L'auto fa sempre reddito

 

Con sentenza n. 9549 del 29 aprile 2011 (ud. del 16 febbraio 2011) la Corte di Cassazione ha affermato che, in tema di accertamento dei redditi, nella disciplina ratione temporis vigente, la disponibilità di autoveicoli in Italia od all’estero costituisce un sicuro elemento indicativo di capacità contributiva.

Il possesso del bene costituisce una presunzione legale ai sensi dell’art. 2728 c.c. ed il giudice tributario non può privare tale elemento che la legge ha inteso annettere alla loro disponibilità potendo solo valutare la prova che il contribuente offre in ordine alla provenienza non reddituale delle somme necessarie per mantenerne il possesso.

 

Il fatto

Con sentenza n. 70/07/05, depositata l’11.7.05, la C.T.R. della Lombardia rigettava parzialmente l’appello proposto dall’Agenzia delle Entrate di Milano, avverso la sentenza della C.T.P., con la quale era stato accolto il ricorso proposto da R.R. avverso l’avviso di accertamento IRPEF ed ILOR, per gli anni 1989 e 1990.

La C.T.R. – dopo avere accolto il motivo di appello concernente l’applicazione retroattiva degli indici e coefficienti presuntivi (c.d. redditometri) di cui ai D.M. 10 settembre 1992, e D.M. 19 novembre 1992, emessi ai sensi del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 38, – rigettava, invero, l’appello nel merito. Il giudice del gravame riteneva, difatti, irrilevante, ai fini della tassazione, il possesso di un’autovettura da parte del R., poichè strumentale all’attività d’impresa del contribuente, e statuiva che le spese inerenti alla casa di abitazione del medesimo andassero ridotte al 50%, tenuto conto dei dati desumibili dalla dichiarazione dei redditi del coniuge, C.R..

 

La sentenza della Cassazione

Osserva, innanzitutto, la Corte che, in tema di accertamento dei redditi, ai sensi del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 2, – nel testo temporalmente applicabile alla fattispecie in esame – costituisce un elemento indicativo di capacità contributiva, tra gli altri, “la disponibilità“, in Italia od all’estero, di “autoveicoli“. Il possesso del bene in questione, come degli altri previsti dalla norma, costituisce, pertanto, “una presunzione legale di capacità contributiva, ai sensi dell’art. 2728 c.c., atteso che è la legge stessa a ricollegare al fatto certo di tale disponibilità l’esistenza di una capacità contributiva. Ne discende che il giudice tributario, una volta accertata l’effettività fattuale degli specifici elementi rilevatori di capacità contributiva, non può privare tali elementi della capacità presuntiva che la legge ha inteso annettere alla loro disponibilità, ma può soltanto valutare la prova che il contribuente offra in ordine alla provenienza non reddituale delle somme necessarie per mantenere il possesso dei beni indicati dalla norma. E ciò in quanto tali somme siano – per qualsiasi ragione – non imponibili, o siano già sottoposte ad imposta, o – ancora – siano, in tutto o in parte, esenti da tassazione (v., in tal senso, Cass. n. 16284/07)”.

Nel caso di specie, la C.T.R. ha ritenuta esaustiva l’allegazione del contribuente, secondo il quale l’autovettura in contestazione era stata indicata in dichiarazione come bene strumentale all’attività svolta e, pertanto, la stessa non poteva essere considerata un bene per il quale erano da ritenersi applicabili i criteri presuntivi, di cui ai D.M. 10 settembre 1992, e D.M. 19 novembre 1992.

Tale assunto del giudice di appello è erroneo per la Corte di Cassazione.

Va osservato, infatti, che per la deducibilità delle spese relative a beni strumentali, ai fini delle imposte sui redditi, è necessaria – a differenza di quanto è previsto per l’IVA, dal D.P.R. n. 633 del 1972, art. 19 e ss., – l’annotazione del registro dei beni ammortizzabili, prescritta dal D.P.R. n. 600 del 1973, art. 16, in difetto della quale non può farsi luogo, pertanto, alla deducibilità dei relativi costi ai fini IRPEF e ILOR (Cass. n. 16702/05). Nel caso concreto, il contribuente – sul quale incombeva il relativo onere – non ha fornito prova alcuna di avere posto effettivamente in essere tale condizione per la deducibilità delle spese in parola, per cui il motivo di ricorso formulato, al riguardo, dall’Agenzia delle Entrate non può che essere accolto”.

Inoltre, anche il secondo motivo di ricorso censurato dall’amministrazione finanziaria – la motivazione insufficiente dell’impugnata sentenza, nella parte in cui ha statuito che le spese inerenti alla casa di abitazione del R. andassero ridotte al 50%, tenuto conto dei dati desumibili dalla dichiarazione dei redditi del coniuge, C.R. – si palesa fondato e deve essere accolto.

