondi comuni di investimento armonizzati in altri Stati membri senza necessità di costituire in loco una società di gestione.

Vengono, inoltre, apportate alcune modifiche al regime fiscale dei proventi derivanti dalla partecipazione ai fondi comunitari non armonizzati i quali non concorreranno più alla formazione del reddito imponibile dei partecipanti, ma saranno assoggettati ad una ritenuta nella misura del 12,50%.

Queste le principali caratteristiche della riforma delineate da Assogestioni:

– I fondi comuni italiani, a prescindere dall’oggetto dell’investimento (con la sola esclusione dei fondi immobiliari), ed i fondi lussemburghesi storici non sono soggetti alle imposte sul reddito e all’IRAP e i proventi da essi percepiti (interessi, dividendi, ecc.) non subiscono, laddove possibile, le ordinarie ritenute alla fonte o imposte sostitutive.

– La tassazione avviene esclusivamente, per cassa, in capo ai partecipanti, così come oggi avviene per i fondi comunitari armonizzati. In particolare, sui proventi derivanti dalla partecipazione ai fondi italiani e ai fondi lussemburghesi storici, qualificabili come redditi di capitale, è prevista l’applicazione di una ritenuta del 12,50%. Le perdite di capitale derivanti dalla partecipazione ai suddetti organismi, in quanto redditi diversi, possono essere utilizzate in compensazione con le plusvalenze su altri titoli nei quattro anni successivi.

– I risultati negativi di gestione accumulati dai fondi italiani e dai fondi lussemburghesi storici possono essere utilizzati, senza limiti temporali e di importo, in compensazione dei redditi percepiti dai partecipanti ai fondi dalle stesse istituiti assoggettati a ritenuta alla fonte del 12,50%, adottando la regola che ne guida l’utilizzo nel sistema attuale.

– I proventi derivanti dalla partecipazione a fondi esteri non armonizzati istituiti in un paese della Unione Europea o dello Spazio Economico Europeo che sono inclusi nella lista stabilita dal decreto ministeriale emanato ai sensi dell’art. 168-bis del D.P.R. n. 917/1986 (Tuir) e soggetti a forme di vigilanza nei Paesi esteri nei quali sono istituiti, sono assoggettati allo stesso regime fiscale previsto per i fondi esteri armonizzati (V. D’Andò).

 

 

 

4) Detassazione 2011: Non occorre adesione all’associazione e nessun parere preventivo ente bilaterale

La Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro ha così risposto alla domanda posta.

In particolare, per applicare il regime agevolato non occorre aderire ad alcuna associazione datoriale. Inoltre la normativa non prevede che debba essere richiesto il preventivo parere all’ente bilaterale per poter applicare l’imposta sostitutiva.

La citata Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro, in risposta (pubblicata il 22 giugno 2011) ad un quesito, ha colto l’occasione per riepilogare la normativa e la prassi in materia di detassazione per l’anno 2011.

L’Agenzia delle Entrate (circolare n. 3/E/2011)  ha affermato che ai fini dell’applicazione dell’imposta sostitutiva è condizione sufficiente che il datore di lavoro attesti sullo schema di certificazione CUD che le predette somme:

– sono correlate a incrementi di produttività, qualità, redditività, innovazione, efficienza organizzativa, in relazione a risultati riferibili all’andamento economico o agli utili della impresa o a ogni altro elemento rilevante ai fini del miglioramento della competitività aziendale;

– siano state erogate in attuazione di quanto previsto da uno specifico accordo o contratto collettivo territoriale o aziendale della cui esistenza il datore di lavoro, su richiesta, dovrà fornire prova.

In particolare, nel documento n. 19/E del 10 maggio 2011 (dell’Agenzia delle Entrate e del Ministero del Lavoro) è stato precisato:

“Quanto alla forma dell’accordo o contratto collettivo ai fini della applicazione della imposta sostitutiva in esame, fermo restando quanto già precisato nella precedente circolare n. 3/E del 14 febbraio 2011 dalle scriventi amministrazioni, non può tuttavia non rilevarsi come, ai fini della prova ed allo scopo di scongiurare contenziosi sul punto, sia indispensabile la formalizzazione per iscritto.

