Sanzioni antitrust: deducibili o indeducibili?

La quaestio iuris della deducibilità o meno dal reddito imponibile, qualicomponenti passive, delle sanzioni amministrative pecuniarie comminate dall’Autorità Garante per la Concorrenza ed il Mercato, è stata, di recente, oggetto di un ulteriore chiarimento da parte della Corte di Cassazione, anche se l’orientamento interpretativo espresso dal Supremo Collegio è stato successivamente disatteso dalla Commissione Provinciale Tributaria di Milano.

 

In particolare, la Corte di Cassazione, Sez. V, con la sentenza del 12 gennaio 2011, n. 600, ha ribadito il principio in ragione del quale la natura e la finalità punitiva delle sanzioni irrogate in materia di tutela della concorrenza e del mercato escludono la deducibilità di tali esborsi dal reddito d’impresa. A detta del richiamato organo giurisdizionale, infatti, “in considerazione della loro finalità punitiva e della loro complessiva disciplina, le sanzioni pecuniarie in materia di tutela della concorrenza e del mercato di cui alla L. n. 287 del 1990 (cosiddetta disciplina antitrust), irrogabili dalla Commissione UE o dall’Autorità Garante della concorrenza, non configurano “costi” deducibili dal reddito d’impresa”.

 

Sul punto, inoltre, il Supremo Collegio richiama la precedente statuizione di cui alla sentenza n. 5050 del 3 marzo 2010. Infatti, la Corte di Cassazione, con la suddetta sentenza n. 5050, aveva già chiaramente escluso che le sanzioni amministrative pecuniarie comminate dall’Autorità Garante per la Concorrenza ed il Mercato potessero essere considerate, dal soggetto economico destinatario delle stesse, quali componenti passive deducibili dal reddito imponibile. A detta dell’organo giurisdizionale, infatti, i provvedimenti sanzionatori amministrativi per gli illeciti concorrenziali, disciplinati dalla Legge n.287 del 10 ottobre 1990, non possono essere ritenuti costi di produzione poiché non derivanti da un’attività connessa al corretto esercizio dell’impresa e, quindi, non costituiscono fattori produttivi del reddito imponibile essendo correlati, al contrario, a condotte esterne alla vita d’impresa ed antitetiche rispetto al corretto svolgimento della stessa. Ragionando a contraris, si aggirerebbe la ratio legis sottostante l’impianto normativo antitrust, svilendo l’intento correttivo, preventivo, repressivo e pedagogico delle relative disposizioni sanzionatorie.

 

La Corte di Cassazione, nella richiamata sentenza n. 5050/2010, inoltre, dopo aver analizzato i motivi addotti nel ricorso presentato da un’impresa avverso la decisione con la quale la Commissione Tributaria Regionale adita aveva, in armonia alla pronuncia di primo grado, escluso la possibilità di considerare le sanzioni amministrative, comminate per violazione alla normativa sulla concorrenza, quali componenti passive deducibili ai sensi di quanto previsto dal D.P.R. n. 917/1986, ribadisce l’impossibilità di ritenere le sanzioni pecuniarie antitrust quali costi di produzione e, quindi, componenti negative deducibili dal reddito imponibile. Infatti, a detta della Suprema Corte:

  • la sanzione in questione ha una funzione afflittiva e deflattiva e costituisce deterrente di futuri illeciti di tal guisa; attribuire all’ammontare di suddetta sanzione la qualifica di costo deducibile comporterebbe il completo svilimento della ratio punitiva delle disposizioni antitrust in esame in quanto consentirebbe un risparmio d’imposta e, quindi, un indebito “premio” per le imprese che abbiano agito in violazione delle norme in materia di concorrenza;

  • il collegamento dell’entità della sanzione al reddito d’impresa, in armonia alle disposizioni comunitarie esistenti in materia, costituisce una mera parametrazione della sanzione stessa e, quindi, una “personalizzazione” della risposta punitiva; infatti, la sanzione “non si collega strettamente al reddito nè dell’anno in cui la violazione si è verificata né a quello degli esercizi precedenti” con la conseguenza che non può in alcun modo essere considerata una sopravvenienza passiva poiché a tal fine è necessario che il ricavo abbia concorso a formare il reddito nell’esercizio di competenza, ovvero che si riferisca con sicurezza a ricavi che abbiano concorso a formare il reddito in precedenti esercizi;

  • la sanzione, in conclusione, essendo conseguente alla violazione di divieti normativi, non deriva da attività connessa al corretto esercizio dell’impresa e non è, pertanto, un fattore produttivo del reddito d’esercizio.