Premesso, infatti, che anche la disponibilità, in Italia od all’estero, di “residenze principali o secondarie” da luogo a presunzione legale di capacità contributiva, ai sensi del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 2, (nel testo applicabile ratione temporis) e art. 2728 c.c. (Cass. n. 16284/07,non può revocarsi in dubbio che, a fortiori, la CTR avrebbe dovuto tenere conto in motivazione della deduzione dell’Ufficio circa la mancanza, nella dichiarazione dei redditi del R., del codice fiscale della consorte, C.R.. Tale allegazione dell’Ufficio, in quanto inerente ad un punto essenziale della controversia, essendo in discussione proprio la partecipazione – dedotta dal contribuente – della moglie al pagamento delle spese in questione, avrebbe dovuto essere presa in considerazione dal giudice di appello, sia pure al solo fine di affermarne l’irrilevanza. Tanto più che la CTR ha ritenuto di valorizzare – ai fini del superamento della presunzione di capacità contributiva del R., derivante dal possesso di una casa di abitazione – l’elemento documentale costituito dalla dichiarazione dei redditi della Cremaschi, ritenendolo probante nel caso sottoposto al suo esame. E tuttavia, il giudice di appello non ha in alcun modo esplicitato le ragioni per le quali tale dichiarazione si sarebbe rivelata decisiva nel caso concreto, nè quali fossero i dati emergenti dal modello 740 presentato dalla C., ritenuti pienamente attendibili”.

 

Breve nota

Nell’accertamento cd. sintetico, il giudice tributario che abbia accertato la sussistenza degli indici rivelatori di maggiore ricchezza non ha il potere di togliere a tali elementi la capacità contributiva presuntiva che il legislatore ha connesso alla loro disponibilità, ma può soltanto valutare la prova che il contribuente offra in ordine alla provenienza non reddituale degli stessi.

In questo senso si era già espressa la Corte di Cassazione nella recente sentenza n. 2726 del 4 febbraio 2011 (ud. del 10 dicembre 2010), rilevando che (cfr. anche Cass.n. 1909/2007; Cass. n. 16284/2007), in tema di accertamento sintetico gli elementi indicativi di capacità contributiva costituiscono una presunzione legale, ai sensi dell’art. 2728c.c., perchè è la stessa legge che impone di ritenere conseguente al fatto (certo) di tale disponibilità la esistenza di una capacità contributiva.

Pertanto, il giudice tributario, una volta accertata l’effettività fattuale degli specifici “elementi indicatori di capacità contributiva” esposti dall’Ufficio, non ha il potere di togliere a tali “elementi” la capacità presuntiva “contributiva” che il legislatore ha connesso alla loro disponibilità, “ma può soltanto valutare la prova che il contribuente offra in ordine alla provenienza non reddituale (e, quindi, non imponibile o perchè già sottoposta ad imposta o perchè esente) delle somme necessarie per mantenere il possesso dei beni indicati dalla norma“.

Il tema centrale rimane perciò circoscritto alla questione della sufficienza della prova ed, infatti, la sentenza che si annota non si discosta dai principi espressi dalla stessa Corte di Cassazione nel corso degli ultimi anni.

Si ricorda che sempre la Corte di Cassazione, con sentenza n. 25386 del 26 ottobre 2007 (dep. il 5 dicembre 2007), aveva già avuto modo di ritenere che gli accertamenti effettuati mediante redditometro sisottraggono all’obbligo di motivazione ex art. 3, c. 2, della L. 7 agosto1990, n. 241, con la conseguenza che l’Amministrazione finanziaria èesonerata da qualunque prova ulteriore rispetto ai fatti indicativi dicapacità contributiva individuati dal redditometro e posti a base dellapretesa fiscale (nel caso di specie: possesso di automobili), gravando sulcontribuente l’onere di dimostrare che il reddito presupposto sulla base delredditometro non esiste o esiste in misura inferiore.

L’accertamento è comunque subordinato all’esercizio, da parte del contribuente, della facoltà di provare che la maggiore disponibilità economica accertata sinteticamente non dipenda da redditi prodotti nell’anno o dipenda da redditi esenti da imposta od in ordine ai quali sia stata già effettuata la ritenuta alla fonte a titolo d’imposta.

Il ricorso al redditometro esonera quindi l’Amministrazione da qualunque ulteriore prova e le consente di emettere un valido avviso di accertamento ricorrendo ad un mero calcolo matematico, traslando sul contribuente l’onere di fornire la prova contraria a quanto calcolato attraverso il “redditometro“.

 

24 maggio 2011

Roberta De Marchi

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