Al fine di rendere pienamente operativa la misura agevolativa in esame, si ritiene possibile tenere conto della stipula di accordi territoriali o aziendali che recepiscano i contenuti di prassi aziendali e di accordi stipulati dal datore di lavoro con la collettività di lavoratori, quanto a istituti come lo straordinario, il lavoro notturno, i turni, le clausole elastiche ecc. In caso di recepimento di detti accordi, gli accordi territoriali o aziendali dovranno riportarne il contenuto”.

L’art. 39, Cost., pertanto, pone le premesse per la disciplina della rappresentanza sindacale e della contrattazione collettiva in materia di lavoro.

Di fatto nel nostro ordinamento non è mai stata data attuazione alle disposizioni contenute nell’art. 39, Cost., pertanto non possono essere stipulati contratti collettivi con efficacia erga omnes.

L’adesione ad un’associazione sindacale imprenditoriale comporta l’obbligo di applicare il contratto collettivo stipulato da quell’associazione, per effetto del mandato rappresentativo conferito con l’iscrizione. In questo caso l’azienda sarà tenuta ad applicare il contratto collettivo determinato in relazione alle clausole contenute nel campo di applicazione comunemente fissato dalle parti stipulanti.

Il contratto, inoltre, si applica anche nei confronti di coloro che, pur non iscritti alle associazioni sindacali stipulanti, implicitamente o esplicitamente abbiano prestato adesione allo stesso.

Il datore di lavoro può deciderei applicare un determinato CCNL, aderendovi esplicitamente, ad esempio indicandone gli estremi nel contratto individuale o nella lettera di assunzione (Cass. S.U. 26 marzo 1997 n. 2655, Cass. 8 maggio 2008 n. 11372).

L’adesione può essere implicita, quando il datore di lavoro applica spontaneamente e costantemente un determinato CCNL o almeno le sue clausole più rilevanti e significative (Cass. 9 giugno 1993 n. 6412).

Alla luce di quanto sopra, conclude la Fondazione Studi, per applicare il regime agevolato non occorre aderire ad alcuna associazione datoriale.

Inoltre la normativa non prevede che debba essere richiesto il preventivo parere all’ente bilaterale per poter applicare l’imposta sostitutiva (V. D’Andò).

 

 

 

5) Sedi uniche per Inps, Inail e DPL: In GU il decreto che le regolamenta

Polo integrato del Welfare con nuovi assetti organizzativi.

E’ stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 140 del 18 giugno 2011 il Decreto Interministeriale del 28 marzo 2011.

Si tratta del Decreto Interministeriale del Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali di concerto con il Ministro dell’economia e delle Finanze relativo al modello organizzativo “Polo integrato del Welfare” di cui all’art. 1, comma 7, della legge 24 dicembre 2007, n. 247.

In particolare, il modello relativo al Polo integrato del Welfare, che prevede un sistema flessibile di sinergie e cooperazioni tra il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e gli enti previdenziali e assistenziali da esso vigilati, definisce sedi logistiche uniche dove gli utenti possono fruire dei servizi pubblici inerenti alle politiche sul lavoro e sociali, alla tutela delle condizioni di lavoro, alla sicurezza nei luoghi di lavoro e alla previdenza e assistenza.

Gli obiettivi strategici che tale modello deve conseguire, attraverso una specifica programmazione, sono lo sviluppo di nuovi assetti organizzativi territoriali flessibili ai bisogni locali degli utenti, la realizzazione di un sistema efficiente di erogazione dei servizi e un sistema organizzativo e amministrativo finanziariamente sostenibile e compatibile con le disposizioni in materia di finanza pubblica (V.D.).

 

 

 

6) Comunicazioni per i lavori usuranti: On line il modello per i datori di lavoro

Usuranti e notturno, comunicazioni prorogate al 31 luglio e 30 settembre: Le scadenze si sdoppiano, predisposti appositi modelli.

Dopo i dubbi delle scorse settimane sulle modalità di trasmissione dei dati alla DPL per i lavori usuranti e per il lavoro notturno, il Ministero del lavoro, con la circolare n. 15/11 dettaglia modalità e concede la proroga alla scadenza prima stabilita al 24 giugno.

Lo rende noto la seguente nota del Consiglio Nazionale dei Consulenti del Lavoro, pubblicata ieri sul proprio sito.