 

In conclusione, il pagamento della sanzione, elemento estraneo alla vita dell’impresa, non costituisce un costo o altra componente negativa deducibile e, quanto sopra, non incide sulla tassabilità dei proventi derivanti da fatti illeciti dal cui ammontare, in virtù di quanto previsto dal già citato art.14, comma 4 della Legge n.537/1993, potranno essere comunque dedotti i costi inerenti l’attività d’impresa, non trattandosi, in tal caso, di fatto qualificabile come reato per il quale opera la distinta disposizione di cui al successivo comma 4 bis.

 

La posizione espressa dalla Corte di Cassazione, pertanto, risulta essere coerente con quanto già rinvenibile in alcune sentenze di Commissioni Tributarie Provinciali.

Infatti, la C.T.P. di Cagliari, con la sentenza n. 347 del 2 luglio 2002, ha chiaramente affermato chel’art. 75 del D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, con il qualesi stabilisce, ai fini della deducibilità dal reddito, il rapporto tracomponenti negativi e l’attività d’impresa, presuppone che entrambi itermini siano giuridicamente leciti e non può riguardare le ipotesi in cuil’imprenditore agisce contra jus, per cui non sono deducibili dal reddito d’impresa le sanzioni irrogate dall’Antitrust”; parimenti, nella sentenza della Commissione Tributaria Provinciale di Milano n. 79 del 23 aprile 2002, si sottolinea che “le sanzioni pecuniarie irrogate dall’Autorità antitrust non sono deducibili dal reddito d’impresa in quanto le pene pecuniarie per illecito concorrenziale non hanno natura patrimoniale civilistica, bensì di sanzione amministrativa con connotati punitivi.

 

D’altra parte, come già anticipato in precedenza, sul punto, non sono mancate pronunce giurisprudenziali di avviso contrario; infatti, nella sentenza della C.T.P. di Matera n. 437 del 4 ottobre 2001, si afferma che “dovrebbe comunque ammettersi la deduzione dal reddito d’impresa delle sanzioni antitrust quando i comportamenti sanzionati hanno portato, secondo la stessa prospettazione dell’autorità antitrust, al conseguimento di un maggior reddito assoggettato a tassazione”. Ex pluribus, la stessa C.T.P. di Milano, in maniera difforme dalla successiva sentenza n. 79/2002 prima citata, nella pronuncia n. 370 del 4 aprile 2001 sostiene che “Le sanzioni antitrust sono deducibili dal reddito di impresa, in quanto presentano un collegamento diretto con la gestione dell’azienda tale da incardinare il requisito dell’inerenza previsto dall’art. 75 del D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, per la determinazione delle componenti rilevanti nella determinazione del reddito di impresa, essendo una diretta conseguenza delle scelte imprenditoriali”.

 

Inoltre, la C.T.P. di Milano, nella recente sentenza n. 78 del 2 marzo 2011, ha del tutto disatteso l’orientamento della Corte di Cassazione dianzi evidenziato poiché ha affermato la deducibilità dal reddito imponibile delle sanzioni amministrative comminate dall’Antitrust. Infatti, a detta dell’organo giudicante:

  • se non fosse consentita la deducibilità dell’importo sanzionatorio sostenuto, il contribuente verrebbe ad essere colpito due volte, una prima volta, direttamente, tramite la sanzione appositamente prevista, una seconda, in via indiretta, per effetto della supposta indeducibilità della sanzione medesima, che condurrebbe alla tassazione di un reddito inesistente;

  • le sanzioni comminate dall’Autorità Garante hanno caratteri particolari, che le differenziano dalle pene di natura puramente “afflittiva”;

  • è evidente il collegamento tra il presupposto di sanzione antitrust, il conseguimento di indebiti ricavi imponibili e l’intento del legislatore di captare, attraverso la sanzione, proprio quei ricavi indebitamente ottenuti con comportamenti atti a falsare la concorrenza. Di conseguenza, gli atti illeciti, o illegittimi, di cui si tratta, ossia quelli che attengono all’abuso di posizione dominante o intese tra le varie società, che eludono le norme poste a tutela della libera concorrenza costituiscono un costo funzionalmente correlato e potenzialmente idoneo a produrre reddito.

 

In ragione di quanto sopra esposto, la C.T.P. di Milano, nella suddetta pronuncia, afferma che “E’ certo che, bisogna compiere un leggero sforzo interpretativo, tenuto conto della necessità di considerare un aspetto commerciale più ampio, e non limitato alla sola interpretazione del concetto di sanzione vera e propria. Se l’orizzonte interpretativo si amplia, e si incunea in una visione quasi a 360 gradi del contesto economico, non è difficile definire tale sanzione come costo deducibile.

Alla luce di quanto sopra, il Collegio rileva che la sanzione de qua, non essendo di carattere tributario, poiché comminata dall’Autorità Garante, non può essere considerata indeducibile, come sostiene l’ufficio.”

 

21 aprile 2011

Nicola Monfreda

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