La complessa trasformazione da T.A.R.S.U. a T.I.A. (seconda parte) – relazione tenuta al convegno organizzato dal Commercialista telematico il 20/5/2011

 

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LA TASSA RIFIUTI SOLIDI URBANI (TARSU)

 

La tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani (TARSU) fece, per la prima volta, la propria apparizione nel novero dei tributi con la legge n. 366 del 20 marzo 1941.

Infatti, prima di tale intervento normativo, vi era unicamente un corrispettivo privatistico a fronte del servizio individuale di raccolta dei rifiuti interni.

Successive modifiche apportate alla L. 366/1941 furono il D.P.R. 10/09/1982, in attuazione delle direttive CEE n. 75/442, n. 76/403 e n. 73/319 in materia di rifiuti, con il quale divenne obbligatoria l’istituzione del tributo, e il D.L. n. 66 del 2/03/1989 convertito dalla L. 144 del 24/04/1989.

Infine, con la L. 23/10/1992 n. 421 veniva conferita delega al Governo per la razionalizzazione delle discipline normative in materia di finanza territoriale. Tale delega portò all’emanazione del D.Lgs. del 15 novembre 1993, n. 507 (“revisione ed armonizzazione dell’imposta comunale sulla pubblicità e del diritto sulle pubbliche affissioni, della tassa per l’occupazione di spazi ed aree pubbliche dei comuni e delle province nonché della tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani a norma dell’art. 4 della legge 23 ottobre 1992, n. 421, concernente il riordino della finanza territoriale”), attraverso il quale il Legislatore, pur mantenendo pressoché inalterato l’impianto generale della TARSU, ne aveva ridefinito i caratteri rendendo più marcata la sua natura di “tassa”, attraverso il rafforzamento del legame tra la sua corresponsione e la prestazione del servizio pubblico di rimozione dei rifiuti.

Il decreto legislativo n.22 del 5 febbraio 1997 (cd. decreto Ronchi) ha radicalmente innovato la disciplina previgente in materia di rifiuti solidi urbani, ponendosi nella prospettiva di una maggiore tutela dell’ambiente (laddove incoraggia il riciclaggio, il recupero e il riutilizzo dei rifiuti) e di un trattamento più equo nei confronti degli utenti. Preliminarmente, è opportuno precisare che la normativa sui rifiuti solidi urbani presenta una fisionomia piuttosto complessa, essendosi sviluppata nel tempo attraverso una serie di norme modificative di disposizioni preesistenti; ne è derivato un quadro normativo che, a sua volta, ha generato problemi interpretativi ed attuativi di diversa portata.

L’art. 49 del decreto Ronchi, ha segnato il passaggio dalla tassa sui rifiuti solidi urbani (TARSU) alla tariffa di igiene ambientale (TIA), con l’obiettivo primario di consentire ai comuni la copertura totale dei costi relativi al servizio rifiuti e, di seguito, di incentivare le imprese a ridurre notevolmente la quantità dei rifiuti prodotti, con vantaggi economici ed ambientali di indubbio rilievo.

Ed infatti, l’art. 49 del D.Lgs. 22/1997, al primo comma stabilisce che “La tassa per lo smaltimento dei rifiuti di cui alla sezione II dal Capo XVIII del titolo III del testo unico della finanza locale, approvato con regio decreto 14 settembre 1931, n. 1175, come sostituito dall’articolo 21 del decreto del Presidente della Repubblica 10 settembre 1982, n. 915, ed al capo III del decreto legislativo 15 novembre 1993, n. 507 è soppressa a decorrere dai termini previsti dal regime transitorio, disciplinato dal regolamento di cui al comma 5, entro i quali i comuni devono provvedere alla integrale copertura dei costi del servizio di gestione dei rifiuti urbani attraverso la tariffa di cui al comma 2.

Si analizzano di seguito le caratteristiche peculiari della TARSU anche al fine di meglio comprendere la giurisprudenza che si è sviluppata sulla materia ed anche per rendere ancora più evidenti le differenze strutturali della stessa sia rispetto alla TIA1 che alla TIA2.

Ed infatti, le maggiori difficoltà si presentano proprio adesso, poiché, come meglio si spiegherà nei successivi paragrafi, è stato previsto dal legislatore che la nuova Tariffa Integrata Ambientale sia attualmente applicabile mediante i regolamenti attualmente in vigore.

Tornando alla Tarsu, l’art. 62 del D.lgs. 507 del 1993 stabiliva i presupposti di applicazione della Tarsu individuandoli nella semplice occupazione o detenzione “di locali ed aree scoperte, a qualsiasi uso adibiti, esistenti nelle zone del territorio comunale in cui il servizio e’ istituito ed attivato o comunque reso in via continuativa”.

A tal proposito la Corte di Cassazione, proprio recentemente ha potuto chiarire il valore di presunzione legale relativa del presupposto impositivo della Tarsu, come appena descritto. Nella sentenza del 31/01/2011, n. 2202, la Suprema Corte ha, infatti, sancito che “il presupposto impositivo della Tarsu è soltanto la detenzione o la disponibilità di immobili, mentre la prova della non idoneità a produrre rifiuti o la sua sottoposizione a regimi impositivi più favorevoli incombe al contribuente.”

