L'assenza dell'inventario legittima l'accertamento induttivo

Con sentenza n. 6623 del 23 marzo 2011 (ud. del 24 febbraio 2011) la Corte di Cassazione ha autorizzato l’Amministrazione finanziaria a determinare il reddito d’impresa sulla base dei dati e delle notizie comunque raccolti o venuti a sua conoscenza, con facoltà di prescindere in tutto o in parte dalle risultanze del bilancio e dalle scritture contabili in quanto esistenti e di avvalersi anche di presunzioni prive dei requisiti di gravità, precisione e concordanza quando risulta che il contribuente non ha tenuto od ha comunque sottratto all’ispezione una o più delle scritture contabili.




Il processo


La controversia promossa da S. a r.l. in liquidazione, contro l’Agenzia delle Entrate è stata definita col rigetto dell’appello proposto dalla Agenzia delle Entrate contro la sentenza della C.T.P. di Caserta n. 1035/1/2001 che aveva accolto il ricorso della società avverso l’avviso di accertamento con il quale l’Ufficio aveva rettificato il reddito dichiarato dalla società medesima per l’anno 1994.


La CTR, esclusa la rilevanza del p.v.c. del 25/7/2000 – in cui si contestavano operazioni inesistenti- in quanto relativo all’anno 1995 e seguenti, nonchè del p.v.c. del 17/12/1998, in quanto relativo al periodo 1996 – 1998, rilevava che la sola mancata tenuta del libro degli inventari non consentiva il ricorso all’accertamento induttivo; affermava quindi che “Il ricorso agli studi di settore e la conseguente applicazione del coefficiente del 75% appare insufficientemente motivato e sotto un certo aspetto arbitrario se non sostenuto dalla certezza di gravi irregolarità contabili“.




La sentenza


Gli Ermellini prendono le mosse dal dettato normativo di riferimento secondo cui “il D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, comma 2, prevede che l’ufficio delle imposte possa determinare il reddito d’impresa sulla base dei dati e delle notizie comunque raccolti o venuti a sua conoscenza,con facoltà di prescindere in tutto o in parte dalle risultanze del bilancio e dalle scritture contabili in quanto esistenti e di avvalersi anche di presunzioni prive dei requisiti di gravità, precisione e concordanza quando dal verbale di ispezione redatto ai sensi dell’art. 33 risulta che il contribuente non ha tenuto o ha comunque sottratto all’ispezione una o più delle scritture contabili prescritte dall’art. 14 stesso D.P.R.”.


Ne consegue – prosegue la sentenza – “che la mancata tenuta del libro degli inventari – prescritta dal succitato art. 14 – legittima l’amministrazione erariale alla ricostruzione dell’imponibile in via induttiva anche sulla base di presunzioni semplici e con inversione dell’onere della prova a carico del contribuente, ai sensi dell’art. 3”.



Brevi Note



    Come è noto, l’ufficio, ai sensi dell’art. 39, c. 2, del D.P.R. n.600/73, può determinare il reddito d’impresa e il reddito di lavoro autonomo derivante dall’esercizio di arti e professioni, in deroga alle disposizioni previste dal comma 1, del citato articolo 39, sulla base dei dati e delle notizie comunque raccolti o venuti a sua conoscenza, in suo possesso, prescindendo in tutto o in parte dalle scritture contabili, e con facoltà di avvalersi di presunzioni semplici anche se non gravi, precise e concordanti, nelle seguenti ipotesi:



  • se il reddito d’impresa non è stato indicato nella dichiarazione;



  • se dal verbale d’ispezione risulta che il contribuente non ha tenuto o a ha sottratto all’ispezione una o più scritture che era obbligato a tenere o se le scritture medesime non sono disponibili per causa di forza maggiore;



  • se le irregolarità formali, le omissioni, falsità e inesattezze delle scritture risultanti dal verbale d’ispezione sono così gravi, ripetute e numerose da rendere inattendibili le scritture stesse nel loro complesso.




L’ufficio, inoltre, può ricorrere all’accertamento induttivo anche se il contribuente non ha risposto e non ha ottemperato agli inviti di esibire atti e documenti, compilare questionari o comparire di persona (art. 38 u.c. del D.P.R. n. 600/1973, aggiunto dall’art. 25 L 18.2.1999 n. 28).


L’attività di controllo, unita ad una analisi sulle caratteristiche dell’attività svolta e sulle risultanze complessive delle scritture contabili, può permettere di evidenziare che la parte – in contabilità ordinaria – abbia indicato il valore delle rimanenze finali in maniera sintetica, quando invece nel libro inventari deve essere indicata la consistenza dei beni in categorie omogenee, per natura e valore, ed il valore attribuito a ciascun gruppo, ex art. 15, c. 2, del D.P.R. n. 600/1973 (1) (né sono state messe a disposizione le distinte che sono servite per la compilazione dell’inventario). Ovvero non ha tenuto il libro inventari.


In assenza di libro inventari o in presenza di un libro inventari non correttamente tenuto viene riconosciuto all’ufficio il potere di procedere induttivamente, nella considerazione che le rimanenze per l’azienda in esame costituiscono un numero incerto, il cui aumento o diminuzione, diminuisce o aumenta il reddito, facendo venire meno proprio una della caratteristiche proprie della contabilità, sia ordinaria che semplificata.




Nota


1) Per i soggetti in contabilità semplificata l’obbligo di indicare il valore delle rimanenze nei registri tenuti ai fini Iva o di fornire un prospetto dimostrante il criterio utilizzato per la valutazione delle stesse discende dall’art.18 del D.P.R. n. 600/73 e dall’art.9, del D.L. n. 9/89, conv. in Legge 27.04.89, n.154.




11 aprile 2011


Roberta De Marchi

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