Comunicazioni per i lavori usuranti: On line il modello per i datori di lavoro

Il D.Lgs. n. 67 del 21 aprile 2011, che introduce la possibilità di beneficiare di un accesso anticipato al pensionamento in favore degli “addetti alle lavorazioni particolarmente faticose e pesanti”, stabilisce l’obbligo per i datori di lavoro di dare comunicazione on line delle lavorazioni indicate nel testo del decreto.

In particolare, nel caso dei processi produttivi in serie caratterizzati dalla “linea

catena” i datori di lavoro devono compilare il modello LAV-US, disponibile on line sul sito istituzionale del Ministero del Lavoro dal 21 giugno 2011.

Il sistema metterà poi i modelli compilati a disposizione delle Direzioni Provinciali del Lavoro e degli Istituti previdenziali competenti.

Per procedere all’invio sarà necessario allegare la copia in formato pdf del documento di identità del soggetto che effettua la comunicazione (datore di lavoro o soggetto abilitato che agisce in nome e per conto del datore di lavoro).

Presto sarà disponibile la funzione di accreditamento, preliminare all’invio della comunicazione.

E’ necessario trasmettere la modulistica entro il 31 luglio 2011 e, in seguito, come indicato nella circolare 15 del 20 giugno 2011, entro trenta giorni dall’inizio delle attività indicate nel decreto.

E’ obbligatorio anche comunicare lo svolgimento di lavoro notturno.

A partire dal 20 luglio 2011, sempre sul sito istituzionale del Ministero del Lavoro, sarà disponibile il modello LAV-NOT.

Le comunicazioni per i lavoratori che hanno svolto lavoro notturno nel corso del

2010 dovranno essere trasmesse entro il 30 settembre 2011.

Viceversa, rimarrà ancora tempo fino al 31 marzo 2012 per le comunicazioni che riguardano il lavoro svolto nell’anno 2011.

Infine, la mancata comunicazione è punita con una sanzione amministrativa da € 500,00 a € 1.500,00 (secondo quanto riportato nella citata nota dei Consulenti del Lavoro, non viene sanzionato il ritardo nella comunicazione e nemmeno l’indicazione errata del numero dei lavoratori addetti). V. D’Andò.

 

 

 

7) Rimborsi IVA ai soggetti non residenti: Natura del termine semestrale per la richiesta di rimborso

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 11456 del 25 maggio 2011, ha rimesso alla Corte di Giustizia Europea la questione pregiudiziale sulla natura (ordinatoria o perentoria) del termine semestrale per la presentazione della richiesta di rimborso da parte dei soggetti passivi stabiliti in un altro Stato membro dell’IVA detraibile assolta in Italia sugli acquisti di beni e servizi.
Al riguardo, Assonime, con la nota del 22 giugno 2011, ha ricordato, che, in base all’art. 7, par. 1, dell’Ottava direttiva del Consiglio CEE n. 79/1072/CEE del 1979 (abrogata e sostituita, a partire dal 1° gennaio 2010, dalla direttiva 2008/9/CE del 12 febbraio 2008) il termine per chiedere il rimborso dell’IVA versata in uno Stato membro, da parte di soggetti passivi stabiliti in un altro Stato membro, era fissato nel sesto mese successivo allo scadere dell’anno civile nel corso del quale l’imposta era divenuta esigibile (adesso, la disposizione contenuta nell’art. 15 della citata direttiva n. 9 del 2008, ha allungato il termine a nove mesi).

In proposito, la Corte di Cassazione ha varie volte affermato (per ultimo, con la sentenza n. 286 del 12 gennaio 2010) che il termine entro il quale i soggetti non residenti devono presentare la richiesta di rimborso dell’IVA detraibile assolta in uno Stato membro riveste carattere meramente “ordinatorio”, e che, pertanto, il mancato rispetto dello stesso non comporta la decadenza dal diritto al rimborso.