Appare evidente che la Corte ha considerato sussistente, in capo possessori di immobili, una presunzione legale relativa di produzione dei rifiuti, che gli stessi contribuenti possono superare al fine di ottenere eventuali riduzioni o esenzioni dal pagamento del tributo.

Le circostanze di fatto che comportano esenzioni, riduzioni, o agevolazioni devono necessariamente, ad ogni modo, essere contenute nella dichiarazione originaria o nelle successive variazioni.

L’art. 62 cit, prevede altresì alcune ipotesi di requisiti che potrebbero comportare la non debenza del tributo, o comunque un’obbligazione ridotta. Prevede, infatti, la norma che: “Non sono soggetti alla tassa i locali e le aree che non possono produrre rifiuti o per la loro natura o per il particolare uso cui sono stabilmente destinati o perché risultino in obiettive condizioni di non utilizzabilità nel corso dell’anno”.

Nella determinazione della superficie tassabile non si tiene conto di quella parte di essa ove per specifiche caratteristiche strutturali e per destinazione si formano, di regola, rifiuti speciali, tossici o nocivi, allo smaltimento dei quali sono tenuti a provvedere a proprie spese i produttori stessi in base alle norme vigenti. Ai fini della determinazione della predetta superficie non tassabile il comune può individuare nel regolamento categorie di attività produttive di rifiuti speciali tossici o nocivi alle quali applicare una percentuale di riduzione rispetto alla intera superficie su cui l’attività viene svolta.

Nelle unità immobiliari adibite a civile abitazione, in cui sia svolta un’attività economica e professionale, può essere stabilito dal regolamento che la tassa è dovuta in base alla tariffa prevista per la specifica attività ed è commisurata alla superficie a tal fine utilizzata. 5. Sono esclusi dalla tassa i locali e le aree scoperte per i quali non sussiste l’obbligo dell’ordinario conferimento dei rifiuti solidi urbani interni ed equiparati in regime di privativa comunale per effetto di norme legislative o regolamentari, di ordinanze in materia sanitaria, ambientale o di protezione civile ovvero di accordi internazionali riguardanti organi di Stati esteri”.

 

APPLICABILITÀ DELLA TARSU ALLE PIAZZOLE AUTOSTRADALI

In merito a quanto detto circa la presunzione legale relativa di producibilità dei rifiuti, vi è un’interessante sentenza della Corte di Cassazione, n. 5559 del 2011, nella quale il contribuente, nella specie la società di gestione di un’autostrada, è riuscita a dimostrare la non debenza del tributo per oggettiva impossibilità di fruizione del servizio comunale. La Suprema Corte ha, quindi, ritenuto fondata la questione rilevata dalla società contribuente e ha conseguentemente sancito che: “La società contribuente lamenta la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 507 del 1993, artt. 59 e 62 e del D.Lgs. n. 285 del 1998, art. 14 (nuovo C.d.S.) per avere la C.T.R. erroneamente interpretato ed applicate le norme richiamate, in quanto, nella specie, l’art. 62 D.Lgs. n. cit., non è rilevante, non rientrando l’oggetto del giudizio nelle ipotesi in esso contemplate; ne’ sarebbe applicabile la riduzione di cui all’art. 59, comma 2. Sostiene la società che la TA.R.S.U. non sarebbe comunque applicabile in quanto le piazzole di sosta de quibus, pur essendo ubicate nel territorio del Comune di Follo, non sono suscettibili ad usufruire del servizio comunale in quanto sono prive di qualunque via esterna di accesso e/o di collegamento con quel territorio, non essendo presenti caselli per l’ingresso e/o l’uscita dall’autostrada e perché l’attività di pulizia e smaltimento rifiuti è affidata per legge alla stessa società autostradale ai sensi del D.Lgs. n. 285 del 1998, art. 14 (nuovo C.d.S.). Né, infine, è applicabile la disciplina relativa alla riduzione della tariffa , non potendo le piazzole usufruire del servizio per le ragioni sopra esposte, mentre tale diminuzione è applicabile nelle ipotesi in cui il servizio, pur non essendo utilizzato dal contribuente, è comunque astrattamente fruibile. Il ricorso è fondato. Dall’esame della disciplina normativa in materia di rifiuti si evince che la tesi prospettata dalla società ricorrente è in parte condivisibile. È pur vero che nella normativa in materia di rifiuti tra le esenzioni espressamente contemplate dal D.Lgs. n. 507 del 1993, art. 62, non sono comprese le autostrade e le aree ad esse pertinenziali, tuttavia il comma 5 prevede che: “Sono esclusi dalla tassa i locali e le aree scoperte per le quali non sussiste l’obbligo dell’ordinario conferimento di rifiuti solidi urbani interni ed equiparati in regime di privativa comunale per effetto di norme legislative o regolamentari, di ordinanze in materia sanitaria, ambientale o di protezione civile ovvero di accordi internazionali riguardanti organi di Stati esteri”. Il D.Lgs. n. 285 del 1992, art. 14 (nuovo C.d.S.), che contempla i poteri e i compiti degli enti proprietari delle strade a sua volta al comma 1 prevede: “Gli enti proprietari delle strade, allo scopo di garantire la sicurezza e la fluidità della circolazione, provvedono: a) alla manutenzione, gestione e pulizia delle strade, delle loro pertinenze e arredo, nonché delle attrezzature, impianti e servizi;”e nel successivo comma 3, chiarisce che: “Per le strade in concessione i poteri e i compiti dell’ente proprietario della strada previsti dal presente codice sono esercitati dal concessionario, salvo che sia diversamente stabilito”. Conseguentemente, poiché la norma contenuta nel nuovo codice della strada (D.Lgs. n. 285 del 1992) deve essere considerato come norme speciale, come tale può derogare alla disciplina generale in materia di rifiuti contenuta nel D.Lgs. n. 507 del 1993. Conseguentemente dall’esame della presente normativa emerge senza ombra di dubbio che l’attività di raccolta e di gestione dei rifiuti nell’ambito delle aree autostradali e delle relative pertinenze compete al concessionario dell’autostrada”.

 

CONSEGUENZE ANNULLAMENTO REGOLAMENTO

L’art. 68, c. 1, D.Lgs. 507/1993 stabilisce che ai fini dell’applicazione della Tarsu, i Comuni devono provvedere all’emanazione di un apposito regolamento, determinando altresì gli elementi che esso deve contenere.

Il regolamento, quindi, è fondamentale ai fini di una legittima applicazione della Tassa.

Nella sentenza n. 2199 del 31/01/2011 la Corte Cassazione, ha affrontato la problematica delle conseguenze dell’annullamento del regolamento previsto dall’art. 68 D.Lgs. 507/1993, sancendo, in particolare, che “L’affermazione dei giudici di merito, secondo cui l’annullamento della delibera tariffaria da parte del giudice amministrativo non avrebbe alcuna conseguenza invalidante sull’atto impositivo del comune costituisce violazione della regola fondamentale che regola gli effetti dell’annullamento giurisdizionale degli atti amministrativi, che quella della retroattività. La pronuncia del TAR comporta, quindi, un effetto di invalidità derivata dell’atto impositivo, del quale la tariffa costituiva presupposto regolatore. L’effetto demolitorio della pronuncia del TAR non poteva essere, quindi, disconosciuto dal giudice tributario che, nella specie, non poteva neppure, stante l’immediata efficacia erga omnes di tale decisione,avente ad oggetto un atto a contenuto generale, conoscere incidenter tantum dell’atto tariffario, ai fini dell’esercizio del potere di disapplicazione. Il Collegio si uniforma pienamente, quindi, ai principi enunciati nella sentenza della Sezione n. 16937/07. Né aveva alcun rilievo il fatto che, l’utente aveva comunque usufruito del servizio, e che il ricorso introduttivo non conteneva alcuna domanda di applicazione del regime tariffario precedente. I poteri decisori del giudice tributario non si esauriscono, infatti, col mero annullamento dell’atto impugnato, dovendo il giudice applicare la disciplina che regola il rapporto tributario; nella specie, quindi, individuare il regime tariffario applicabile, ove ripristinato dall’annullamento giurisdizionale.”

 

LETTERA DI COLLABORAZIONE

L’art. 73 del D.Lgs. 507/1993 dispone per i Comuni una misura di controllo sulla veridicità dei dati contenuti nelle dichiarazioni invitando il contribuente ad esibire o trasmettere atti e documenti, od anche a rispondere a questionari.

La Corte di Cassazione in merito a tale procedimento, ne ribadisce la natura facoltativa, non essendo prevista per i Comuni alcuna comminatoria di nullità per gli atti successivi di riscossione a causa del mancato rispetto della procedura. Al contrario la legge disciplina unicamente i casi di mancato adempimento da parte del contribuente. Per tali motivi, la Suprema Corte sancisce che “ai fini dell’applicazione della tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani interni, il Comune ha, in una prima fase del procedimento di accertamento, disciplinata dal Decreto Legislativo n. 507 del 1993, articolo 73, comma 1, il potere di controllare i dati contenuti nelle denunce degli interessati o acquisiti d’ufficio, mediante rilevazione diretta della misura e della destinazione delle superfici imponibili, da svolgersi in collaborazione con l’interessato e con il suo consenso espresso o tacito; in tale prima fase, destinata al consolidamento dei dati contenuti nella denuncia presentata o acquisiti d’ufficio, la mancanza di preavviso al contribuente, non determina la nullità dell’accertamento. Ed invero il mancato rispetto del procedimento, regolato dal Decreto Legislativo 15 novembre 1993, n. 507, articolo 73 per l’accesso agli immobili soggetti alla tassa eseguito per conto del Comune non ne comporta l’illegittimità’, non stabilendo lo stesso articolo 73 alcuna comminatoria in caso delle inosservanze delle disposizioni ivi dettate (Sez. 5, Sentenza n. 5093 del 09/03/2005)”.

 CONTINUA…

25 maggio 2011

Maurizio Villani e Stefania Attolini


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