L’orientamento della Cassazione, peraltro, non risulta condiviso dall’Amministrazione finanziaria, la quale ha ritenuto (con la risoluzione n. 320966 del 24 luglio 1985, nonché, più recentemente, con la risoluzione n.47/E dell’11 aprile 2000) che detto termine abbia carattere “perentorio”.
Con la suddetta ordinanza di rimessione, pertanto, la Cassazione (ritenendo che la corretta individuazione della natura giuridica del termine in questione non possa prescindere dall’interpretazione della richiamata normativa comunitaria) ha chiesto alla Corte di Giustizia di conoscere “se il termine di sei mesi successivi allo scadere dell’anno civile nel corso del quale l’imposta è divenuta esigibile, previsto, per la presentazione della domanda di rimborso dell’imposta sul valore aggiunto da parte dei soggetti passivi non residenti all’interno del Paese, dall’art. 7, par. 1, ultimo periodo, dell’Ottava direttiva del Consiglio del 6 dicembre 1979, n. 79/1072/CEE abbia carattere perentorio, sia cioè stabilito a pena di decadenza dal diritto al rimborso” (V. D’Andò).

 

 

 

8) Ok al connubio tra studi di settore e redditometro

Va riconosciuto valore reddituale ai beni che il contribuente ha dichiarato in risposta al questionario.

Il principio di diritto secondo cui il divieto (posto dalla legge 212/2000) di richiedere al contribuente documenti e informazioni già in possesso dell’Amministrazione finanziaria o di altre amministrazioni pubbliche, di per sé, non esclude il potere dell’ufficio di chiedere, oltre a documenti e informazioni non in suo possesso (o in possesso di Amministrazioni terze), soprattutto specificazioni su notizie da esso già conosciute.

Questo per dare concretezza ed effettività al contraddittorio, al fine di adeguare l’elaborazione statistica degli standard alla concreta realtà economica del contribuente.

Deve essere, quindi, riconosciuto valore reddituale ai beni dichiarati in risposta al questionario.

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 13289 del 2011, ribaltando la decisione della Commissione Tributaria Regionale che era stata favorevole al contribuente, ha legittimato valenza reddituale allo specifico indice rivelatore costituito dal possesso, nel caso di specie, di 3 autovetture e di altri beni indice di capacità contributiva.

“La pronuncia ha anche aggiunto che la connotazione di presunzione semplice e la necessità di esperire il preventivo contraddittorio sono entrambi principi che vincolano il vecchio redditometro alle regole previste per il futuro nuovo strumento accertativo”.

Lo reso noto la stessa Agenzia delle Entrate, all’interno del proprio notiziario del 22 giugno 2011.

Nel caso di specie, l’Agenzia delle Entrate ha emesso un avviso di accertamento da redditometro a carico di un contribuente, che non aveva presentato la dichiarazione dei redditi, con il quale l’ufficio ha accertato sinteticamente il reddito complessivo di quell’anno, in applicazione dei coefficienti previsti dalle norme (DM 10 settembre e 19 novembre 1992; art. 38, comma 4, del D.p.r. n. 600/1973, nella versione applicabile fino al periodo d’imposta 2008, ossia prima delle modifiche apportate alla materia dall’art. 22, del D.L. n. 78/2010).

Il contribuente, esercente attività di impresa, pur avendo nel periodo considerato la disponibilità di automobili e realizzato incrementi patrimoniali (possesso di una casa di abitazione e di un’assicurazione), aveva risposto negativamente a un questionario (anzi, certificando la vendita dei beni mobili) con il quale l’ufficio richiedeva “ulteriori” precisazioni in relazione a documenti già in suo possesso.

L’atto impositivo veniva impugnato in Commissione tributaria provinciale, lamentando violazione dello Statuto del contribuente (Legge 212/2000) nel punto in cui sancisce espressamente il divieto di chiedere, con il questionario, chiarimenti su dati già in possesso dell’Amministrazione finanziaria (art. 6, comma 4). Tesi, questa, accolta dal primo giudice di merito e confermata in appello, ove la Commissione del riesame ha sancito l’illegittimità del questionario – e, di conseguenza, dell’atto impugnato – principalmente per la circostanza che i dati e documenti richiesti erano già conosciuti dall’ufficio.

Per cui l’Amministrazione finanziaria avrebbe violato, da un lato, l’art. 6, comma 4, dello Statuto del contribuente e, dall’altro, la normativa di settore, dato che i beni posseduti dal contribuente non costituirebbero “indici di spesa” per giustificare l’accertamento redditometrico ma beni “strumentali” inerenti l’attività d’impresa esercitata.

Contro tale ulteriore decisione negativa, l’Amministrazione finanziaria ha, quindi, presentato ricorso in Cassazione, uscendone fuori vittoriosa.

 

Vincenzo D’Andò

 

 

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